Catiuscia Marini
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«Non è corretto dire che mi sono sentita mollata dal mio partito. Sicuramente alcune dichiarazioni mi hanno sorpreso. E ferito».

A chi si riferisce, ex governatrice Marini?

«Ho letto le parole di Calenda, quella della coordinatrice De Micheli. Pensavo che il Pd del 2019 fosse una forza riformista e garantista, non una comunità di giustizialisti. Mi sbagliavo».

E l’eterno dilemma della sinistra.

«Un dilemma facile da risolvere. Non dobbiamo tornare indietro di 30-40 anni. Il giustizialismo è una malattia. Noi continuiamo ad averla anche quando il M5S si sta avvicinando al garantismo. Questa cosa fa ridere, non trova? Però spero che siano voci dal sen fuggite».

Il Pd quindi l’ha costretta al passo indietro?

«Non è vero, non è così. Stavo ragionando da un po’ su come ritrovare la libertà di difendermi. Non potevo essere un presidente in carica che si deve proteggere da accuse ingiuste. Rimanere presidente avrebbe limitato le mie possibilità di reagire. Non l’ho fatto per il partito, l’ho fatto per me».

In effetti, l’inchiesta ha aspetti pesanti sia per il Pd umbro sia per lei.

«Ecco, appunto. Voglio tutelare il lavoro di questi anni, non voglio che siano messi in discussione il mio ruolo e la mia onorabilità. Ho sempre combattuto i sistemi di potere e le consorterie. Per farlo sono stata spesso accusata di essere altezzosa. Lo ero a salvaguardia delle istituzioni».

Queste cose le ha spiegate al suo partito? Perché dimettersi allora?

«Ho spiegato tutto. Ho detto che la vicenda va oltre la mia persona, che il Pd dovrebbe affrontare anche il tema di come si pone di fronte alle inchieste, non solo all’inchiesta in cui sono coinvolta; di come si garantisce il rispetto delle persone indagate. Ecco, il Pd è chiamato a prendere una posizione netta su questi argomenti».

Alcune intercettazioni la chiamano in causa. Buste coi nomi, segnalazioni.

«Per il momento ho ricevuto un decreto di perquisizione che conteneva l’avviso di garanzia. Attendo di essere chiamata dai magistrati. Fino ad allora dell’inchiesta non parlo e non dico nulla neanche adesso».

Che farà ora? Le hanno promesso qualcosa in cambio del ritiro?

«Politicamente mi sento in campo perché non ho nulla di cui vergognarmi. Le dimissioni mi permettono di fare tutto quello che ritengo utile per il Pd dell’Umbria».

Si vuole ricandidare?

«No anche perché la legge regionale consente solo due mandati. Oddio, visto che il mio si è interrotto in anticipo, ci potrei pensare… Scherzo, chiaro. Anzi, voglio battermi per un ricambio generazionale. Vede, questa inchiesta è la prima che mi riguarda dopo quasi 20 anni,10 da sindaco e 10 da governatrice. Non le dice niente sulla mia correttezza».

Adesso la sconfitta del centrosinistra alle regionali è praticamente sicura.

«Il fenomeno non riguarda l’Umbria, c’è un orientamento regionale. Ma ci sono tutte le condizioni per combattere con un nuovo progetto di governo. E bisogna prepararsi perché non è detto che il voto sia in autunno, potrebbe arrivare anche prima dell’estate».

La vera paura di Zingaretti sono le elezioni Europee e i sondaggi. Lei si sente sacrificata sull’altare dell’ipotetico sorpasso del Pd sui M5S?

«Non so di questo timore. Ma sa cosa penso? Se fossi stato un presidente uomo dal Pd non avrebbero fatto quelle dichiarazioni».

Addirittura.

«Proprio così. Basta vedere come sono stati difesi dal Pd governatori maschi coinvolti in indagini con reati in alcuni casi piuttosto gravi. Sicuramente più gravi di quello per cui sono indagata a Perugia. Perché presumendo l’illiceità dei miei comportamenti stiamo parlando di concorso in abuso d’ufficio».