Maurizio Martina è da quattro giorni il “reggente” del Partito democratico dopo le dimissioni di Matteo Renzi. L’assemblea nazionale prevista in aprile deciderà se eleggerlo segretario. In attesa dei gradi, tocca a lui interpretare la linea che i dem si sono dati sullo stallo post-elettorale. Nessuna possibilità che il Pd apra a un accordo politico di governo, né con M5S né con il centrodestra.
 
«Il voto del 4 marzo dice Martina a Repubblica ci ha consegnato a una funzione chiara: l’opposizione. Da lì sfideremo chi governerà sul tema del cambiamento del Paese». Sulla ricostruzione del Pd, dice, «serve un cambio di fase, idee più radicali, siamo stati percepiti come il partito del Palazzo, che difende il benessere di chi già ce l’ha. Il Pd riparta da un progetto forte di comunità».
 

Maurizio Martina, partiamo dalle basi: bisogna chiamarla segretario o reggente?

 
«Segretario non lo sono, su questo deciderà l’assemblea nazionale. Io darò una mano al Pd indipendentemente dal mio incarico».
 

Sa cosa dicono molti? Chi gliel’ha fatto fare a Martina di prendersi questa grana?

 
«Sì, me l’hanno detto in tanti. Ma io credo davvero che dopo questa sconfitta storica il Pd possa ripartire. Servirà un grande cambio di fase e nuove idee, anzi un vero rovesciamento delle idee guida che ci hanno condotto fin qui. Serviranno umiltà e audacia. Ma soprattuto questo è il tempo dell’orgoglio».
 

Per orgoglio dite no all’ipotesi di sostenere un esecutivo guidato dal M55?

 
«In passato i 5 Stelle ci hanno detto di tutto. Ma la politica non si fa mai con il risentimento. Il punto è che noi dobbiamo sfidarli sul terreno su cui hanno preso i voti: la domanda di cambiamento. A loro il pallino di trovare una soluzione per il governo, a noi quello di dimostrare da subito che siamo più attrezzati per dare risposta alla domanda».
 

In tanti politici, artisti, intellettuali dicono: il Pd ha l’obbligo di sostenere un esecutivo a guida M55.

 
«Si rivolgano piuttosto a chi hanno votato e gli chiedano cosa intende fare. Quando Di Maio si stupisce che nessuno lo abbia chiamato, gli dico: sei il leader che ha vinto, chiama tu. Ci sfidiamo su un confronto di merito e, per come la penso io, vediamo perché no. Il 4 marzo ci ha consegnato a una funzione chiara: stare all’opposizione. Il punto è che i 5 Stelle sono entrati nella dimensione dell’ipertattica».
 

M55 e Lega minacciano di cambiare la legge elettorale.

 
«Bene, spiegheranno ai cittadini che li hanno votati che la loro grande rivoluzione è il cambio del Rosatellum».
 

Lo cambierebbero per tornare al voto e ottenere una maggioranza piena.

 
«Salvini sa più dei 5 Stelle che tornare al voto dopo aver fallito l’onere di dare un governo al Paese può essere rischioso. Di Maio sembra crederci davvero, di potere prendere ancora più voti. Ma la storia della politica è piena di calcoli a tavolino giusti in teoria e sballati alla prova dei fatti».
 

Potete ancora entrare in un gioco di alleanze, magari con il centrodestra, se lo stallo prosegue?

 
«Il voto degli italiani ha stabilito la nostra posizione. Lavoreremo dall’opposizione. Non saremo indifferenti a ciò che dirà Mattarella, ma il nostro compito è prepararci a essere minoranza parlamentare e da lì dare un contributo al Paese».
 

Franceschini propone di puntare su una legislatura costituente con un governo condiviso da tutti.

 
«L’onere di trovare una soluzione non spetta a noi».
 

Quindi starete fuori anche dalla partita delle presidenze della Camera.

 
«Chiediamo figure autorevoli, non è poco. I rappresentanti M5S che io e Guerini abbiamo incontrato oggi non facevano che ripetere “i cittadini chiedono, i cittadini dicono…”. Però mi pare che il gioco di palazzo, per ora, sia tutto loro».
 

