Gennaro Migliore, riforma carceri

«Il governo Lega-M5S ha un programma giustizialista che ci farà fare un passo indietro di almeno quarant’anni», avverte Gennaro Migliore, il quale però ammette che «nel Pd c’è un problema e serve un Congresso che faccia chiarezza».
 

Tra meno di qualche giorno, potrebbe nascere il primo governo giallo-verde.

 
«È un governo che nasce sotto auspici decisamente negativi, anche perché Di Maio e Salvini ci hanno fatto aspettare 82 giorni ma fin dall’inizio era chiaro che questo sarebbe stato l’unico esito possibile. Del resto i segnali erano chiari: il consulente di Trump, Steve Bannon, lo aveva previsto immediatamente dopo il 4 marzo e le prime felicitazioni arrivate sono state quelle di Marine Le Peri. Insomma, siamo di fronte a un impianto sovranista e sfascista, tipico della natura dei M5S e in parte anche della Lega».
 

Teme che realizzino il loro programma?

 
«Il contratto di governo è la conferma plateale del pericolo al quale andiamo incontro. La loro proposta programmatica è la più giustizialista della storia della Repubblica e, se verrà realizzata, farà fare un salto indietro alla cultura giuridica del nostro Paese. Mi riferisco alle misure sul carcere e all’abbassamento dell’imputabilità dai 14 ai 12 anni, per esempio. Anzi, mi faccia dire che sono sorpreso che non ci sia stata alcuna mobilitazione da parte dei giuristi: il nostro governo ha subito scioperi perché non era celere nell’approvare alcune norme, che questo governo punta a cancellare in tronco».
 

Come andrà a finire, secondo lei?

 
«È un esperimento con due possibili conclusioni: o sarà un completo disastro, anche in relazione alle scelte di ministri e di premier inesperti. Oppure sarà il laboratorio di un progetto sovranista che punta a mettere in discussione l’essenza stessa dell’Unione Europea».
 

Partiamo dalla prima conclusione. Sul premier in pectore, Giuseppe Conte, già impazza la polemica.

 
«Io mi chiedo, onestamente, perché una persona che si vanta di essere molto titolata senta il bisogno di introdurre nel suo curriculum titoli che non ha. Serviva davvero scrivere di aver frequentato la New York University, per poi farsi correggere maldestramente dall’ufficio stampa dei grillini? C’è da dire, però, che i M5S hanno una lunga tradizione di curriculum taroccati, compreso quello del presidente della Camera Roberto Fico. A me, però, preoccupa di più ciò che nel CV non è indicato: Conte è stato uno dei sottoscrittori di una fondazione che finanziò la Fondazione Stamina, cioè una truffa ai danni nei malati. Ecco, questo mi sembra tipico di una modalità di scelta opaca da parte dei M5S, che nascono con lo streaming e muoiono nelle sedi nascoste dove si spartiscono le sedie di improbabili governi. Il contratto di governo mette in pericolo i risparmi degli italiani, come è evidente dall’andamento della Borsa e dello spread. La flat fax favorisce smaccatamente i ricchi, mentre il reddito di cittadinanza è già stato dato per irrealizzabile. Di Maio ha già detto che è una misura subordinata alla riforma dei centri per l’impiego, peccato che il maggior consulente M5S, Domenico De Masi, abbia già detto che solo per fare questa servono 5 anni. In pratica il reddito di cittadinanza sarà argomento anche della loro futura campagna elettorale».
 

Eppure il Pd, in questa fase, sembra essere davvero stato messo a margine.

 
«Io non nego che il mio partito abbia un problema ad elaborare la sconfitta. Non manca tanto l’analisi delle cause della bocciatura della nostra proposta di governo, c’è invece difficoltà nel riconoscere il fatto che il fallimento non è stato solo di Matteo Renzi, ma anche di tutti gli ex ministri del governo Gentiloni che certo non possono davvero considerarsi innocenti».
 

E come si esce da questa impasse?

 
«Dobbiamo aprirci di più all’esterno, costruendo un’idea di società diversa da quella proposta da Lega e M5S e ripartendo dai nostri punti identitari: la difesa della giustizia sociale e la necessaria riforma delle istituzioni. Sul fronte interno, invece, è assolutamente fondamentale fare un congresso, in modo da rispondere in modo adeguato alle esigenze del Paese. Il congresso sarà un momento in cui con la massima franchezza elaboreremo la linea politica e sceglieremo la nostra leadership, spero dimenticando le scene da stadio dell’ultima assemblea nazionale».
 

In effetti nell’assemblea di sabato scorso sono volati stracci. Lei come ha vissuto quella giornata?

 
«La situazione è stata a dir poco imbarazzante. Lo dico a quelli che hanno voluto fare gazzarra: bisogna darsi uno stop, perché all’esterno non ci capiranno. C’è stata una polemica assurda, tutta volta a non far parlare Renzi come se far esprimere qualcuno fosse un problema: le discussioni sono ben accette, ma non si può pensare che la legittimità a parlare la decida una curva. Ho assistito a interruzioni aggressive agli interventi che non si condividevano, come è successo a Roberto Giachetti. Non è un caso che tantissimi se ne siano andati: non due persone risentite e permalose, ma ben 500 membri della nostra comunità».
 

Ora la domanda è, cosa faranno i renziani?

 
«Non ci siamo ancora mai strutturati come area: essendo noi espressione della maggioranza, abbiamo scelto la via della responsabilità di non frammentare ancora il partito. Sono stati altri ad organizzare correnti, alcune legittime perché frutto di una componente congressuale come quelle di Orlando ed Emiliano, altre meno legittime. Ora, in vista del congresso, decideremo cosa fare».
 

E nel frattempo?

 
«Nel frattempo il Pd deve investire in iscritti, militanti ed elettori. Il nostro errore dopo la sconfitta è stato quello di rimanere troppo seduti, anche a fronte di tanti che volevano iscriversi al Pd e sono rimasti frustrati perché il partito era fermo. Questo è un dato preoccupante a cui porre rimedio».
 

Martina è davvero ancora legittimato a parlare a nome del Pd?

 
«Per me valgono le decisioni assunte dall’assemblea. Maurizio Martina è il segretario reggente e come tale è una figura di garanzia, in vista di procedere al congresso e scegliere un leader con piena legittimazione. Per ora, Martina ha piena autonomia rispetto a quello che è il suo mandato».