luigi zanda, legge su fine vita
LUIGI ZANDA - Imagoeconomica

La tragedia di Genova e il dramma della nave Diciotti dicono molto sui rischi che stanno correndo i princìpi cardine del nostro ordinamento e dello Stato. Vietare l’attracco in un porto italiano a una nave militare italiana, il fermo illegale in alto mare di 150 profughi e la volgarità dell’avviso di garanzia esibito sulla parete dello studio del ministro dell’Interno, mostrano quale sia la concezione del potere non solo di Salvini ma anche di Di Maio che ne condivide le responsabilità politiche.
 
Dovrebbero adempiere le loro funzioni con “disciplina e onore” (art. 54 della Costituzione). Al contrario, quel loro collocarsi sempre al di sopra delle leggi, mostra la volontà di spaccare la società italiana, dividendola tra chi la pensa come loro e chi la pensa diversamente da loro. Il principio che le responsabilità, anche le più infami, si accertano secondo le regole del diritto non vale solo per i cittadini ma soprattutto per lo Stato.
 
Quando un governo non accetta la sovranità della legge, vuol dire che sta muovendosi verso un regime. Orbàn, l’asse con Visegrad e l’adesione al movimento di Steve Bannon, non testimoniano solo la volontà di alterare la collocazione internazionale dell’Italia utilizzando le prossime elezioni europee per distruggere l’Unione Europea. Segnalano il tentativo di cambiare la natura della nostra società, condizionare la libertà di stampa, disconoscere l’autonomia dei giudici e umiliare la scienza. In una parola, arrivando a toccare quei principi supremi della Costituzione per i quali è persino interdetta ogni revisione. Anche il crollo del ponte Marconi continua a insegnarci molto. Mostra la debolezza e l’assenza dello Stato.
 
Da tre o quattro decenni, la mancanza di una efficiente struttura dello Stato è la più grave anomalia dell’Italia. Pesa sulle libertà, sui servizi ai cittadini, sull’economia. Quando il procuratore di Genova dice che il nostro Stato ha abdicato alla sua funzione di controllo, sta osservando qualcosa che va oltre Genova e il crollo del ponte. Parla di un capovolgimento di ruoli, per cui colossi finanziari e industriali soggetti al controllo pubblico prevalgono, per la loro forza, su controllori pubblici privi di capacità tecniche e forza contrattuale. Il punto non è tornare alle nazionalizzazioni di Di Maio, né demonizzare le privatizzazioni o, peggio, la concorrenza.
 
Tutti rimedi peggiori del male. Ma la concorrenza, le privatizzazioni e le concessioni sono virtuose solo con uno stato regolatore efficiente, che sa scrivere atti di concessione equi, imporre i controlli e sanzionare gli errori, vigilare, costringere anche il più potente dei concessionari alle sue responsabilità. Quando lo stato non c’è o non ce la fa, tutto può accadere. Anche Genova. Contro il ministero della democrazia diretta
 
Occuparsi di ridare forza e dignità allo Stato è un lavoro lungo e difficile, certosino. Fatto non solo di ingegneria istituzionale e amministrativa, ma anche di formazione e selezione di tecnici di eccellenza, di investimenti in tecnologia e di buone remunerazioni, di creare spirito di corpo, di garanzia di autorità e autorevolezza. La maggioranza che oggi governa l’Italia non ha né la voglia, né la cultura necessari per affrontare un’impresa che ha bisogno di tempi medio-lunghi e non ha alcuna prospettiva di un ritorno rapido di immagine.
 
Ma oggi, sul senso dello Stato, e sull’efficacia delle sue strutture si sta giocando molto del futuro dell’Italia. Per chi ha la storia del Partito Democratico, per tutte le forze di centrosinistra, la difesa dello Stato deve essere una priorità politica assoluta, da sventolare in alto e non abbandonare mai. Per questo mi ha molto colpito l’indifferenza con la quale, anche nel Pd, è stata accolta la comparsa nel governo di un ministro per la “democrazia diretta”.
 
Il progetto, ridotto all’osso, vuole rendere inutile il Parlamento per sostituire ogni mediazione democratica con il rapporto diretto tra il capo carismatico e il popolo. Il sistema istituzionale italiano è da tempo in grave crisi e da decenni discutiamo di riforme istituzionali, di presidenzialismo e di semipresidenzialismo, di monocameralismo, di federalismo.
 
Dobbiamo saper affrontare senza tabù anche le sfide che le nuove tecnologie pongono alle democrazie. L’intelligenza artificiale e l’automazione costringeranno molte persone a reinventarsi la vita. Non è pensabile che le istituzioni non vengano investite dal cambiamento.
 
Ma non in questo modo. Non sulla base di un algoritmo della piattaforma Rousseau di Casaleggio. È indecente che sia il governo a proporre una nuova democrazia plebiscitaria di stampo neoperonista e lo faccia con tanta superficialità, pochezza di argomenti, bassezza di intenzioni. L’Italia ha bisogno di rinnovare la democrazia rappresentativa, non di abolirla. Renderla più democratica, non buttarla nelle mani di un’azienda specializzata sul controllo del web.
 