Ma è il Pd che gli elettori hanno considerato il partito del Palazzo.

 
«Vero, purtroppo. Alle volte il confine tra responsabilità ed establishment può essere labile. Siamo stati percepiti troppo come coloro che difendono il benessere di chi già ce l’ha. L’analisi del voto lo conferma: facciamo fatica nelle periferie, negli strati più deboli. Non si può che ripartire da lì».
 

E come?

 
«Servono occhiali nuovi per leggere la realtà. Non basta la crescita per ridurre le disuguaglianze. Deve venire prima il capitale sociale e poi quello economico. Siamo cresciuti in una sinistra che riteneva automatico che pil e dati macroeconomici portassero con sé il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. I governi di centrosinistra hanno portato dati reali positivi, eppure siamo stati bocciati. Il voto ci ha sbattuto in faccia questo cambio di paradigma».
 

Calenda dice che, a spiegare al tornitore che la globalizzazione è un’opportunità, lo si regala alla destra.

 
«Ha ragione. Non basta più alzare la bandiera della società aperta. Il mito cosmopolita non è più sufficiente a spiegare il cambiamento che la gente vive. Abbiamo regalato alla destra il bisogno di protezione. Una destra che ha cambiato pelle in ragione della nuova stagione, passando dal postliberismo all’identitarismo, e ha fatto della chiusura la sua parola d’ordine. La sinistra, invece, non ha la sua nuova bandiera».
 

Vuole spostare il Pd più a sinistra?

 
«Quelli che spiegavano che il problema era semplicemente spostarsi a sinistra cos’hanno raccolto? Niente. Per me è vecchio anche il blairisimo, così come non basta più la socialdemocrazia. Ci serve un po’ di radicalità nelle idee. Ora dobbiamo ripartire con una idea forte di comunità. Interpretare l’articolo 3 della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza. Serviranno energie esterne al Pd, ma soprattutto un partito che torni a essere utile».
 

Utile?

 
«Serve un Pd che fa progetti di comunità, che mobilita su obiettivi che cambiano la vita quotidiana delle persone. Davvero crediamo che i 5 Stelle abbiano preso un voto su due al Mezzogiorno solo per il reddito di cittadinanza? Per me la risposta continua a essere il lavoro di cittadinanza, ma non mi basta dirlo nei convegni. C’è bisogno di un partito che sul territorio sappia essere soggetto attivo dei legami sociali, del valore condiviso, non un corpo estraneo».
 

ll congresso slitta al 2019?

 
«Anche su questo deciderà l’assemblea. Il congresso ci sarà, però dobbiamo dirci che non basterà una domenica ai gazebo per risolvere i problemi. Ha ragione Chiamparino, servono anche strumenti di democrazia diretta».
 

Volete copiare il M5S?

 
«Quello mi sembra un modello con grandi lacune. Penso piuttosto alla Spd, che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti».
 

Tutto bello, ma lei fin qui è stato vicesegretario di Renzi. Nulla da rimproverarsi?

 
«Abbiamo commesso sicuramente più dì un errore, da Renzi in giù, tutti. Ma attenzione a cercare capri espiatori, senza Renzi l’argine del Pd sarebbe crollato con quattro anni di anticipo».
 

Renzi ha costruito un partito basato sul consenso personale al leader. Sarà dura rimodellarlo.

 
«Ci sto a una riflessiona nuova su come interpretare il rapporto tra leadership e comunità. Ma oggi più di ieri non basta un nuovo leader per voltare pagina».
 

Si candiderà alle primarie?

 
«Non lo so. Io ci sarò con qualunque ruolo. Voglio solo dare una mano. Chiedo unità, offro unità. La collegialità deve tornare a essere un valore».
 

Sa cosa si dice di lei? Bravo, ma un po’ noioso.

 
«Noioso? Spero di poter smentire. Anche perché non mi pare che ci si possa annoiare di questi tempi».