Care amiche, cari amici, care compagne, cari compagni

persino al di là del risultato dei voti ottenuti, voglio ringraziare tutte e tutti per aver combattuto in modo energico, appassionato e unitario questa importante campagna elettorale per le europee e le amministrative.

 

Si sono messe in moto, anche attorno a noi, diverse energie della società che hanno contribuito nel recupero elettorale.

Anche tra i giovani ci sono segnali incoraggianti; in un loro nuovo protagonismo si scorge una prima inversione di tendenza dei loro orientamenti e scelte elettorali a nostro favore.

È stata rilevante la voce delle donne. Così come quella dell’associazionismo ambientalista.

 

La scelta della lista unitaria Pd-Siamo europei che ha coinvolto tante personalità esterne Articolo 1 e Demos ha favorito la ripresa di un nostro contatto, certamente ancora insufficiente, con i cittadini alle prese con i loro problemi quotidiani, con il mondo del lavoro, grazie anche all’inizio di una nuova stagione di unità sindacale con la quale abbiamo fatto di tutto per interloquire, con il mondo delle imprese preoccupato per la deriva che lo sviluppo dell’Italia sta prendendo.

È emersa una certa simpatia verso il nostro sforzo di rinnovamento da parte di chi non era più disposto neppure ad ascoltarci.

 

Non tutto il nuovo che si è manifestato si è trasformato in un consenso elettorale per noi. Ma certamente (come non riconoscerlo?) un clima più positivo è via via cresciuto grazie a tutti e lo abbiamo potuto verificare tutti nelle centinaia di incontri diretti con gli elettori svolti nella nostra intensissima battaglia elettorale.

 

Il merito di tutto ciò è innanzitutto dei militanti (e li vorrei ringraziare uno ad uno) che hanno creduto e credono in una nostra possibile riscossa.
Così come è delle candidate e dei candidati che nelle loro diversità, e nelle loro varie sensibilità, hanno rinsaldato i nostri rapporti con settori importanti della società. Ringrazio quelli eletti e quelli non eletti. Perché ognuno è stato prezioso. E sono davvero felice, perché questo ha un significato politico, del buon risultato di preferenze ottenuto da tutti i nostri capilista, in alcuni casi formidabile e al di là delle aspettative.

 

Altro segnale di una grande voglia di apertura e rinnovamento.

Il clima nuovo, infine, è il frutto, in misura decisiva, della volontà unitaria di tutte le aree del partito, che hanno dimostrato una responsabilità ed una concentrazione senza riserve sull’obiettivo di vincere e determinato, così, una serenità molto importante nel rapporto con l’elettorato italiano e con le nostre forze nei territori. Una responsabilità, credo, favorita anche dal respiro unitario e pluralista delle liste e dalla valorizzazione dell’insieme dei nostri talenti nazionali e locali, che è stata una mia grande preoccupazione.

 

Il nostro risultato

Detto questo, vado al dunque della questione. Come si può giudicare il nostro risultato? Che significato ha nel contesto politico dell’Italia di oggi? Come peserà nel futuro della Repubblica?

 

Non mi avventuro nell’utilizzo di ragionamenti calcistici, che non mi sono familiari. Direi, in modo più politico, o se volete più prosaico, che con il nostro 22,7% si può dire senza enfasi, ma senza incomprensibili accenti di delusione, che:

 

1) Il Pd ha scampato il pericolo che aveva di fronte, dopo l’anno difficilissimo che ha preceduto il congresso nazionale: l’avvolgimento in una spirale di crisi senza fondo. Addirittura una frammentazione o esplosione del partito che non pochi auspicavano e molti prevedevano.

 

2) Si è avuto, dunque, un assestamento. La verifica dell’esistenza di una forza decisiva per la democrazia italiana e la certezza che c’è una base sufficientemente consistente per poter ripartire.

 

3) Insieme all’assestamento si è segnalato un inizio di ripresa, di un cammino positivo e realisticamente praticabile e possibile nel futuro.

Anche grazie all’apprezzamento del processo unitario siamo aumentati in modo, non travolgente, ma sensibile rispetto alle drammatiche percentuali ottenute nel voto del 4 marzo del 2018.

 

Passiamo dal 18,7% al 22,7%. Quattro punti in percentuali.

 

Se saremo bravi: una prima luce di una nuova alba, il primo passo verso l’alternativa.
Francamente valgono poco, nell’analisi del voto, i ragionamenti sul numero assoluto degli elettori che ci hanno scelto. Perché è evidente che se c’è un numero complessivo maggiore di voti che si esprimono, anche con percentuali più basse si realizzano numeri più alti; mentre al contrario se gli elettori sono di meno, anche con percentuali più alte possono essere inferiori i numeri in assoluto. Essendo la politica la misura di una forza in un determinato contesto, sono le percentuali che contano, che determinano le possibili maggioranze e l’influenza di un singolo partito. Ma anche nei numeri, come un recente studio ha confermato, c’è un aumento di voti assoluti per le nostre liste.

