In viaggio. La sinistra verso nuove terre è il titolo del suo ultimo saggio pubblicato per Donzelli. Quel volumetto uscito l’anno scorso conteneva già alcune tracce del lavoro che Gianni Cuperlo sta portando avanti come politico e intellettuale all’interno di un Partito democratico in cerca di una «rifondazione», aprendo un dialogo con le piazze e i movimenti. Un lavoro che è sfociato nella convention dello scorso novembre a Bologna. Una tre giorni dal titolo “Tutta un’altra storia. Gli anni Venti del 2000”, che Cuperlo ha aperto con una considerazione alta e suggestiva: «Di rivoluzioni ce ne sono state tante nella storia ma pochissime sono state le rivoluzioni delle idee».

 

È tempo per la sinistra di aprirsi a un pensiero nuovo che metta al centro le persone, la socialità, il benessere non solo materiale?

Diverse sono state le rivoluzioni che hanno cambiato il modo di lavorare o di vivere, l’elettricità, la macchina a vapore, la catena di montaggio. Invece pochissime sono state le rivoluzioni che hanno avuto la potenza per cambiare il modo di pensare. L’Illuminismo o il Romanticismo per dire. La rivoluzione digitale e l’algoritmo appartengono a questa seconda categoria ed è per questo che a noi spetta un compito enorme. Vale a dire? Fondare una sinistra disancorata dalle sue vecchie certezze e proiettata in questo nuovo tempo storico. Se vuoi, capendo che la domanda incalzante non è più solo una redistribuzione di risorse ma una redistribuzione di poteri. E il primo potere da riconquistare per milioni di donne e uomini, oggi come ieri, è quello sulle scelte che riguardano la propria vita, la libertà e dignità di ciascuno, a iniziare dalla sfera irriducibile del rispetto dei diritti umani delle donne. Se ripartiamo da qui con la radicalità di un pensiero in asse con la storia saremo in grado di reggere l’urto della peggiore destra che ci sia capitato di contrastare.

 

La democrazia rappresentativa sta vivendo una forte crisi ma la cosiddetta democrazia diretta e populista non rischia di essere un “rimedio” peggiore del male?

Penso che il punto sia la lettura che diamo della crisi della democrazia. Per molto tempo è stata intesa come una crisi di governabilità e da quella premessa è disceso l’accanimento poco terapeutico sui sistemi elettorali come garanzia di riassetto dell’offerta e del sistema politico. La realtà è che la democrazia soffre anche e soprattutto per un deficit di rappresentanza, ma quando milioni di persone iniziano a pensare che l’ostacolo alla soddisfazione dei loro bisogni siano le istituzioni, nazionali o sovranazionali, lì può prodursi uno strappo che si traduce in una democrazia percepita come inutile e distante da chi vorrebbe rappresentare. A quel punto la scorciatoia populista può penetrare come lama nel burro e per arginare l’onda servono anticorpi attrezzati sul terreno ideale, politico. E delle ricette, a partire dall’economia.

 

La sinistra in tutta Europa sta vivendo un periodo di forte crisi. Penso in particolare all’Spd oggi ai minimi storici, per non dire dei socialisti francesi. Ma anche la sinistra più radicale stenta, in Italia è estremamente frammentata. Quali sono le cause di questa crisi?

Detto che l’Spd ha appena compiuto una scelta di discontinuità spostando a sinistra il suo baricentro, credo siano cause che non puoi limitare all’ultima stagione. Esse affondano in un ciclo lungo che ha visto le sinistre in Europa subire l’idea di un compromesso deteriore, un primato dei valori progressisti sul versante della qualità della democrazia e dell’accesso alla cittadinanza combinato al primato delle ricette liberiste sul fronte economico e sociale. La crisi del 2008 spazza via questo equilibrio in sé precario, colpisce le certezze della classe media e ci propone una destra venata di pulsioni autoritarie che ribalta lo schema e propone ricette populiste in economia, per altro irrealizzabili, combinandole coi valori più reazionari sul versante della democrazia e della cittadinanza. Oggi questa è la destra che dobbiamo combattere e sconfiggere. Non è semplice, ma non sbagliare l’analisi sull’avversario è premessa per riuscirci.

In parte fa eccezione il Labour che oggi è forse il più grande partito europeo di sinistra. Corbyn ha presentato un programma molto radicale, riuscendo ad accendere un dialogo con i più giovani. Che ne pensi?

Vedremo il voto del 12 dicembre, ma comunque vadano quelle elezioni la leadership laburista ha avuto la forza di correggere in modo significativo l’asse culturale di quel partito, ha rimotivato le generazioni entranti e ridato entusiasmo a un pezzo di società che un blairismo fuori tempo aveva finito col mortificare. Non penso che ci possano essere modelli esportabili e ogni Paese ha la sinistra che si merita, ma considero un errore la caricatura di quella esperienza come da alcune parti si tende a fare.