Come è possibile che la politica e la cultura italiana siano così rassegnati agli attacchi alla democrazia rappresentativa, da non reagire nemmeno quando viene istituito un Ministero con il compito esplicito di distruggerla? Un silenzio imbarazzante. Ne11945 l’Italia ha conquistato la democrazia. Ma la sua durata non è automatica. Se la democrazia non viene difesa, se si consente che venga compressa e soffocata, muore. Grillo è schietto e il suo pensiero è chiaro.
 
Nel 2013 ha detto che avrebbe aperto il Parlamento come una scatola di tonno. Ha vinto le elezioni e lo sta facendo. Poi ha annunciato un referendum alla settimana e, assieme a Casaleggio, ha previsto il superamento della democrazia con un Parlamento non più di eletti, ma di sorteggiati. Sarebbe un errore tragico immaginare che stiano scherzando.
 
Grillo e Casaleggio sono i capi del primo partito italiano e stanno muovendosi, apertamente, verso un progetto neoperonista. In questo contesto di debolezza dello Stato, le difficoltà del Pd pesano sul futuro del Paese. Il crollo elettorale e i sondaggi stanno convincendo tanti che nel prossimo futuro Lega e 5 Stelle siano destinati ad essere gli unici protagonisti della politica italiana. Le origini della crisi del centrosinistra sono lontane.
 
Ma, se parliamo del Pd, dobbiamo partire dal risultato elettorale del 4 marzo e dalle dimensioni e profondità del terremoto politico che ne è seguito. L’astensionismo che supera stabilmente il 30% è un dato spesso dimenticato, ma preoccupante. Poi ci sono gli altri numeri. Importanti. I sondaggi e gli umori della gente dicono che la somma del Pd e LEU (tuttora antagonisti!), non arriva al 20%. Insieme, Lega e 5 Stelle superano il 60% di chi va a votare. Difendere lo stato senza ipocrisie Questi numeri sono il punto da cui partire.
 
Mostrano come il futuro del Pd non riguardi solo il Pd, quanto la sorte e la tenuta dell’unico soggetto politico che nel futuro prossimo può far respirare la democrazia italiana. Non sono le percentuali, ma è la forza della cultura politica del Pd che ne fa il principale obiettivo degli insulti di Lega e 5 Stelle. Sanno che oggi solo dal Pd può venire una seria opposizione al loro disegno di trasformare la nostra democrazia rappresentativa in una sorta di neoperonismo, lo stato di diritto in un porto franco a disposizione di chi governa, di incattivire la società per poterla meglio usare.
 
Sul futuro del Pd circolano molte idee. È probabile che nel futuro delle democrazie finiranno col prevalere aggregazioni plurali, ma la loro sintesi non potrà che avvenire intorno a grandi principi comuni. Ma, sia se pensiamo alla rifondazione del Pd, alla quale anch’io sto pensando, sia a un fronte repubblicano, sia a un progetto di stampo francese alla Macron, o spagnolo alla ciudadanos, il centrosinistra italiano non potrà mai fare a meno di un “centro di gravità permanente” che funzioni da spazio aggregante, da “campo base”, da cui ripartire. Per ragioni elementari di logica politica, oggi il Pd è l’elemento indispensabile di qualsiasi di questi progetti.
 
Il prossimo congresso del Pd non risolverà ogni problema. Ma senza il Congresso è impossibile ripartire. Sulla data c’è poco da dire. Va fatto al più presto. Se si tardasse, al posto di un congresso politico potrebbe capitare di dover convocare un convengo di reduci. Serve invece un congresso vero, che affronti la natura del Partito, ne affermi la linea politica, ne definisca le ambizioni. Con candidati veri, senza finti unanimismi.
 
C’è l’annuncio della candidatura di Nicola Zingaretti che sarà confrontata con le altre che verranno, ma che va apprezzata per il coraggio con cui l’ha anticipata. In vista del congresso è stato posto il tema della continuità e della discontinuità in un modo che francamente non capisco. Che partito saremmo se non capissimo che la vita di un grande partito è fatta insieme di continuità e di discontinuità?
 
Il Pd eleggerà un nuovo segretario che guiderà il partito con la sua personalità e il suo stile. Così segnando una discontinuità necessaria. Ma, ripeto, che partito saremmo se non cercassimo anche una forte continuità nei principi fondanti della nostra azione politica? Oggi per il Pd la continuità sta nel rafforzamento dell’Europa e nella lotta ai sovranismi, nella difesa della democrazia, del senso dello Stato, delle buone politiche sociali, economiche ed ambientali, della scuola e delle scienze. Nella difesa dei diritti e nella conferma doveri. Rivendico il lavoro delle senatrici e dei senatori nella passata legislatura.
 