 

Dopo diverse tornate elettorali, sono stati ottimi i risultati nelle amministrative. Dopo i ballottaggi avremo modo di svolgere considerazioni più compiute. Ma sono evidenti segnali straordinari e incoraggianti. Bravissimi Sindaci e squadre di governo hanno saputo organizzare intorno alle candidature alleanze larghe, aprendosi a esperienze diverse, civiche, vere che hanno garantito risultati a volte imprevisti, capovolgendo il risultato nazionale. Era accaduto lo scorso anno nel Lazio o in città come Brescia, Ancona. Ritroviamo questo fenomeno in città importanti vinte addirittura al primo turno, come: Bari, Bergamo, Firenze, Lecce, Modena, Pesaro. E in moltissime altre nelle quali combatteremo con fiducia nei ballottaggi.

 

Non ce l’abbiamo fatta in Piemonte, e voglio ringraziare a nome di tutti lo sforzo enorme di Sergio Chiamparino che si è battuto con generosità e con tutte le sue forze insieme al PD per ribaltare previsioni che da mesi erano preoccupanti.

 

Sottolineo, dunque, che siamo di fronte solo ai primi passi di un cammino; perché questo nostro risultato si inserisce in un quadro di grande preoccupazione circa l’Italia; e assai contraddittorio nell’andamento degli orientamenti europei. Dunque per realizzare quel tratto lungo di cammino che ci aspetta, ci sarà bisogno di molto coraggio e di scelte “forti”. Non sarà la gestione rassicurante di noi stessi la risposta sufficiente a navigare nella tempesta politica di oggi.

 

Il voto alla Lega e 5 Stelle

La prima considerazione riguarda il fatto che al di là del nostro 22,7%, l’insieme delle forze che si oppongono alla nuova destra di Salvini e della Meloni raggiungono appena il 30% dei consensi. Detto in due parole: di fronte alla durezza e rozzezza dell’offensiva della Lega, non si è ancora risvegliata una coscienza estesa e profonda dell’insieme dei democratici e liberali italiani.

 

Inoltre, dallo studio dei flussi elettorali emerge che il crollo del movimento 5Stelle, da me e da noi ampiamente previsto, va a gonfiare l’astensionismo o si sposta sulla Lega. Solo in parte ce ne avvantaggiamo noi.

 

Infine, Salvini cresce oltre ogni previsione e si assesta al 34%. Al quale, se si aggiunge il 6,5% ottenuto dalla Meloni che ha accolto nelle sue liste e nelle sue file molti esponenti di Forza Italia, porta a oltre il 40% uno schieramento apertamente illiberale e reazionario.

 

Sono dinamiche che non si esauriranno in tempi brevi. Hanno un loro radicamento e sono figlie, anche, di una crisi dell’insieme dell’Europa e dell’Occidente a fronte dei processi globali che rafforzano queste pulsioni antiche.

 

Ecco perché vanno contrastate subito, non sottovalutate e non considerate un’ondata destinata a defluire naturalmente. Ma vanno aggredite nelle loro ragioni strutturali.

 

Era del tutto evidente che tra i due soggetti contraenti lo scellerato patto di governo, quello destinato a perdere consensi e persino a sfarinarsi sarebbe stato il movimento 5Stelle. Un contenitore di tutto e del contrario di tutto, efficace con l’invettiva dell’antipolitica in una collocazione di opposizione, ma privo di qualsiasi strumento, competenza, cultura e responsabilità in una collocazione di governo.

Tale confuso contenitore a contatto con una certa organicità di pensiero e di azione della Lega è entrato subito in confusione.

 

Di Maio prima ha subito il carattere innaturale dell’alleanza con la Lega; poi ha messo in campo nel governo una conflittualità per recuperare consenso che gli è sfuggita dalle mani, producendo l’immagine di un esecutivo paralizzato e altamente dannoso per il Paese. È apparso via via come un elemento di disturbo, pretestuoso e trasformista, quasi dedito, si potrebbe dire, al boicottaggio o comunque principale causa di confusione. Se a questo si aggiungono le performances pessime dei suoi amministratori un po’ dappertutto, ma in particolare a Torino e a Roma, i motivi del crollo del M5S appaiono chiari e sufficienti.

 

Non penso che la loro deriva si fermi qui. Non vedo nel movimento di Grillo né un gruppo dirigente, né gli strumenti adeguati per riordinare le idee e rilanciare un suo ruolo.

D’altra parte il consenso liquido che ha dato a loro la rete amplifica i successi quando si ha il vento in poppa, ma amplifica la crisi nelle condizioni di difficoltà.

 

Nel chiaroscuro rispetto al suo alleato, la Lega, nella sua pericolosità, è apparsa più decisa e coerente.

