Un sorriso permanente e gli zigomi a pomello, poche pause di silenzio e il tono distensivo di chi pare avere una soluzione per tutto. Si esce dal suo studio romano di viale Cristoforo Colombo, sede della Regione Lazio, con le orecchie in fiamme e la sensazione di essere stati catapultati, almeno per un attimo, nel Paese delle meraviglie. Niente Alice o Bianconiglio però, solo lui, il segretario dem Nicola Zingaretti, che dopo lo scampato pericolo del Pd in Emilia-Romagna, si prepara alla fase due del Governo. «Sta cominciando a raccogliere i primi risultati. Durerà se produce i fatti». Chi conosce nel partito lo descrive come un «decisionista temerario», come quella volta nel 2003 che ha mollato Parlamento europeo per candidarsi alla provincia di Roma, oppure quando pochi mesi fa ha nominato due nuovi assessori della sua giunta senza sentire Matteo Renzi e Carlo Calenda. Lui, però, si descrive in tutt’altro modo:. «Mi piace coinvolgere gli altri prima di prendere una decisione, sentire l’opinione di chi la pensa diversamente da me». Sulle Sardine dice: «Non ho mai parlato di cappelli da mettere in testa…», mentre ai Cinque stelle, gli sconfitti delle regionali, tende la mano: «Evitiamo le polemiche, dobbiamo essere unitari».

 

Qualcuno ha detto che in campagna elettorale Stefano Bonaccini dissimulava l’appartenenza al Pd.

Una balla velenosa! Peraltro i simboli dei partiti non c’erano nemmeno nella mia campagna per la Regione Lazio.

 

Però il problema continua a essere il distacco del Pd dai problemi della gente in altre parti d’Italia, vedi Calabria.

Veramente il Pd è tornato a essere il primo partito in questa regione, un successo che ci dà fiducia, rafforza iI lavoro che dobbiamo continuare a lare per essere sempre più credibili nel Mezzogiorno del Paese. Se avesse vinto l’unità avremmo avuto un candidato unico contro la destra e non tre differenti.

In che modo pensa di affrontare problemi drammatici dell’Italia quali deindustrializzazione, fuga dei giovani all’estero, crollo delle nascite?

Hanno tutti una radice comune: il Paese non cresce più. Noi vogliamo far ripartire la crescita e creare lavoro di qualità, vogliamo che i nostri giovani possano scegliere di andare all’estero perché convinti, non perché costretti. Puntiamo su tre azioni: semplificazione del rapporto delle imprese con lo Stato per garantire tempi certi a chi investe; grande piano di investimenti nella green economy per creare lavoro e innovazione; impresa 4.0 e digitalizzazione delle imprese. Maggiori investimenti nella scuola e formazione sono fondamentali in questo percorso. Infine più risorse alle famiglie che hanno figli con l’assegno unico che potenzia le attuali agevolazioni.

 

La strategia per le prossime elezioni in regioni critiche per il Pd come Toscana, Campania e Puglia?

L’unità del campo riformista, progressista, europeista viene identificata come motore del cambiamento. È su questa strada che dobbiamo proseguire.

 

Le Sardine hanno salvato un Pd malato?

Il 4 marzo 2018 il Partito democratico ha subito una sconfitta drammatica. Il dibattito politico raccontava di un’alternativa tra Cinque stelle e Lega e un’assoluta inesistenza della funzione del Pd. Oggi è invece il principale partito di questo Governo, il più radicato in Italia.

 

D’accordo. Ma le Sardine?

Una forza politica come il Pd deve ascoltare cosa viene da questo movimento e noi lo facciamo con grande soddisfazione.

 

Ci sarà una seconda fase del Conte II più «a trazione Pd»?

No, io credo che serva solo un Governo più utile all’ltalia, questo è l’interesse del Pd. Non si governa da avversari ma da alleati.

 

Credeva fosse così complicato avere a che fare con i Cinque stelle?

È importante parlare con una sola voce per ridare all’Italia un futuro migliore del presente. Possiamo proporre questa alternativa, anche come schema di valori. Il buon senso, la voglia di costruire e non distruggere, la passione e non l’odio. Il futuro e non il passato, la giustizia sociale e non la furbizia di chi è giustizialista con gli avversari e garantista con se stesso.

 

Lei critica i giustizialisti, ma i grillini lo sono eccome.

Infatti io non sono del Movimento 5 stelle. Quando però fai parie di una maggioranza ti devi caricare sulle spalle il dovere di trovare un compromesso per fare dei passi avanti.

 

Ora tratta con Vito Crimi?

