É innegabile che il Partito democratico abbia subito il colpo della sconfitta elettorale. Ma ha tutte le risorse per uscire dall’afonia di questo frangente. Ha radici solide che affondano nelle culture del riformismo italiano. È una comunità di donne e uomini che vogliono prendersi cura del futuro. Ed è il secondo partito italiano che deve innanzitutto onorare il mandato elettorale ricevuto sulle proprie idee.
 
Pensare che possa fare da stampella a governi forgiati su istanze demagogiche e antieuropeiste è un controsenso. Detto questo, serve anche un’analisi dei nostri errori. Orgoglio e autocritica possono camminare insieme. A patto che l’autocritica non porti all’autoflagellazione e che l’orgoglio non produca conservazione.
 

Serve una analisi dei nostri errori

 
I governi del Pd hanno fatto scelte importanti per far uscire l’Italia dalla crisi e renderla più giusta. Ma perdere le elezioni quando hai fatto cose buone per il tuo Paese non è un’attenuante, casomai un’aggravante.
 
Abbiamo fatto fatica a ricondurre le nostre scelte dentro a una “costituzione emotiva”: quell’insieme di valori e obiettivi che, da una parte, plasmano l’identità di un partito e, dall’altra, danno un senso alle politiche che quel partito sta realizzando.
 
Molte nostre scelte faticavano a stare dentro alla stessa “costituzione emotiva”: la lotta all’evasione con l’innalzamento del limite sul contante, il reddito di inclusione con l’abolizione delle tasse sulla casa per tutti, il Jobs act con la liberalizzazione dei contratti a termine. Così si è diluito quello per cui il Pd si stava battendo: equità, lotta alla povertà, qualità del lavoro.
 

Portare avanti chi è nato indietro

 
Dare una “costituzione emotiva” alla sinistra del XXI secolo è un problema comune a tutte le forze progressiste in Europa e nel mondo. Se, per dirla con Nenni, vogliamo portare avanti chi è nato indietro, a volte la risposta sarà più mercato, altre più intervento pubblico.
 
A volte più diritti, altre più doveri. L’importante è che tutte le risposte stiano dentro a un’unica cornice, quella di un riformismo empatico e responsabile, che coniuga merito e bisogno.
 
E che riduce le diseguaglianze: non solo nel reddito, ma -nelle capacità (alla Amartya Sen), nelle opportunità, tra generazioni e tra comunità. Per combattere le insicurezze serve una nuova sovranità europea (unione fiscale, difesa comune, gestione dei flussi migratori). Erigere muri neo-nazionalistici con l’illusione di tornare padroni a casa nostra finirebbe per renderci schiavi di decisioni prese altrove.
 

Promuovere un allargamento del socialismo europeo

 
Ma se l’Europa non sarà parte della soluzione, continuerà a sembrare il problema. Ecco perché il Pd, in vista delle elezioni europee, deve promuovere un allargamento del campo del socialismo europeo, chiamando a raccolta tutte le forze riformiste pronte a costruire questa nuova sovranità con proposte comuni.
 
Allo stesso tempo, dobbiamo portare avanti la nostra azione di minoranza parlamentare in modo forte. A partire dalla discussione sul Def, mettendovi al centro responsabilità fiscale, sostegno agli investimenti pubblici e privati, inclusione sociale.
 
A partire dalle proposte contenute nel nostro programma: piano sulla non autosufficienza, assegno universale per le famiglie con figli e potenziamento del reddito di inclusione varato dai nostri governi (quando siamo arrivati si spendevano 20 milioni per il contrasto alla povertà, ce ne andiamo con quasi 3 miliardi).
 

Costruire il consenso sulla forza dell-esempio

 
Il combinato disposto di queste misure ridurrebbe le diseguaglianze come le politiche pubbliche non hanno mai fatto nel nostro Paese. Serve un partito che intermedia la società in modo nuovo. Un partito che seleziona i suoi dirigenti nell’interesse del Paese e non di qualche corrente.
 
Un partito che mette a rete think tank, circoli che offrono informazioni e servizi, incubatori di impegno civico che attivano energie fresche. Un partito che costruisce il consenso con la forza dell’esempio.
 
L’abbiamo detto mille volte ma non ci abbiamo mai provato seriamente. Non abbiamo bisogno di un concorso di bellezza per la leadership, ma di rimboccarci le maniche tutti insieme.
 
Se nell’anno che ci separa dalle elezioni europee sapremo mettere in campo questa azione politica, il Pd tornerà ad avere una voce chiara e forte nell’interesse dell’Italia.