Ha messo in campo un’abile miscela di enfatizzazione delle paure dei cittadini, tipiche dei momenti di crisi e il richiamo, confuso e animalesco, ma efficace, al “fare”; rompendo regole, procedure e garanzie presentate, tutte, come un vincolo da abbattere. E poi, un’abile miscela tra la difesa chiara delle parti forti della società (dalla flat tax ad un regionalismo squilibrato e penalizzante il Mezzogiorno) con un carattere popolaresco del linguaggio e dei suoi modi di agire.

 

Non è facile prevedere cosa avverrà in Italia nei prossimi mesi.

Ritengo probabile, tuttavia, che Salvini ancora per un po’ rassicurerà i 5Stelle per far consumare fino in fondo la loro crisi. Ma, abbastanza presto, deciderà di portare il Paese alle elezioni. Di incassare il credito ottenuto nel voto europeo, prima che incominci a disperdersi con il proseguimento di un’esperienza di governo del tutto fallimentare come l’attuale. Non vorrà, penso, ancora per troppo tempo farsi rappresentare da Conte e tenterà un rapporto personale e diretto con le leve del comando e con la società italiana.

 

Sono ore delicate ripeto: vedremo cosa accadrà. Ma questo è un quadro possibile e, se si dovesse verificare, sarà molto ravvicinato e pressante.

 

Non possiamo farcelo arrivare addosso impreparati. Anzi, dobbiamo agire da subito come se la crisi dovesse avvenire tra tre-quattro mesi. Nella coscienza piena che, se la situazione dovesse precipitare, non ci basterà per fermare la destra gridare al fascismo.

 

Le torsioni pericolose presenti, da non sottovalutare, non sono tuttavia il fascismo. Sono un arretramento micidiale di civiltà e una messa in discussione di pratiche democratiche, civili e istituzionali che decenni di lotta popolare hanno  determinato. Ma il fascismo è un’altra cosa. Evocarlo significa entrare in una logica di scontro di piazza che le frange di estrema destra, penso a Casapound, ricercano e sollecitano, e che alla fine portano solo acqua al mulino di Salvini.

 

Aver chiaro cosa è la Lega

Io vedo piuttosto l’urgenza di mettere a fuoco un’analisi dei nostri avversari per comprendere come reagire con efficacia e sconfiggerli.

 

Abbiamo di fronte una nuova potente destra illiberale. Questa è la verità e questo è il frutto anche degli errori dei progressisti e della sinistra non riconducibili agli ultimi anni e le cui ragioni ho più volte indicato. Guardarla in faccia per quello che è, è il modo migliore per sconfiggerla. Un allarme generico, retorico e consolatorio è il modo per farla vincere.

 

La Lega va colpita nel suo nucleo più contraddittorio.

Come tradizionalmente nella storia ha operato la destra populista, Salvini nasconde gli interessi fondamentali che difende, quelli dei ceti più ricchi e delle parti del Paese più forti, con l’accattivante richiamo al popolo, colpito dalla crisi economica e sociale ma anche nella sua identità, sperso e sbandato senza i tradizionali punti di riferimento.

 

Spezzare questo nesso improprio, questo equivoco e questa contraddizione è il nostro compito principale, per rimettere lo scontro politico con i piedi per terra.

Dobbiamo diradare il fumo delle parole per far emergere la verità, la natura e la funzione della Lega.

Ricomporre il profilo che Salvini tenta di nascondere.

 

Andare al sodo delle sue scelte fondamentali e del suo orizzonte di valori o disvalori.

 

La ripresa di un nostro rapporto con i ceti più deboli, con i giovani, con più ampi settori dei nuovi lavori, della classe operaia, con il dinamismo e la trasformazione del mondo delle imprese e con il disagio di chi si sente emarginato nelle periferie o nei piccoli centri cittadini, o nelle campagne, passa attraverso questo processo di “disvelamento” che dobbiamo realizzare.

 

Dunque occorre ribadire: il rifiuto di una fiscalità progressiva, e la proposta di una tassazione più leggera per i redditi elevati e per le ricchezze più consistenti, è la vecchia destra che torna;

 

che la divisione dell’Italia tra Nord e Sud, abbandonando ogni legame di unità sostanziale e di solidarietà tra le diverse regioni italiane, è la vecchia destra che torna;

 

che il disprezzo per i più deboli, e l’elogio della prepotenza e della indifferenza, è la vecchia destra che torna.

 

Magari, con forme comunicative apparentemente innovative. Con parole facili e suadenti.

 

Ma con il suo tradizionale pugno di ferro che stabilisce gerarchie e il comando dei tradizionali ceti dominanti.

 

La Lega con le sue politiche è la forza che genera disuguaglianza, l’opposto di ciò che afferma.

