Il Pd ribolle, stretto in una morsa tra un congresso senza certezze e un’opposizione che non decolla. Poi, domenica, il presidente del partito Matteo Orfini ha lanciato la bomba: «Sciogliamoci e rifacciamo il Pd da capo». E Roberto Morassut, parlamentare dem che da anni teorizza la transizione da partito a movimento, si aggiunge al coro degli scettici».
 

Ma non era quello che proponeva anche lei?

 
«Mi ha molto incuriosito il fatto che Orfini abbia ricalcato in carta carbone persino le espressioni letterali della mia proposta di due anni fa, dopo la sconfitta alle amministrative».
 

Eppure è contrario.

 
«Me lo faccia dire in questo modo. Avanzata così, la proposta mi sembra utile solo a inquinare il dibattito interno al partito: una sorta di arma letale strumentale a lotte interne. In questo modo si svilisce una proposta seria con tatticismi e furbizie».
 

Accusa il presidente di partito di correntismo precongressuale?

 
«Nessuna accusa, Orfini ha obiettivamente praticato il correntismo tanto quanto io l’ho obiettivamente combattuto. Oggi dice di volerlo combattere per meri fini di schermaglia precongressuale. Del resto ci avviamo verso un ottobre paradossale nel quale diverse “parti” del Pd svolgeranno ognuna la propria adunata, secondo quel copione che ha contributo alla nostra rovina».
 

Però le correnti esistono da quando esistono i partiti, soprattutto a sinistra.

 
«Guardi che eliminarle sarebbe piuttosto semplice, se ci fosse la volontà sincera di farlo. Sa come si fa? Basta scioglierle e non organizzare più iniziative di posizionamento e rassegne di corrente. Io posso dire di averlo fatto: non pratico da dieci anni alcuna corrente, non faccio tesseramento di corrente, non alimento reti di eletti, non partecipo a Fondazioni o associazioni che raccolgono finanziamenti. Mi sono comperato un camper ed ogni settimana vado in un quartiere di Roma a parlare e ascoltare».
 

Cosa non la convince della proposta di Orfini?

 
«Sono colpito anzitutto dalla superficialità con la quale è stata posta. La forma attuale del Pd incentrata su correnti cristallizzate non la cambi con gli appelli: devi demolirla e modificare l’edificio. Chi sogna di rigenerare questo edificio è al meglio ingenuo, al peggio furbo».
 

Quindi sciogliere il Pd è l’unica strada. Così torniamo a Orfini, però.

 
«No, perché lui pensa ad una rigenerazione autoctona, tenendo il nome e riscrivendo lo Statuto. Io credo invece che una rifondazione vera debba mettere in discussione le linee politiche di fondo, la forma organizzativa, il tessuto associativo e infine anche il nome. Tutto. Il Pd, oggi, non è più all’altezza di rappresentare una vasta opinione pubblica democratica, che si considera di sinistra ma non voterebbe mai Pd, eppure vuole contrastare efficacemente l’insorgere di un fenomeno che somma sovranismo, vecchio massimalismo e populismo».
 

E quindi che rifondazione serve per recuperare questo popolo?

 
«Una che avvii un coraggioso percorso rifondativo, che parta da un documento affidato ad un pool di figure politiche ed intellettuali interne ed esterne al Pd attuale e che diventi la base di un larghissimo confronto popolare, in assemblee che siano occasioni per ricostruire il tessuto democratico e associativo, rinvigorirlo e rafforzarlo allargandolo. Va però messo in discussione il Pd così com’è oggi, perché nessuno è disposto ad entrare in un organismo già dato ma, semmai, vorrebbe costruirlo. Poi si arriverà ad un nuovo nome e anche ad una nuova forma estetica».
 

Il cambio di nome sta diventando uno dei tanti totem da sventolare?

 
«Mi sono stupito della banalizzazione, con tutti pronti a inventarsi un nuovo marchio. Il problema andrebbe posto in modo serio, sforzandosi di aggiornare la traduzione in politica dei valori fondativi del Pd, che restano validi ma vanno collocati in un mondo diverso da quello de 2007. Oggi il mondo chiede più democrazia, più giustizia sociale, più diritti, più trasparenza ed è assurdo che a percorrere questo spazio siano forze retrive, xenofobe, e classiste. In questo senso io non vedo altra possibilità che dare a questo nuovo soggetto il nome di Democratici».
 

In quest’ottica, come si muove in vista del congresso?

 
«Mi guardo intorno con moltissima preoccupazione. Temo che la corsa alle solite primarie farà sì che il confronto si concentri solo, di fatto, sulla prossima leadership. Fino ad ora non ho visto contenuti degni di un progetto di respiro, ma il tema centrale sembra essere cacciare Renzi o per converso denigrare Zingaretti. Con il corollario di tifoserie e batterie di rancori che viaggiano sul web. Ma che roba è questa?».
 

Sul nostro quotidiano si è animata una discussione sulle due linee congressuali. Ceccanti sostiene che si articolino in una che fa capo a Zingaretti che è “pro alleanza” coi M5S e una, renziana, che punta alla non subalternità. Lei su che posizione è?

 
«Ecco un esempio della banalizzazione che dicevo prima. Io ritengo necessario riportare tra le nostre file gli elettori di sinistra o democratici che hanno scelto di votare M5S. Per averlo detto sono stato subito classificato tra coloro che vogliono un alleanza con loro. Invece tale mia convinzione non toglie affatto che io disprezzi profondamente toni, contenuti, modi e persino volti di larga parte della loro rappresentanza. Per questo rifiuto di finire dentro una stupida e banale discussione referendaria sul generico tema delle “alleanze coi M5S”. Non so se ci stiamo rendendo conto che ci avviamo a un confronto interno in modo assurdo».
 

Le primarie però sceglieranno soprattutto il nuovo leader.

 
«Il Pd non è un partito in salute che possa reggere una discussione su un nuovo capo, senza prima ricostruire una base comune. Discutere di idee prima che del leader è una cosa che non facciamo da tempo e questo, in parte, ha generato la nostra decadenza».
 

A me sembra che lei proponga un congresso che non somiglia a quello previsto dallo Statuto. Vuol tornare al congresso per tesi e non per mozioni?

 
«Voglio un congresso nel vero senso del termine, “diverso” per lo Statuto ma “classico” per le caratteristiche di un confronto sui temi. E per farlo serve una modifica all’articolo 26 dello Statuto».
 

Così però i tempi si allungano e addio congresso prima delle Europee.

 
«Io dico di fermarsi a riflettere finchè siamo in tempo. Chi invoca “Congresso subito” ricordi che questo non è un “congresso” ma sono primarie. Chi parla di immediata ripartenza per definire chi siamo, deve sapere che questo percorso non risolverà esattamente questo problema. Non vorrei che tra un anno si dicesse: dovevamo fare un Congresso politico e non le primarie. Un congresso costituente, come io lo propongo, funzionerebbe come straordinario motore elettorale. Dobbiamo ragionare in modo non burocratico».
 

La strada maggioritaria però è quella di un congresso con le primarie, prima di marzo.

 
«Bene, allora si scelga una strada diversa almeno per i congressi regionali. Anziché comporre lo scacchiere dei livelli locali sulla base di accordi di corrente, si decida di lanciare i migliori venti giovani sotto i 40 anni. Domando: siamo in grado di fare questo in uno sforzo concorde e fuori dalle preoccupazioni di corrente?».
 

Risposta?

 
«Le rispondo che ci vuole coraggio e soprattutto generosità. Mi domando se ce l’abbiamo.