Gentiloni

«Ormai ci consoliamo con Orbàn. Vedo che siamo diventati molto influenti in Ungheria». La battuta amara di Paolo Gentiloni, ex premier e presidente del Pd, è la premessa di una grande paura. «Ci giochiamo l’Europa. Anche a prescindere dalla volontà di Lega e 5 stelle. Si stanno attivando dei meccanismi che poi è difficile fermare. Forse David Cameron non voleva che il Regno Unito abbandonasse la Ue ma poi è praticamente successo. Il nostro splendido isolamento ungherese è pericoloso». Per Gentiloni parte del problema è scritta nel Documento di economia e finanza: «Il Def parla di crescita quasi zero e aumento della disoccupazione all’11 per cento. Non credo siano gufi di se stessi, quindi sono preoccupato».
 

Il salario minimo proposto di Di Maio non può essere un oggetto di confronto con i grillini come immagina Delrio?

 
«Il salario minimo è una proposta del Pd prima che di Di Maio anche se in televisione può apparire il contrario. È un’idea che stiamo coordinando con i sindacati perché non può mettere a rischio i contratti nazionali. E aggiungo: io rispetto gli elettori ma non distinguo i buoni dai cattivi in questo governo. Che è pessimo in blocco e prima va a casa meglio è per il Paese. Mi sembra già molto fragile e dà l’impressione di essere come d’autunno sugli alberi le foglie».
 

Che fa, anticipa la previsione di crisi? Aveva parlato di elezioni il prossimo anno.

 
«Può succedere anche prima».
 

Avrebbe un senso la nascita di un sindacato unitario come chiede Landini?

 
«Certo. L’idea è nell’atto di nascita del Pd. La sua attuazione non sarà facile e dipende interamente dalle confederazioni sindacali».
 

Come sarebbe cambiata la storia se il Pd avesse accettato il dialogo con i 5 stelle dopo le elezioni del 4 marzo? Oggi non avremmo il Salvini imperante.

 
«Quell’ipotesi non è mai esistita e io non faccio fantastoria. Tutti vedono che questo esecutivo è un disastro. Il compito del Pd è preparare un’alternativa. Siamo assordati dal battibecco quotidiano dei vicepremier e vedo troppi che recitano la parte dei sonnambuli. Rischiamo di giocarci l’Europa, non siamo mai stati così isolati, stiamo diventando irrilevanti anche in Libia. Non vorrei finire con summit europei a tre in cui non sia l’Italia, bensì la Spagna ad affiancare Germania e Francia».
 

Tria sostiene che nella Finanziaria o aumenta l’Iva o vengono tagliate le spese. Come crede che finirà?

 
«Temo che non sarà sufficiente una sola di queste sventure. Non si intravede una strategia per evitare l’aumento dell’Iva e delle tasse. Sarebbe sbagliato non ammettere la crisi dell’eurozona, il rallentamento generale ma sarebbe ridicolo non notare che la colpa dell’allarme Italia ricade anche sulle spalle del governo. La crisi di fiducia delle imprese e delle famiglie, il deficit di credibilità sui mercati non è certo colpa delle tensioni tariffarie tra Cina e Usa».
 

Il Pd può copiare Sanchez? In cosa?

 
«Il Psoe ha svolto molto bene il ruolo di forza centrale. Non mi spingo a dire che è la vittoria di un moderato, ma chi ha dipinto la sua vittoria come il successo dell’estrema sinistra non conosce bene Pedro Sanchez. Ora aspettiamo il 27 maggio, all’indomani delle Europee, per vedere se nasce una collaborazione con Ciudadanos».
 

Cacciari sostiene che l’errore del Pd sia quello di inseguire i moderati e le élite. Cosi il Pd rischia la fine del Partito d’azione, dice il filosofo.

 
«Mi sarebbe piaciuto un Partito d’azione al 22 per cento».
 

Lei si è schierato contro Maduro. Ma si è chiesto il perché dopo mesi di stallo il presidente venezuelano non sia stato scaricato dal suo popolo?

 
«Ho un riflesso automatico: di fronte a un regime autoritario come quello di Maduro mi schiero con coloro che si battono per la libertà. Non è detto che sia facile ma il fatto che non sia facile non significa che i democratici liberali debbano stare con le dittature. È l’abc».
 

Non si corre il pericolo di un errore simile a quello fatto con Gheddafi? Che il dopo sia peggio del prima?

 
«Il paragone non ha senso. Sto parlando di appoggiare chi si batte per la libertà non di interventi militari esterni. In Libia è stato commesso uno sbaglio clamoroso cui si accodò un governo italiano allora debolissimo. Occupiamoci piuttosto della Libia di oggi dove rischiamo l’irrilevanza. Con riflessi pericolosi per l’Italia: sul piano della sicurezza, sul piano energetico e per i flussi migratori. Isolati in Europa e nel Mediterraneo, ci consoliamo con Orban».
 

Cosa significa esattamente “ci giochiamo l’Europa” se ormai i progetti antieuropei delle forze di maggioranza sono scomparsi?

 
«Il governo ci ha messo ai margini dell’Unione. E siamo in una pagina diversa della storia. Chi dà per scontato il ruolo dell’Italia nel Continente non si rende conto del muro che ci circonda. Ho visto le immagini di Merkel e Macron che incontrano i Paesi balcanici. Il vertice precedente si era tenuto a Trieste e c’eravamo noi con i capi di governo di Francia e Germania. Per fortuna il presidente della Repubblica sta cercando di attenuare questo isolamento, almeno con la Francia…».
 

Eppure nei sondaggi le forze di maggioranza godono ancora di buona salute.

 
«Per questo parlo di sonnambuli. Per questo il richiamo dev’essere chiaro. L’Europa, per cambiarla, va difesa. Usciamo dal battibecco di governo che ricorda i peggiori vizi della Prima repubblica. Con la differenza che allora litigavano Craxi e De Mita, due giganti rispetto ai protagonisti di oggi. Nonostante tutti lo neghino, il passaggio che ci aspetta è molto pericoloso per il nostro futuro e per il futuro dell’Italia in Europa».