Non si preoccupa dello spread alto, ma questo significa bruciare miliardi, costi per lo Stato e meno risorse per i servizi, l’istruzione, la sanità.
Vuole la flat tax che non porta nessun beneficio ai redditi bassi, togliendo anche qui risorse ai servizi alle persone e realizzando sconti ai redditi alti. È indifferente al fatto che quota 100, finanziata con il debito, si scaricherà sulle nuove generazioni. La parte di popolazione, cioè, in questo momento più colpita e vittima di queste folli politiche di bilancio.

 

Ecco perché noi dobbiamo riprendere, sviluppare, implementare, definire ancor meglio le nostre proposte su tutti questi temi.

 

Dobbiamo aprire ora una seconda fase.

 

La nostra proposta all’Italia

Ponendo al centro della nostra iniziativa politica la questione di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità e la questione sociale.

 

Significativi approdi su questo terreno li abbiamo già presentati nel corso della campagna elettorale con l’avvio del “Piano per l’Italia”.

 

Vanno ulteriormente arricchiti e messi al centro di una forte battaglia parlamentare e nel Paese.

 

Questa alternativa significa proporre un’altra Italia e un futuro migliore per tutte e tutti.

 

Dimostrando che una sincera battaglia per la giustizia è anche il modo migliore per ricostruire quella coesione nazionale indispensabile per uno sviluppo più rapido, ordinato e efficiente delle imprese, delle parti più avanzate del nostro tessuto produttivo, dell’innovazione, della ricerca, della scolarizzazione di massa, del miglioramento del sistema formativo e universitario.

 

La giustizia sociale e l’equilibrio territoriale garantiscono un nuovo ordine più stabile e duraturo.

 

Il populismo di destra, che sfascia i conti pubblici e rafforza le disparità strutturali del tessuto sociale, non potrà, invece, che portare a un nuovo più grande disordine e inevitabilmente, come parlano chiaramente i dati dell’economia italiana dopo un anno di loro governo, aggravano la crisi e riducono la competitività del nostro sistema Paese.

 

Così come dobbiamo ulteriormente sviluppare l’impianto verde e ambientalista emerso nella nostra campagna elettorale. Non ritorno su tutte le nostre proposte. Tuttavia mi è parsa efficace la nostra idea di un ambientalismo non inteso come una serie di frammentari vincoli ma come la sostanza di una nuova ipotesi di sviluppo qualitativo della società in grado di creare lavoro. Come esercizio di una responsabilità verso il Pianeta e le future generazioni, capace di sviluppare un senso comunitario e di far sentire i cittadini partecipi ad una grande impresa comune che è anche una grande occasione di benessere e di ricchezza.

 

In Europa il voto verde è stato assai significativo. In Germania i Verdi hanno superato perfino i socialdemocratici.

In Italia ciò non è avvenuto. Non è un bene. Spetta ad un Pd diverso, e promotore di un campo grande di energie, diventare il partito verde che manca al Paese.

 

Così come va proseguita con coraggio la nostra iniziativa a difesa dei diritti dei cittadini. Come possibilità per ognuno di esprimere se stesso, di attingere alle proprie facoltà, di realizzare le proprie attitudini.

 

Diritti come costruzione del proprio sé, della propria identità.

 

Che non può esserci, intendendo i diritti come egoistica pretesa del proprio godimento personale, e non come esercizio consapevole delle proprie scelte in relazione con gli altri. Come atto di responsabilità verso se stessi, verso la propria naturale vocazione e verso il diritto degli altri di poter fare altrettanto.

 

Infine il nostro impegno per l’Europa. Dobbiamo ulteriormente rafforzare il nostro profilo europeista. Credo che su questo ci giochiamo molte delle nostre possibilità di riattivare un’empatia con le nuove generazioni.

 

Le ragioni le abbiamo ripetute più volte. Così come abbiamo ribadito più volte la necessità di un cambiamento dell’Europa, che è la condizione per farla vivere e sviluppare.

 

La nostra piattaforma elettorale è stata ricca di analisi e di proposte sulle quali tutto il partito dovrà concentrarsi, in particolare la nostra delegazione eletta al Parlamento europeo.

 

Lo scenario è molto in movimento. I sovranisti sono cresciuti ma non hanno sfondato. Mi pare che davvero nel nuovo Parlamento europeo si possa realizzare una possibile alleanza da Tsipras a Macron.

 

Non solo in chiave antisovranista, ma per correggere gli errori del passato e imprimere un impulso ad una Europa che investe, che cresce socialmente e che aggiorna e sviluppa il suo modello di vita e la sua funzione di civiltà.

 

Ci impegneremo nelle prossime settimane a determinare gli equilibri più avanzati che si possono conquistare nell’Unione, anche con la valorizzazione nei ruoli fondamentali di governo e istituzionali delle personalità, a partire da quelle italiane, più autorevoli e competenti del gruppo dei Socialisti e dei Democratici.

 

L’Europa è salva, ma ora deve cambiare

L’Europa non è un monolite. Non è destino una perenne egemonia tedesca. Sono emerse nuove forze e si sono affermate nei vari Paesi europei nuove sensibilità.

