Luca Lotti
foto di Palazzochigi - CC BY-NC-SA

In realtà prima Luca Lotti, 36 anni, è stato il braccio destro di Matteo Renzi, il suo fratello minore e, da Palazzo Chigi, uno degli uomini più potenti d’Italia. «Adesso tutti, renziani o non renziani, dobbiamo cercare di cogliere il segnale di unità che arriva dalle Primarie. Ma io rivendico con orgoglio tutto quello che abbiamo fatto quando nel Pd guidavamo noi».
 

Rivendica anche la sconfitta del 4 marzo? Zingaretti ha detto che bisogna cambiare tutto, che voi guardavate l’Italia dalla montagna, lontani dai problemi reali.

 
«Alle elezioni del 4 marzo non siamo stati bravi a spiegare cosa volevamo fare, a raccontare quello che avevamo fatto, a ricordare il segno più che abbiamo riportato in tutti i settori dell’economia. Hanno vinto quelli che dicevano palesi bugie, come si vede adesso. Ora abbiamo il governo del falso cambiamento, il governo dello scotch, che si tiene insieme solo con scambi al ribasso».
 

Sì, ma la montagna?

 
«Non mi piace questa metafora. Non siamo stati chiusi nel Palazzo. Probabilmente avremmo dovuto portare di più il Pd nei luoghi del disagio, del malessere, dei problemi della gente».
 

Il Giglio magico era un circolo troppo chiuso per capire tutto questo?

 
«Il Giglio magico era semplicemente un gruppo di persone che ha lavorato insieme e bene. È stato un periodo bellissimo. Non c’è una sola organizzazione in cui un capo, un leader non si circonda di persone preparate e di fiducia. Di Maio avrà le “M5S magiche” e Zingaretti la “Lupa magica”, come è naturale. Il Giglio ci ha fatto perdere le elezioni? Ma dai, non esageriamo. Dieci persone non hanno questo potere. E anche la storia della conventicola dei toscani non regge. C’erano Delrio, Padoan, Guerini; tutti hanno contribuito alla formazione del governo Renzi e alle sue azioni».
 

Come starà Renzi nel nuovo Pd? Spingerà il carro anche lui?

 
«Renzi è un leader e lo sarà ancora. Penso che un giorno si giocherà le sue carte per tornare a Palazzo Chigi. La grande scommessa di Zingaretti è capire che il Pd ha bisogno di tante leadership. Ha più frecce e le deve usare tutte. Per non ripetere il tragico errore del vecchio centrosinistra soffocato dai personalismi. Anche per questo noi siamo e resteremo nel Pd».
 

A proposito di personalismi, Renzi ha tenuto il partito fermo un anno prima di fare il congresso. Come ha fatto notare anche Gentiloni.

 
«Su questo non sono d’accordo con Paolo. Rivendichiamo il mancato accordo con i M5S e l’opposizione condotta in Parlamento. Se avessimo celebrato il congresso nel momento di massima espansione del governo gialloverde non avremmo avuto quella partecipazione ai gazebo e non saremmo stati pronti a rappresentare un’alternativa. Una parte di quelli che sono venuti alle primarie, ora che il bluff è svelato, lo ho fatto per mandare a casa questo governo».
 

Pisapia, che sarà capolista nel Nord Ovest alle Europee, dice che il Pd di Renzi si era chiuso a riccio. Coltivavate il mito dell’uomo solo al comando.

 
«Sull’apertura ad altri mondi forse non ci abbiamo capito molto. Ma dopo Pisapia a Milano abbiamo sostenuto Sala che non era il mondo chiuso. La disintermediazione è stato un problema, ma anche un metodo di governo per andare avanti. Quando con la Buona Scuola abbiamo stabilizzato 100 mila insegnanti una parte del sindacato ci chiese di condividere la scelta del metodo delle assunzioni altrimenti ci avrebbe fatto la guerra. Non accettammo quel diktat e lo abbiamo pagato caro, ma in quel momento ci sembrò la scelta giusta da fare».
 

Adesso aprire il Pd sembra una necessità, dopo il 18 per cento delle Politiche.

 
«Spero che Zingaretti lo faccia così come ha detto in Assemblea. Aprirsi al mondo esterno, che non vuol dire portare la sede nazionale in periferia. Significa dialogare con le associazioni, con i comitati, con tutto quello che è fuori dal Pd. Noi vorremmo lavorare a un’area di pensiero che dovrà essere in tutta Italia, con un gruppo dirigente che si impegnerà sull’idea riformista, che abbiamo portato avanti in questi anni».
 

Ma non dovevano sparire le correnti?

 
«Non ho paura né dei leader né delle correnti».
 

Come avete fatto a dividervi da Martina in un batter d’occhio?

 
«Che nella mozione Martina ci fossero storie diverse era evidente a tutti e non è un problema di divisione».
 

L’unica apertura dell’era renziana fu quella verso Verdini. Quanto danno vi ha fatto?

 
«Con lui abbiamo condiviso politiche di centrosinistra. Ed è stato un errore demonizzare “il mostro Verdini”. Ha votato le unioni civili, il Jobs act, gli 80 euro, ha votato il reddito di inclusione, il più grosso strumento di lotta alla povertà mai messo in campo. Verdini lo ha votato e la De Petris no. La scommessa non era su Verdini ma sull’allargamento dell’area moderata per tentare di frenare la deriva di destra e populista che stava arrivando. Detto questo però mettiamo un punto: il voto di Verdini non è mai stato determinante. Se così fosse stato sarebbe caduto l’esecutivo. E poi ci criticavano quelli che avevano fatto il governo con Berlusconi…».
 

Ma che sinistra era quella che voleva fare il partito della Nazione con Forza Italia?

 
«Il partito della Nazione non era l’accordo tra Renzi, Berlusconi e Verdini. Doveva essere semmai quello che ha preso i1 40 per cento al referendum costituzionale. Era il partito delle riforme. Undici milioni di voti in cui c’era tanta sinistra e tanto astensionismo cronico; ma questa è un’altra storia. Ora abbiamo Salvini e Casaleggio».
 

L’inchiesta Consip in cui lei è indagato quanti consenso vi ha tolto?

 
«Forse ci ha penalizzato. A me ha fatto male. Mi ha ferito che le richieste di un passo indietro venissero più da casa mia che da fuori. Ma la verità con il tempo verrà fuori tutta. Non ho commesso quello di cui sono accusato».
 

Torneranno quelli che hanno lasciato il Pd? In quel caso che farete?

 
«Dobbiamo parlare con tutti gli interlocutori a sinistra e al centro. Ma la comunità si rispetta e se si esce, brindando per la sconfitta al referendum, non si rientra. Lo ha escluso il segretario. Mi fido».