Enrico Morando / Ph. Imagoeconomica

Enrico Morando, viceministro uscente all’Economia, più volte senatore con i Ds e il Pd, una carriera politica che comincia nelle file del Pci piemontese.

 

Parte oggi il secondo giro di consultazioni al Quirinale e neanche stavolta si registra grande ottimismo per l’esito.

«Se non succede niente neanche a questo giro è una novità, per quanto brutta. E comprensibile che i partiti chiamiamoli “vincitori” la prima volta siano andati al Colle a esprimere le proprie posizioni. Farlo di nuovo, però, mostrerebbe una preoccupante incapacità di gestire la vittoria elettorale».

 

A chi tocca giocare questa mano?

«Lega e M5S hanno avuto un successo in termini di crescita di consensi ma non in grado di determinare una soluzione governativa: entrambi dovrebbero venire meno a una parte significativa dei loro programmi elettorali».

 

Lei vede segnali in questa direzione?

«Molta è propaganda, guardo l’essenziale. Per trovare un accordo – a meno di pensare al suicidio volontario di Fi – Di Maio non può mantenere la sua pregiudiziale su Berlusconi né Salvini la sua opzione sulla premiership, che dal vertice di centrodestra è stata ribadita. Dubito che le consultazioni saranno proficue se si continua a ignorare l’esigenza di mediazione e se perdura l’indifferenza di Di Maio  sulle alleanze, come se Pd e Lega avessero programmi identici».

 

Se l’intesa giallo-verde non si trova, l’alternativa è un governo di tutti?

«L’unico governo politico possibile in questa legislatura è centrodestra-M5S o Lega-M5S a seconda delle loro scelte. Se non ne saranno capaci entrerà in campo la prospettiva del ritorno al voto, cambiando prima la legge elettorale».

 

Il Pd può avere un ruolo o farà da spettatore?

«Il Pd è uno dei 4 maggiori partiti italiani, il secondo come consensi. Ha subito una sconfitta pesantissima che però non lo ha privato di un ruolo. In caso di manifesta incapacità dei “vincitori” di comporre maggioranza e governo, potrà avere un ruolo significativo con proposte di riforma elettorale e costituzionale».

 

Riforma costituzionale dopo il 4 dicembre 2016?

«Capisco che per molti questo terreno non è da coltivare, ma io la penso all’opposto. L`impasse del Paese dopo il voto mostra che servono cambiamenti, e sarebbe una sciocchezza non farli».

 

Non basta mettere mano alla la legge elettorale?

«No. Anche se introdurre un secondo turno di ballottaggio per Camera e Senato ha la priorità».

 

Quindi, Pd all’opposizione e dialogo sulle riforme?

«Le alternative di governo sono la soluzione normale. Ma le regole si scrivono insieme».

 

Sabato 21 aprile c’è l’assemblea del Pd. Due le opzioni: segretario eletto fino al 2021 oppure traghettatore verso il congresso anticipato. Lei quale sosterrà?

«Credo che fare il congresso due-tre anni dopo una sconfitta così drammatica sarebbe letteralmente insostenibile. L`assemblea elegga un segretario che in questa fase possa dirigere il partito nella pienezza di poteri e contemporaneamente fissi la data del congresso secondo le regole statutarie».

 

Quando?

«È necessaria un’ampia fase di preparazione, ma credo che non si possa andare oltre dicembre o gennaio al massimo. Il nodo da sciogliere è l’apertura a chi non si rassegna al rischio di un nuovo bipolarismo Lega-M5S e che, pur non facendo oggi parte del Pd, è disposto a partecipare al rilancio e alla ristrutturazione di quest’area».

 

Pensa al rientro dei fuoriusciti a sinistra?

«Penso a chi ha partecipato alle primarie del 2007 e che noi non siamo più stati capaci di coinvolgere. Forze che vanno sollecitate, non scoraggiate. Lo ripeto: apertura e non chiusura in conventicole che non sono nemmeno correnti. Io so
bene come dovrebbero essere le correnti vere, quelle amendoliane e ingraiane per
parlare della mia esperienza nel Pci: erano strutture con un profilo culturale
profondo, prevedibili nelle loro reazioni. Prima ancora di avere dei capi erano luoghi in cui si elaboravano strategie politiche».

 

Elogio delle correnti d’antan. Oggi cosa sono diventate?

«Sono gruppi organizzati intorno alla promozione e alla carriera di singoli, a livello sia locale che nazionale. Il risultato è che le reazioni agli eventi diventano imprevedibili».

 

Martina ha le spalle abbastanza larghe per gestire questo percorso?

«E il vicesegretario, pacificamente la persona più indicata per gestire questa breve fase di preparazione al congresso».