 

L’Europa è un campo di battaglia, di conflitto. Dove con la lotta e il compromesso si tratta di conquistare ad una prospettiva democratica ed emancipativa il maggior numero di forze possibili. Più forza si ha e più egemonia si esprime e più l’Europa sarà vicina a ciò che vogliamo e sogniamo. L’Italia, purtroppo governata dai gialloverdi, con il loro sostanziale isolamento, conta molto di meno di quanto potrebbe.

 

Invece, la prossima legislatura deve essere anche l’occasione di un balzo in avanti nell’integrazione politica dell’Europa.

 

Non se ne esce.

L’Europa non può essere uno spazio geografico sorretto esclusivamente da un grado di civiltà ancora nettamente migliore rispetto al resto del mondo.

 

Il suo ruolo non può limitarsi a mantenere questo benessere, affidandosi ad una egemonia planetaria della sua storia e della sua ricchezza culturale e di pensiero.

In questo modo l’Europa sarà travolta e decadrà irrimediabilmente.

 

Al contrario, l’integrazione politica deve significare dare forza statuale all’Unione.

 

Una forza benigna, ma di forza si tratta. L’arena mondiale è abitata da soggetti statuali e politici forti. Non solo politicamente ed economicamente ma anche militarmente.

 

Il cittadino europeo si sente, invece, in mezzo al guado.

 

Tra un’identità nazionale che inevitabilmente tende a sfrangiarsi e un’identità europea che non riesce a sostituirla.

 

La fragilità europea è precisamente in questa contraddizione.

Non la si risolve, anzi si aggrava, con la risposta sovranista. Illusoria e bugiarda. Ma non la si può affrontare neppure con uno status quo che ripropone un profilo dell’Unione burocratico, farraginoso, di contrattazione egoistica tra i vari Stati.

 

Occorre una nuova leadership europea che assuma il compito di dare all’Europa una nuova soggettività statuale e una più grande forza di rappresentanza. Una missione ed una identità.

 

Partendo intanto dagli Stati già pronti a compiere questo salto. Rimanendo aperti agli altri qualora nel futuro scegliessero di partecipare alla prova.

 

Ma da subito serve più coesione, politiche integrate economiche, sociali, culturali ma anche sulla difesa e sull’organizzazione militare. In grado di dare, appunto, forza all’Unione.

E lo facciano pesare per equilibri di pace e di maggiore giustizia nel mondo.

 

Diceva Machiavelli che i profeti disarmati generalmente perdono. Che per costruire un nuovo ordine occorre sicuramente la “fortuna”, la “virtù”, ma accompagnate, uso le sue parole, da “eserciti propri”.

La nostra delegazione a Bruxelles avrà un ruolo importante per l’Italia. Siamo la seconda forza del gruppo del PSE nell’ambito di un sistema di alleanze che abbiamo costruito e che ci rende autorevoli nel nostro intervento circa l’agenda di governo del Paese.

Tutto ciò aiuterà l’Italia molto più del nazionalismo leghista, che ci isola e indebolisce.

Il partito e l’alleanza

La forza, ritornando alla situazione italiana, è assolutamente necessaria, naturalmente in forme diverse, anche al campo democratico e della sinistra.

Uno degli aspetti più attrattivi di Salvini, al di là dei contenuti che propone, è il suo modo di trasmettere sicurezza ed energia.

Le sue parole sono nette, univoche e non contrastate, il suo partito è organizzato al centro e nei territori.

Noi che immagine diamo?
Di un partito assai poco compatto. Non perché discute e si confronta; questo è un gran bene; piuttosto perché è un arcipelago di luoghi in cui si esercita in modo disordinato la sovranità e i differenti modi di praticare la politica e di esercitare il potere. C’è un gruppo dirigente nazionale attorno al leader, appesantito da un regime correntizio. Ci sono realtà territoriali del tutto autonome, separate e come feudalizzate.

 

C’è un’articolazione di gruppi di potere che spesso, indifferenti alle idee, si collocano da una parte e dall’altra, con un leader o con un altro, a seconda delle convenienze. C’è un

patrimonio ancora grande di militanti generosi, di amministratori infaticabili, soprattutto giovani, ma che lamentano una mancanza di sedi di confronto, una solitudine e uno scarso sostegno da parte dell’insieme del partito.

Potrei continuare.

Ma tutto questo non dà un’immagine e non trasmette una sostanza di forza. Piuttosto di fragilità e di poca credibilità.

 

Non ce lo possiamo permettere. Perché il voto ci consegna la responsabilità di essere il pilastro, il baricentro di una alternativa alla destra.

Il soggetto fondamentale di un bipolarismo che ripropone l’alternativa tra destra e sinistra.

In questo senso il tema del partito va affrontato schiettamente e subito.

Serve una vera e propria rivoluzione o non ce la facciamo.

 

Come recuperare una nostra forza che è indispensabile per prospettare un avvenire diverso e per costruire un nuovo ordine nel Paese?

