Graziano Delrio piazza santi apostoli manifestazione pd
GRAZIANO DELRIO in mezzo alla folla di piazza Santi Apostoli a Roma (Foto: Benvegnù Guaitoli/ Imagoeconomica)

«Questa scissione è un fatto molto doloroso, soprattutto per me che ho accompagnato Matteo fin dall’inizio: nel 2012, alle sue prime primarie, ero uno dei pochi dirigenti schierati con lui da sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci. Abbiamo sempre condiviso un percorso lungo e appassionante almeno sino a un anno fa, quando abbiamo scelto strade un po’ diverse». Per Graziano Delrio, capogruppo pd alla Camera, l’addio del senatore di Firenze è molto più che una questione politica: ha a che fare con l’amicizia, vite che si intrecciano fuori dal palazzo, consuetudini familiari.
 

L’ha sentito Renzi?

 
«L’ho sentito nei giorni scorsi».
 

L’ha chiamata per chiederle di seguirlo fuori dal Pd?

 
«Non ci ha provato nemmeno, sapeva da mesi che la risposta sarebbe stata no. Ci conosciamo troppo bene. I tentativi di convincere lui me e io lui sarebbero stati senza esito».
 

Quindi non ha neppure tentato di fargli cambiare idea?

 
«Tante volte, durante il nostro cammino comune, io e Matteo ci siamo chiesti se nel Pd ci fosse spazio per l’innovazione e il cambiamento oppure fosse il caso di uscire. Una riflessione che abbiamo fatto, per esempio, quando perdemmo le primarie con Bersani. Ma poi ci siamo sempre detti che era meglio rimanere per provare a modificare, da dentro, la rotta del partito e avviare nel Paese una grande sfida riformista. Le divisioni sono sempre una sconfitta: per tutti».
 

Lei è rimasto della stessa idea, Renzi no. Perché?

 
«Proprio perché il Paese lo abbiamo governato e cambiato stando nel Pd penso che bisogna restare. Perciò considero un errore la scelta di Matteo. Il Pd è la casa dei riformismi e dei democratici, su cui in questa fase poggia lo sforzo di lavorare per il bene del Paese. Sarebbero state necessarie più unità e coesione anziché una scissione che rischia di indebolire sia il partito sia il governo. Per noi è una grave perdita, ma anche per lui: lascia una comunità che ha guidato e che gli ha voluto bene».
 

Renzi però sostiene che il Nazareno lo ha sempre considerato un intruso e adesso brinderà.

 
«Non c’è proprio niente da festeggiare, non l’ho fatto quando andò via Bersani, figuriamoci adesso. Il fatto è che spesso in una comunità politica ci si interroga se sia più giusto sopportare ciò che si ritiene ingiusto o abbandonare il campo. La fatica dello stare insieme, il dover ascoltare, le mediazioni continue specie in una forza come il Pd, nata per unire culture politiche diverse e trovare sintesi ampie – può risultare insopportabile. Solo gli sciocchi pensano che le diversità si possano superare così, di slancio».
 

Per Renzi era insopportabile non essere più al comando, il motore della decisione politica?

 
«Un partito, come la vita, è fatto di stagioni: ora è quella di Nicola, ha vinto le primarie come Matteo anni fa, la responsabilità di guidare spetta a lui. Poi certo, se il Pd si rompe significa che qualche problema c’è: un eccesso di correntismo legato ai congressi, che bisognerebbe superare. Se Zingaretti vuole farlo, sarò il primo a dare una mano».
 

Ma almeno lei l’ha capito qual è il vero motivo della scissione?

 
«Credo che sotto il profilo personale Matteo volesse guadagnare spazi di libertà per la sua iniziativa politica e nella società. Non vedo altre ragioni. Insieme abbiamo fatto partire questa esperienza di governo per arginare l’avanzata di una destra pericolosa e rispondere ai temi veri che interessano le persone: lavoro, crescita, transizione ecologica. Sarebbe stato molto meglio, allora, continuare a stare insieme e poi verificare eventuali divergenze sulle risposte, tali da indurre una separazione. Invece così partiamo già da una divergenza».
 

Non si può più tornare indietro, ricucire lo strappo, secondo lei?

 
«Poiché non ci siamo divisi sull’analisi dei problemi che vivono gli italiani – che sò, la messa in discussione del jobs act – non si capisce da dove si potrebbe partire per tornare indietro. Mi pare complicato».
 

Il governo rischia?

 
«Confido nel senso di responsabilità dei colleghi in uscita. Semmai sono più preoccupato che, come sempre accade nella logica dei partiti, ognuno possa alzare delle bandierine: il modo più sbagliato di governare. Spero si mantenga lo spirito con cui siamo entrati in questa sfida: fare sintesi, altrimenti cadremo nella dinamica Salvini-Di Maio che tanto male ha fatto al Paese».
 

Non teme che Renzi possa diventare il Salvini giallo-rosso?

 
«No. Qualche accento diverso sui contenuti ci sta. Deve servire però ad arricchire il dibattito e ad aiutare la povera gente, non a scopi personali o di partito».