Be,’ i rapporti sono prima di tutto con lui e chi segue i diversi dossier.

 

Come va allora con Matteo Renzi?

Mi auguro che la deriva di Italia viva punti ad allargare il campo del centrosinistra conquistando i consensi in chi non si sente in questo campo. Certo, mi ha colpito che in un’intervista abbia detto che il loro obiettivo è distruggere il Partito democratico.

Cosa vi dite quando vi sentite?

Che ci vuole maggiore compattezza perché le persone giudicano la qualità delle cose fatte dal Governo e non le opinioni di qualcuno della maggioranza.

 

Lui come reagisce?

(Ride sospirando) Lo vedete dai giornali come reagisce.

 

Come fa a occuparsi di tutto, il partito, la Regione Lazio. Lavora di notte?

La mattina inizio a lavorare prestissimo e le assicuro che questa è l’unica assicurazione per rimanere coi piedi per terra. Da sette mesi faccio il segretario del partilo e vedo che troppo spesso la politica parla di cose senza senso e perde concretezza.

 

Non perde mai il sorriso, eh.

Faccio tutto solo ed esclusivamente per passione, Poi si vince, si perde…

 

Come decomprime lo stress?

Vado a fare la spesa la mattina presto o il pomeriggio.

 

Raccoglie molte critiche all’interno del suo partito?

All’inizio della segreteria dicevano che urlavo troppo poco. I politici che lo fanno non hanno molte cose interessanti da dire.

 

Cambierà poi il nome al Pd?

Ho sempre parlato di idee, di apertura sui contenuti. Voglio un partito dove contano le persone, poi vedremo i nomi.

 

Il suo rapporto con Dario Franceschini, potenziale suo competitore nel partito?

Ci sentiamo tutti i giorni. Anche più volte al giorno.

 

Non crede che riunioni come quella che avete fatto nell’abbazia di Contigliano non allontani ancora di più da chi per esempio non arriva a fine mese?

Se si pensa di incontrarsi per discutere in maniera collegiale e trasparente, cosa che è utile fare per l’Italia, sia elitario, non è un problema mio. Tutti i leader dovrebbero adottare questo metodo.

 

In un’intervista suo fratello Luca ha detto che rischiava di fare lui il politico.

Forse anche per età, aveva cominciato prima di me a scuola a fai· parte dei collettivi ed era molto coinvolto. Poi abbiamo preso strade diverse, lui in accademia, io in politica.

 

La passione per il cinema, però, vi accomuna.

Siamo stati fortunati perché abbiamo avuto genitori che ci hanno formato con serate bellissime, a vedere Eduardo De Filippo, Anna Proclemer, Dario Fo, Giorgio Gaber, Gigi Proietti. Il grande cinema del Neorealismo, di Visconti, di Antonioni, vissuto in anni, quelli di Renato Nicolini, dove uscivi per le strade di Roma e incontravi la cultura.

 

Quali storture dovrebbe correggere la sinistra?

Ci sono troppi salotti diventati enclave di persone che parlano a se stesse.

 

Le cosiddette élite?

Nel bellissimo film ‘Caterina va in città’ il regista Virzì le definisce «conventicole» che dal dirigibile guardano e parlano della società, lo preferisco starci in mezzo e questo lo sto anche pagando.

 

Davvero?

Perché non mi acchiappano… Vede. io sono nato in periferia, alla Magliana, e nel mio percorso politico non mi sono mai sentilo solo. Ho sempre avuto squadre estranee a quelle conventicole.

 

C’è una certa sinistra che comunque ama chi fa parte dei salotti?

Non è la sinistra, è una patologia del Paese: o è familista oppure si fonda su queste logiche che marginalizzano le persone migliori perché non le si è viste a quella certa cena… È una patologia che ha reso anche l’Italia fragile.

 

Può essere fatta una rivoluzione culturale a sinistra?

Partendo dalla coerenza delle persone e dal non farsi divorare dall’anello del potere, come diceva Tolkien nel Signore degli anelli. La politica dev’essere servizio per gli altri e non per la propria carriera.

 

Lei vuole abbattere la casta?

Ci vorrebbe quell’austerità persa di una cena classe dirigente del Novecento. Conta l’esempio dato con il comportamento.

 

Nel partito comunista sovietico i dirigenti andavano in giro in Rolls-Royce e il popolo ne godeva di riflesso, in modo forse un po’ masochistico…

Bisogna fare il proprio dovere e non prendere in giro le persone. Però trovo stucchevole – io non lo faccio – anche ostentare una finta normalità.