Onorevole Andrea Orlando, lei dal palco ha accusato il M5S di fare antipolitica, ma lunedì aveva aperto a un’alleanza…

«Io ho semplicemente detto quali sono le condizioni per governare. La prima è smetterla con l’antipolitica. Se loro continuano ad avere queste fiammate di antipolitica alla fine distruggono loro stessi. Ed è un nostro problema nella misura in cui alla fine non solo si indeboliscono in modo irreversibile, ma riflettono anche una luce negativa sull’azione di governo».

 

Può fare esempi concreti di questa antipolitica?

«Il problema è il racconto della politica che il Movimento Cinque Stelle continua a utilizzare tutte le volte che entra in una fase di conflitto. Se la politica viene associata in automatico alla corruzione, se il Parlamento viene associato allo spreco, alla fine tutto questo racconto peggiora la percezione della realtà degli italiani che già non è positiva e quindi finisce per generare quelle paure che vengono cavalcate da Salvini. Non solo: così si depotenziano i risultati che si riescono a mettere in campo con questo governo».

 

Comunque il sottosegretario 5 Stelle Stefano Buffagni ha detto al «Corriere»: no alle nozze con il Pd.

«Noi abbiamo grande rispetto per la discussione che si è aperta dentro i Cinque Stelle. Naturalmente non ci sfugge che se non avessimo fatto la proposta di un’alleanza che poi dovrà tenere anche conto di quella che sarà la legge elettorale non avremmo oggi la discussione che si è aperta nel Movimento, perché la posizione di Buffagni è diversa da quella di altri. L’altro giorno c’è stato un documento di alcuni loro senatori che sosteneva tesi molto diverse da quelle di Buffagni».

 

Dario Franceschini ha rivendicato la discontinuità rispetto al Conte I. Alle volte però si fatica a vederla.

«La discontinuità si dovrebbe cogliere a partire dal posizionamento in Europa. Banalizzando: Gentiloni non ha esattamente lo stesso profilo e approccio alle istituzioni europee di Centinaio. Non sfugge a nessuno il fatto che l’Italia abbia ripreso un ruolo e una funzione nel contesto europeo che il governo precedente aveva perduto. Se vogliamo restare nel quadro della politica internazionale c’è una piccola differenza tra quello che ha dichiarato Salvini dopo il raid Usa in Iraq e la posizione del governo italiano. Capisco che queste cose potrebbero non bastare ma va aggiunto però che la legge di bilancio è una legge che è l’opposto della logica della fiat tax. E una legge che prova, seppur in condizioni molto difficili, a redistribuire».

 

Dica la verità: avete paura del voto dell’Emilia-Romagna?

«Sappiamo che questa volta la partita è aperta e che dovremo fare più fatica che in passato, però ci sono tutte le condizioni per vincere. Il partito sta facendo un lavoro enorme: c’è una mobilitazione eccezionale e credo che l’entrata in campo delle Sardine abbia migliorato il clima».

 

Si parla di un congresso, ma non si capisce bene a che cosa dovrebbe servire…

«Bisogna sempre guardare l’obiettivo più che il percorso. L’obiettivo adesso è fare il punto sulla situazione che è completamente diversa rispetto a quella del passato congresso. Il Partito democratico prima stava all’opposizione in uno schema di centrosinistra, oggi si tratta di costruire un campo anti-sovranista più largo, che forse sarebbe riduttivo continuare a chiamare centrosinistra, e questa costruzione richiede anche una nuova elaborazione. In più ci sono state anche delle spinte della società civile che credo meritino di essere raccolte e con le quali è comunque utile interloquire. Questi due fatti rendono necessario un passaggio che abbia anche caratteri rifondativi. Del resto, la questione si pone non solo al Pd ma a tutte le grandi forze progressiste europee. Come si è progressisti nel tempo del populismo? Questo è il nuovo tema. E il Partito democratico lo deve assolutamente affrontare».