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“Mi sembra che la discussione sul centro e i cosiddetti moderati sia figlia di una rappresentazione antica, copiata dagli anni Novanta”, dice al Foglio Andrea Romano.

 

“Non a caso tra gli entusiasti di questa rappresentazione vi sono Paolo Mieli e Massimo D’Alema, nobili protagonisti di quella stagione. Ora, anche io sono figlio di quegli anni, come tanti altri, ma il mio timore è che questa impostazione non tenga conto dell’avversario che abbiamo di fronte – il blocco nazionalista Lega-Fratelli d’Italia e del nuovo contesto della discussione pubblica italiana.

Matteo Salvini, devo dire con un certo coraggio, si muove in campo aperto e con una logica maggioritaria, a prescindere dalla legge elettorale. Tant’è che, anche se può sembrare provocatorio e sacrilego dirlo, sta realizzando a destra la vocazione maggioritaria.

Se sommiamo la Lega e Fratelli d’Italia, che è ormai una corrente interna della Lega, il blocco nazionalista supera ormai il 40 per cento e inevitabilmente contiene anche una parte di voti cosiddetti moderati (anche se dovremmo discutere a lungo del significato del termine moderato nell`Italia di oggi”.

 

Il centro politico, dagli anni Novanta a oggi, aggiunge Romano, è però sparito.

“L`’opinione pubblica è ormai polarizzata. Un tempo si diceva che le elezioni
si vincono al centro perché i due blocchi, di destra e di sinistra, erano di peso equivalente e chi si prendeva un pezzo di centro batteva l’avversario. Adesso siamo in campo libero e il Pd, senza rincorrere gli estremisti, deve necessariamente rilanciare la vocazione maggioritaria come unico mezzo per sconfiggere il blocco nazionalista senza limitarsi a perseguire una strategia delle alleanze limitata alla sommatoria di partiti”.

 

Nel rilanciare la vocazione maggioritaria il “Pd non deve rinunciare a rappresentare anche quei temi liberali, riformisti e innovatori per i quali è nato. Sono anzi da rilanciare, perché in caso contrario se li perdesse rinuncerebbe alla propria vocazione maggioritaria per restringersi entro i confini questa volta limitati di un partito di sinistra-sinistra e li appalterebbe a un partito di testimonianza piccolo, incapace di dettare l`agenda nazionale sui temi della crescita e della protezione dei nuovi esclusi”.

 

Un’analisi dell’Istituto Cattaneo dice che il Pd ha perduto la sua capacità espansiva, ma Romano è convinto che invece lo spazio per tornare a crescere c`è.

“Non dobbiamo rassegnarci all’idea che i limiti naturali del Pd siano quelli del 22-23 per cento e penso che Zingaretti vada incoraggiato a perseguire la strategia dell’allargamento dei confini del Pd e dunque del rilancio della vocazione maggioritaria, come ha correttamente annunciato oggi (ieri, ndr) in direzione. Anche per questo non penso affatto che il segretario del Pd voglia ridisegnare il Pd sulle basi della sinistra-sinistra, in fondo viene anche dalla tradizione politica dei Veltroni e dei Bettini, teorici del campo largo, e non ha mai scelto il sentiero stretto e identitario. Intanto non dimentichiamoci del risultato di domenica.

Il Pd ha dimostrato la sua esistenza in vita, che non era scontata”.

 

Matteo Renzi dice che il Pd ha perso 100 mila voti.

“Credo sia un’analisi solo parziale del voto. Penso sia giusta la risposta di chi dice che la riduzione dei votanti va rapportata all`aumento delle nostre percentuali. Nessuno ha usato toni trionfalistici. E’ stato un primo passo, su una strada che auspico di direzione maggioritaria”.

 

E delle posizioni di Carlo Calenda che ne pensa? Anche lui vuole fondare un movimento “libdem”, dunque moderato. Anche lui guarda al centro. Anni Novanta anche lui?

“Intanto sono molto contento del suo risultato e del contributo fondamentale che ha dato al Pd alle elezioni europee. Calenda però commetterebbe un errore se considerasse quei voti ottenuti non dal Pd ma da una singola persona. Esca dall’ambiguità di questo anno, dai suoi stop and go, dal aderisco al Pd poi esco, dal faccio il capolista, poi esco e una volta per tutte scelga il Pd come casa sua. Dia una spinta a questo Pd con la sua capacità espansiva. Il luogo dei liberali non può che essere il Pd; non possono essere identificati con una piccola casa che sta fuori.

Quell’esperienza c’è già stata, Scelta Civica, e abbiamo visto com’è finita. E’ durata lo spazio di un mattino eppure a capo c`era uno del calibro di Mario Monti. Io suggerirei meno elucubrazione su un centro immaginario (che non c’è) e più capacità di alimentare dentro il Pd il rilancio della vocazione maggioritaria. O il Pd è la casa di tutti i riformisti oppure il Pd finisce e sarebbe una catastrofe per tutti noi e prima di tutto per l’Italia”.