VOTAZIONE DEL PRESIDENTE DEL PD

Maurizio Martina, dunque il dado è tratto: i renziani più fedeli seguiranno il loro capo fuori dal Pd.

«L’uscita è un grave errore. Non ho mai visto il centrosinistra rafforzarsi con le divisioni. E, adesso che siamo al governo, le nuove responsabilità verso il Paese richiedono più unità, non meno».

Lei è stato segretario del partito, come si spiega la decisione di Matteo Renzi?

«Non riesco a trovare ragioni per dividerci, tanto più dopo il percorso unitario compiuto in queste ultime settimane che ha consentito la svolta politica nel Paese. E le motivazioni sentite fin qui sono fragili e per tanti aspetti davvero incomprensibili».

Si dice che Renzi non può accettare l’erosione del suo potere a cura della maggioranza interna. Il caso Toscana potrebbe essere un esempio.

«Non sono argomentazioni convincenti. Ci troviamo tutti di fronte a una sfida superiore, quella di dimostrare che siamo in grado di caricarci insieme di nuove responsabilità. Non possiamo tornare ad alimentare discussioni autoreferenziali quando è necessario mettere tutte le energie al servizio di una svolta sociale su lavoro, sanità…».

Fra i renziani c’è anche chi sostiene di sentirsi schiacciato a sinistra.

«Non vedo questa dinamica. Oltre tutto, intorno al tavolo per decidere il programma di governo, c’eravamo tutti, prospettiva e approccio sono condivisi unitariamente. Poi parlare di braccio sinistro e braccio centrista è la rappresentazione di una politica vecchia e non corrispondente all’Italia di oggi».

Entreranno altre forze nel Pd? Leu, o Articolo i…

«Servono coraggio e forza per fare un salto di qualità nel modo in cui concepiamo il Pd come casa dei democratici italiani. Auspico un cambio di passo per chiamare a raccolta tutti coloro che capiscono che non si cambia l’Italia soltanto con il governo, ma anche con un grande soggetto politico. Non sono mai utili piccoli partiti che si fanno la guerra fra di loro».

Si è parlato di «separazione consensuale».

«Mai creduto a questa formula. Né mi convince chi assiste e lascia fare. E sbaglia chi immagina che questa divisione si possa addirittura incoraggiare. Io sono un ultrà dell’unità, e penso che si debba stare insieme a maggior ragione di fronte a questa destra che è ancora forte nel Paese. Perciò oggi più che mai ritengo indispensabile il rilancio di un Pd aperto, pluralista, casa di tutte le culture riformiste. Se toccasse a me decidere, aprirei subito una costituente».

C’è qualcosa che potrebbe fermare Renzi?

«Mi pare difficile ormai ma non rinuncerei a provarci ancora».

Roberto Giachetti abbandona la vostra direzione contro l’alleanza con i grillini per le Regionali.

«Mi dispiace, spero che ci ripensi. Certo, non ci devono essere automatismi tra governo locale e giunte regionali. Però perché essere ostili a priori a un confronto per verificare se in un posto ci si può unire ad altri su obiettivi comuni e per non far prevalere forze pericolose per quel territorio?».

I renziani dicono addio al Pd ma non agli incarichi di governo: possono costituire una mina nell’esecutivo?

«Se guardo alle esperienze vissute, dividere la coalizione che sta al governo non ha mai aiutato il governo stesso. C’è il rischio di conseguenze non positive».

Quanti seguiranno Renzi?

«Non uso il pallottoliere né classificazioni spesso frettolose. So che tanti di noi hanno forte spirito inclusivo. Mi auguro che siano in pochi a rinunciarvi».