 

Non possiamo certamente fare come Salvini. Affidarci, cioè, al protagonismo di un leader e costruire intorno ad esso il partito.

Non ci credo. Non ho scelto questa strada e non la praticherò mai.

 

Il comando assoluto di una sola persona è la premessa di una sua solitudine e infine di una sua sconfitta. Ed è totalmente in distonia con ciò che serve a noi e all’Italia: la costruzione di un campo largo, plurale e vivo di persone consapevoli su cui si possa poggiare la Repubblica.

 

Così come mi pare poco convincente un affidamento esclusivo alla bontà dei nostri programmi, dei contenuti, della propaganda e dell’azione istituzionale.

 

No. Occorre un partito, anche se diverso, radicalmente e sostanzialmente nuovo. Una volontà che agisca e smuova le cose. Una presenza concreta e organizzata che susciti e guidi i processi, nella società nei suoi luoghi e nella rete.

 

Ne parleremo in una apposita assise. Ma non vedo altra strada se non cominciare a praticare una politica diversa e costruire un partito diverso. Se vogliamo essere un campo largo come più volte abbiamo detto, abbiamo bisogno di più elaborazione e cultura politica, di più partecipazione nelle decisioni e quindi di una democrazia interna più vera e infine di un profilo ricco, articolato ma compatto e incisivo da presentare tutti assieme agli italiani.

Anche per questo ho chiesto a Gianni Cuperlo di costruire e proporre un progetto nuovo, finalmente una fondazione di tutte e di tutti come luogo e opportunità di analisi permanente e di formazione del Pd in collegamento con le migliori facoltà delle università, con i centri di ricerca e per coinvolgere il meglio di una nuova generazione in un compito di analisi del presente e costruzione dell’avvenire.

 

Se sono queste le esigenze, non abbiamo bisogno di correnti organizzate per armarci all’interno, ma che ci disarmano all’esterno.

 

Abbiamo bisogno di aree politiche, di fondazioni, di centri di elaborazione, di un pluralismo attivo di idee.

 

Certe volte mi chiedo da quanto tempo ormai non proviamo neppure a dare ai giovani un nostro modello di società: come pensiamo si debba produrre, quali sono i nostri valori di vita, le relazioni sociali e i comportamenti che vogliamo favorire, i diritti e le responsabilità che vorremmo stabilire e far vivere.

 

Siamo sicuri che le nuove generazioni cerchino solo una libertà da sperimentare individualmente, quasi sempre alla fine subalterna ai modelli dominanti o, invece, pretenderebbero da noi un progetto alternativo, al quale aderire e al quale anche la nostra pratica e i nostri comportamenti come partito dovrebbero essere coerenti?

 

Accanto alla ricerca teorico-politica e culturale occorre un allargamento della partecipazione; va conferita una parte della sovranità delle decisioni alla base della piramide. Abbiamo parlato di Piazza Grande, di Agorà, di incontro fisico tra le persone che possano partecipare, incontrarsi e decidere a partire dalla valorizzazione del loro contributo libero e personale. Da intrecciare liberamente (in maggioranze e in minoranze perennemente cangianti a seconda delle questioni che si trattano) con il contributo personale degli altri.

 

Il gruppo dirigente eletto nei congressi dovrebbe proporre sulle questioni fondamentali politiche che riguardano la nazione, alternative di scelta ragionate e motivate sottoponendole poi alla valutazione degli iscritti e degli elettori.

 

Accanto a ciò, dovrà agire il “partito digitale” sul quale stiamo elaborando un progetto da discutere e avviare e sul quale dovremo investire anche finanziariamente.

 

Infine, se è indispensabile la “forza”, sulle decisioni assunte occorre camminare tutti assieme; e quel tutti assieme è possibile perché dietro alle spalle ha questo processo di libertà di pensiero nei gruppi dirigenti, di ricerca intellettuale, di verifica democratica, di complessiva valorizzazione delle nostre leadership che non possono essere azzerate o sussunte dal ruolo salvifico del segretario.

 

È molto difficile ma io la leadership la intendo in questo modo e a me sembra che esattamente di questo abbiamo bisogno: unire e far lavorare tutti e valorizzare le migliori energie verso obiettivi e programmi comuni. Ci vuole lealtà, rispetto e fiducia nella scommessa del valore del noi.

 

D’altra parte, come non vedere che questo modo di ragionare e questa impostazione è alla base dell’ottimo voto che abbiamo ottenuto alle amministrative, soprattutto in molte grandi città?

Non faccio l’elenco. Ma sicuramente le imprese di Nardella a Firenze, di Decaro a Bari, di Gori a Bergamo (solo per citare quelle ottenute nei centri più grandi) sono state magnifiche. Tutto il partito deve saper valorizzare e ringraziare i nostri amministratori e i nostri Sindaci.