 

Le piazze delle sardine, quella dei Fridays, le proteste dei lenzuoli riescono a muovere migliaia di persone. I movimenti interrogano radicalmente la forma partito. Va ripensata? In che modo?

C’è una domanda di radicalità intesa come coerenza e chiarezza del sentiero che vuoi imboccare. Per me vuol dire ridare centralità al tenia della lotta alla disuguaglianza, non confondere tra solidarietà e beneficenza, riporre mano a categorie e automatismi che non agiscono più come prima nel senso che puoi avere un po’ di crescita assieme a una forbice più ampia delle disuguaglianze, l’aumento degli occupati assieme a un incremento della povertà. Solo se assumi un punto di vista diverso e eviti di camminare con la testa rivolta al passato puoi pensare di sciogliere nodi che nascondono i nuovi conflitti in atto.

 

I ragazzi dei Fridays non chiedono “solo” misure di contrasto al climate change, ma pongono questioni ancor più complesse, puntando il dito contro un capitalismo sempre più predatorio che distrugge l’ambiente e anche i legami sociali. Parlano di rigenerazione urbana, di sviluppo sostenibile, di un modo nuovo di fare società. Come rispondere?

Intanto prendendoli sul serio e accettando l’idea che quella loro agenda interroga per primi noi, la sinistra. L’ultima estate ha visto circa duecento grandi imprese americane licenziare un documento dove rivedevano l’impianto sulla missione del fare impresa, contestavano il dogma della massimizzazione dei profitti nella logica di alti dividendi per gli azionisti e ragionavano di una diversa responsabilità sociale dell’impresa verso i territori dove si insedia, il governo locale, le stesse forze sociali coinvolte, insomma una logica diversa dopo la sbornia del capitalismo finanziarizzato che considerava i diritti dei lavoratori retaggio di un tempo morto. Non pretendo di convocare la rivoluzione domattina e neanche il prossimo mese, ma la carta di un ripensamento del modello di economia, Stato e società, ecco almeno questo mi piacerebbe che da sinistra lo rivendicassimo anche noi.

 

La vitalità dei movimenti rischia però di disperdersi se non c’è una traduzione politica. Potrebbe nascere un nuovo soggetto politico? In che modo?

Leggo e ascolto gli animatori di questo movimento delle sardine e trovo una maturità che mi colpisce. Sono loro i primi a spiegare che non serve un altro partito da sommare a quelli che già esistono e che il tema, casomai, è spingere quei partiti a cambiare più di quanto non abbiano avuto il coraggio di fare sinora. Se penso al Pd, la paura che dobbiamo avere non è nell’idea che quelle piazze si facciano partito perché ragionevolmente non accadrà. La vera paura è che quelle piazze piene di persone pronte a stare da questa parte si sentano deluse da noi.

 

Il nuovo statuto del Pd ha recuperato l’antifascismo. Dalla migliore tradizione della sinistra può nascere il nuovo?

A essere sincero, statuto o non statuto, ho sempre vissuto l’antifascismo come un tratto costitutivo della nostra identità. Se oggi torna a esercitare quella centralità è anche perché in campo c’è una destra che manifesta spesso un grado di irresponsabilità verbale, e non solo, nel modo in cui approccia la storia più tragica del secolo alle spalle e le colpe di un regime che ha trascinato l’Italia nell’avventura più buia della nostra parabola.

 

Con la dipartita di Calenda e di Renzi, dopo la sbornia neoliberista, il Pd può rifondersi su basi nuove e più radicali? In che modo?

Direbbe lo scrittore che “dipartita” è un termine largamente esagerato! Hanno solo scelto di fondare altri due partiti. Lo reputo un errore perché di fronte a una destra pericolosa rompere l’unità della principale forza che vi si oppone rischia di essere un favore che fai agli altri. Detto ciò il Pd deve ripensarsi alla radice, chiudere la pagina dell’autosufficienza e chiedere al meglio del civismo, del lavoro, della cultura, delle buone amministrazioni, di rimboccarsi le maniche assieme a noi. A Bologna nelle tre giornate di “Tutta un’altra storia. Gli anni Venti del 2000” abbiamo iniziato a farlo dando voce a tante e tanti che in anni recenti non avevamo più “disturbato” e la risposta ha stupito noi per primi, aspettavamo sette ottocento persone, ne sono arrivate quasi quattromila a testimoniare che una domanda esiste e tocca anche a noi offrirle la giusta risposta.