A partire dal 2011 il Pd ha fatto scelte politiche di cui tutti ricordano le ragioni, a cominciare dal sostengo al governo Monti, poi proseguito con Letta, Renzi e Gentiloni. Maggioranze anomale e innaturali, pagate anche elettoralmente. Ma senza il lavoro di quei governi e delle loro maggioranze, l’Italia avrebbe corso avventure molto rischiose sia economicamente che politicamente.
 
Oggi possiamo dire che in quegli anni, nella violenza della crisi e nell’assoluta irrilevanza internazionale dell’Italia, il Pd ha contribuito a salvare il Paese da un fuorigioco molto più pericoloso di quello della Grecia. Pensando al futuro del Pd bisogna partire da tre dati storici, indiscutibili. Primo. L’organizzazione territoriale del partito è a terra. Bisogna ricostruirla perché un partito deve avere una struttura forte.
 
Secondo. Il Pd ha raggiunto un pericoloso isolamento politico, senza più forti alleati né al centro né a sinistra. Il tempo della vocazione maggioritaria tornerà. Ma oggi per vincere al Pd servono rapporti leali non solo con i partiti vicini, ma anche con le associazioni di cittadini, di lavoratori e imprenditori, con il mondo intellettuale, con la scuola e la scienza. Serve un rapporto laico e serio con le tante sensibilità religiose che animano in profondità la società italiana. Terzo.
 
Dopo le elezioni europee del 2014 siamo riusciti a dissipare il più grande patrimonio di consenso che un partito di centrosinistra avesse mai raccolto in 70 anni e,conseguentemente, abbiamo perso tutto. Grandi e piccole città. Regioni strategiche. Referendum ed elezioni politiche. Molte di queste sconfitte sono state più di una battaglia persa. Sono state delle vere e proprie umiliazioni politiche. Alcune potevamo evitarle anche solo presentandoci agli elettori con meno presunzione.
 
Le radici della sconfitta del 4 marzo Il risultato del 4 marzo non è stato improvviso. Seguiva molte sconfitte, determinando un trend che non si invertirà se non saremo capaci di comprendere le ragioni per le quali tra il Pd e vasti pezzi del suo elettorato c’è stata una frattura. Le liste dei candidati del Pd per il 4 marzo sono state definite con modalità molto discutibili. Ma la pesantezza della nostra sconfitta ha cause più profonde. È stata una sconfitta politica.
 
Abbiamo perso perché dopo più di 15 anni di stagnazione e di recessione, i buoni risultati di cinque anni di governo non sono bastati. È mancata la capacità di dare una prospettiva positiva, è mancata una voce politica che sapesse dare agli italiani una speranza per il futuro. I nostri governi c’erano, con le loro tante luci e le loro ombre. Ma il Pd non c’era. Senza un partito capace di riflessione e di azione, sono mancate l’analisi e le risposte ai bisogni e ai cambiamenti della società.
 
È così che le parole d’ordine dell’antisistema hanno preso il sopravvento. Il Pd non è riuscito a spiegare perché la salvezza dell’Italia può essere solo nell’Europa, perché lo sviluppo si ottiene col lavoro e non con l’assistenza, perché le migrazioni debbono essere gestite e non negate. Al segretario del Pd serve un carisma speciale. Il Pd ha bisogno di una guida che sappia dirigerlo con la forza della linea politica, non con gli scatti della sua personalità.
 
Il segretario deve saper guardare al mondo, all’Italia e soprattutto all’Europa. Pensando alla pace e all’equità sociale. Deve assumersi un impegno organizzativo molto forte. Coltivare le alleanze politiche necessarie per vincere. Occuparsi delle elezioni nel più piccolo dei comuni come di quelle politiche nazionali ed europee. Amministrare con rigore le finanze del partito.
 
Al Pd serve un segretario che cerchi l’unità del partito e si impegni a consultare soprattutto i giovani. Che risponda a chi lo chiama, che accetti ed anzi ricerchi il contraddittorio con chi non la pensa come lui, che ascolti i suoi amici, ma non si accontenti e cerchi di averne sempre di più. I cerchi magici vanno bene per la Lega di Salvini e di Di Maio. Nel Pd i cerchi magici producono danni molto gravi.
 
Il Pd ha bisogno di un gruppo dirigente nuovo, ma anche di rispetto per chi ha fatto la storia del partito. Ci sono tanti giovani che meritano di emergere e che debbono poterlo fare non perché qualcun altro è stato rottamato, ma perché la selezione si è fatta più democratica. Tra febbraio e marzo il Pd farà il suo congresso e avrà un nuovo segretario eletto con le primarie. Il successo del congresso non riguarda soltanto il Pd. Può diventare il punto di forza della difesa della nostra democrazia parlamentare, delle funzioni dello Stato, della lotta ai sovranismi in nome dei valori dell’Unione Europea.