Ma qual è stata la chiave del successo? Perché lì abbiamo convinto e vinto, mentre abbiamo avuto grandi difficoltà in particolare nei piccoli centri del Mezzogiorno?

 

Credo che abbiano contato tre elementi.

In primo luogo, la credibilità delle classi dirigenti che abbiamo proposto, del leader che le ha guidate e dei programmi che sono stati alla base delle nostre liste. Insomma ha pesato una credibilità complessiva del PD e dell’alleanza, fondata anche, direi in modo decisivo, su un’esperienza di governo precedente ritenuta positiva e di profondo cambiamento.

 

In secondo luogo, nelle battaglie in queste città si è puntato davvero ad una partecipazione popolare. Abbiamo discusso nei quartieri, nelle singole strade e persino nelle singole case. Ci siamo sporcati le mani, abbiamo ascoltato, abbiamo recepito e abbiamo rappresentato.

Abbiamo suscitato un’esperienza comunitaria, inclusiva. Siamo usciti dalla dimensione esclusivamente istituzionale, per verificare nel concreto l’effetto delle nostre idee e delle nostre azioni.

Infine, nel momento del voto e della lotta, abbiamo agito in modo coerente e deciso. Plurale ma unitario. Abbiamo convinto perché è stato evidente lo sforzo di tutti di raggiungere lo stesso obiettivo.

 

Questo, in fin dei conti, se non ci si vuole affidare esclusivamente ai media e alla rete, è il segreto per poter riportare tanti cittadini ad avere fiducia e all’impegno politico.

 

Ed è il modo anche per far convivere le differenze, le opinioni diverse e le storie diverse.

 

Abbiamo allargato il campo verso destra e verso sinistra. Dando ad ogni forza la certezza di una sua determinante funzione per il comune successo.

Anche per questo, partendo dai dati delle amministrative e del voto europeo spesso così diversi, avvieremo da subito una valutazione attenta dei territori collegio per collegio per capire la situazione e valutare le caratteristiche delle candidature future per combattere sempre al meglio e farci trovare pronti ad ogni evenienza.

 

Cari amici, questa è la funzione del PD. Questo è il modo di ricostruire e rafforzare il PD e costruire una nuova alleanza. Ripeto: pluralismo delle idee, democrazia, anche deliberativa, alla base della piramide, unità al momento del confronto con la società e della lotta contro i nostri avversari.

Vedete, ho più volte sostenuto che di fronte ai pericoli della destra il campo democratico dovrà essere abitato anche da altre forze oltre il PD: un nuovo partito e una nuova alleanza. E questo rimane il mio obiettivo.

Eppure, per ottenere questo duplice obiettivo, noi abbiamo il compito di concentrarci sul PD, di coltivare al massimo la pianticella che abbiamo piantato con il voto del 26 maggio.

 

Per questo non abbandono affatto la vocazione maggioritaria. Non intesa come la volontà di saturare ogni spazio politico, di imporre un’egemonia agli altri, di conchiuderci in una alterigia sprezzante o nella convinzione di essere sempre migliori degli altri. No. Piuttosto, come ambizione di diventare noi stessi, sempre di più, un luogo plurale dei democratici, con una forma partito totalmente nuova, così come ho cercato di definirla. E che dunque continui a unire culture, sensibilità e tradizioni diverse.

E che attraverso questo mescolamento antiideologico ma proteso a costruire un avvenire diverso, riesca a parlare a tutte le italiane e gli italiani. Riesca a offrire una prospettiva di riscatto all’insieme della nostra Repubblica; diventando il pilastro forte e credibile capace di attrarre ulteriori forze e soggetti politici.

I Moderati, il centro, la sinistra: invito tutti a utilizzare con cautela e attenzione queste categorie. Non bastano davvero a organizzare il consenso. Parliamo della vita, non del Grande Fratello. È cambiato molto se non tutto, la sfida culturale e sociale casomai è quella di ridefinire identità e collocazione a partire da scelte, politiche, capacità di rappresentanza.

Non si tratta, a mio avviso, di indirizzare il nostro sforzo solo in una direzione. Si dice spesso che occorre parlare ai moderati.

Qui si è rivoluzionato tutto; intrecciato e confuso.

Per questo è importante in ogni processo partire dalle scelte, le politiche, i valori.
Il nostro obiettivo è quello di offrire all’insieme di una società spaccata e disorientata una piattaforma di rinascita democratica e nazionale. Con gli strumenti adatti all’oggi e a partire dai nuovi conflitti e dalle nuove contraddizioni che affliggono l’Italia.

Dunque, nell’alleanza democratica contro la destra, se altre forze daranno il loro contributo, ben venga. Ma è bene che scaturiscano da novità politiche fondate su una rappresentanza reale di orientamenti e di interessi.

Ma non voglio fare alcuna previsione o suggerire alcun percorso.
Vedremo in che modo evolverà la crisi dei 5Stelle e se da lì partirà una diaspora con parti che si collocheranno contro la destra. Vedremo cosa accadrà al Governo e le forme che assumerà l’alleanza di centrodestra.

Vedremo se i liberali italiani, quelle forze tradizionalmente laiche e repubblicane, ma non di sinistra, sapranno costruire una soggettività politica credibile.
Vedremo.

La lista unitaria delle Europee indica una strada di collaborazione tra diversi.
Ma la questione è che se il PD stesso non sarà l’animatore, l’esempio, la calamita di una alternativa, non ci sarà alcuna alternativa.

E per fare ciò il PD deve rafforzarsi, cambiare al suo interno, ricostruire cultura e gruppi dirigenti, in un pluralismo virtuoso che valorizza i contributi e la battaglia delle idee per trovare insieme uno sbocco unitario nell’azione e nella lotta.

 

Una rivoluzione organizzativa e un piano per l’Italia.

Ecco perché non dobbiamo perdere neppure un minuto. Dopo i ballottaggi nelle città occorre fare una direzione strategica che approvi un programma di lavoro che secondo me deve avere questi pilastri:

L’avvio di una rivoluzione organizzativa che innovi radicalmente il nostro essere comunità, moltiplicando le forme di partecipazione e militanza nei territori e il radicamento nei luoghi della vita. Che rafforzi i nostri strumenti di comunicazione assolutamente insufficienti, dotandoci come ho detto di strumenti efficaci di analisi e formazione.

Questo lo faremo non solo con uno sforzo organizzativo ma chiamando a raccolta il Paese e preparando un vero “Piano per l’Italia”. Dopo i ballottaggi impegneremo i territori in una vera e propria costituente delle idee, aperta alla società, e coinvolgendo forze sociali culturali produttive, dell’associazionismo.

Apriamo noi un grande dibattito sul futuro dell’Italia attorno ad alcune grandi opzioni.

 

Convochiamo noi appuntamenti aperti.

Con la Fondazione prepareremo per ottobre un grande evento pubblico nazionale.
Tre giorni di Proposta all’Italia. Una grande convention.

In campagna elettorale abbiamo iniziato a mettere in campo idee: alzare i salari più bassi abbassando le tasse sul lavoro, creare lavoro attraverso la rivoluzione verde, imporre nell’agenda il tema della scuola, della formazione e del dramma della dispersione scolastica.

 

Temi scomparsi e assenti nell’agenda di Governo.

Quindi come abbiamo detto abbiamo realizzato solo l’inizio di un percorso e ora dobbiamo tornare ad incontrare il Paese. Dargli una meta e un obiettivo da raggiungere, perché parafrasando Seneca: Per il marinaio non c’è vento favorevole se non è chiaro il porto dove si vuole andare.

E da subito occorre costituire la segreteria, nominare i presidenti dei forum e dare gli incarichi di lavoro che servono, tenendo presente che su alcune questioni il voto solleva delle vere e proprie emergenze. Il Mezzogiorno, la nostra presenza nelle piccole città e nei borghi. Si potrebbe pensare a delle vere e proprie task force di alto livello in grado di agire su queste criticità.

 

Finora ho parlato di politica.

Ora voglio accennare a qualcosa di politico ma che va oltre la politica.
In questa campagna elettorale c’è stato un grande successo personale del medico di Lampedusa, Bartolo. Perché? In fondo ha fatto una campagna elettorale molto sobria, sotterranea. Non è una star e nella vita si è dedicato a un lavoro oscuro e silenzioso: quello di curare i malati, tutti i malati.

l successo sicuramente lo ha ottenuto anche perché una parte del mondo cattolico, sdegnata dai comportamenti di Salvini, con il suo rosario malamente utilizzato come arma di propaganda, ha deciso di sostenere Bartolo.

 

a il vero motivo del suo successo è una semplice parola: umanità.
È stato votato perché ha rappresentato il volto di una persona umana, che al di là di ogni ideologia, di ogni convenienza personale, di ogni pubblicità vantaggiosa, ha esercitato la sua professione con umanità. Ponendosi esclusivamente l’obiettivo di alleviare la sofferenza dell’altro.

 

Forse questo sentimento è ancora minoritario nell’animo degli italiani.
Sicuramente non tutti hanno misurato ancora l’offesa umana che la nuova destra porta con sé.

 

Ma sono convinto che la scintilla, seppure oscurata dalle paure, dall’ansia, dalle risposte demagogiche e false che circolano come tossine nel nostro Paese, è ancora lì. Presente nell’animo di milioni di donne e uomini italiani.

 

L’alternativa che propone il PD non deve essere solo di classi dirigenti e contenere le proposte giuste per invertire la crisi nazionale.

 

Deve essere innanzitutto il risveglio della coscienza solidaristica e cristiana che è alla base della civiltà europea. E che ha fondato nella modernità il rispetto della vita e delle persone.

Io ne sono convinto: insieme si può cambiare rotta.