Tommaso Nannicini
Tommaso Nannicini

Nannicini: i conti di Perotti non tornano di nuovo

 

La controreplica di Roberto Perotti (http://bit.ly/2GdFh5c) ai nostri conti sul programma del Pd è a dir poco curiosa. Di fatto, Repubblica conferma la cifra di 56 miliardi senza entrare nel merito delle stime che ha fornito ai suoi lettori. Mi limito a smentire i quattro punti citati nell’articolo.

 

1. REGOLE EUROPEE.

Si insiste a far gravare sul bilancio pubblico italiano, con una stima di 18 miliardi, la nostra proposta di modifica delle regole di disciplina fiscale in Europa, di pari passo con la costruzione di un’unione fiscale per l’Eurozona. Nel primo articolo, lo si faceva cifrando gli Eurobond. Dopo la nostra replica, su quel punto Perotti non torna, ma adesso ci imputa di scrivere che «spese mirate e chiaramente identificabili dovrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit». Certo. Ma le regole europee servono per l’Europa e riguardano tutti i paesi: il punto non è dare flessibilità a qualcuno, ma strumenti più efficaci (e comuni) di governo dell’economia a tutti. Poi, ognuno gestirà la politica fiscale nazionale in base ai propri obiettivi e vincoli. Avere margini di flessibilità non vuol dire usarli tutti. E in parte li usiamo già nel nostro programma, perché ci discostiamo dalla traiettoria di aggiustamento fiscale imposta dal Fiscal compact. Contabilizzare due volte la stessa cosa, (1) gli interventi che proponiamo su fisco e welfare e (2) un cambio della governance economica europea che ci permetta di farli senza infrangere le regole, è chiaramente un errore. E potrei fermarmi qui perché, tolti i 18 miliardi calcolati da Repubblica, che semplicemente non esistono, la loro stima complessiva scende a 38 miliardi, molto simile alla nostra. Ma anche gli altri punti minori ricordati da Perotti dimostrano l’approssimazione dei suoi calcoli.

 

2. TAGLIO DEL CUNEO SUL LAVORO STABILE.

Perotti dice di fare stime «a regime», ma questo metodo non ha senso per chiunque conosca le regole di finanza pubblica. Anche la Ragioneria generale dello Stato basa le proprie relazioni tecniche su stime triennali o al massimo decennali, come abbiamo fatto con le nostre cifre (basate su relazioni tecniche che usano dati Inps): per ogni punto di cuneo, 290 milioni il primo anno fino a raggiungere 1,8 miliardi dopo dieci anni. Quindi, anche volendo andare oltre l’orizzonte della prossima legislatura, in un arco decennale si dovrebbero quantificare al massimo 7,2 miliardi. Perotti ne conferma 12, ma non dice da dove vengono. Poi sostiene che i contratti a tutele crescenti sono 4 milioni, ma confonde il flusso con lo stock, che si aggira intorno a 2 milioni e mezzo (fonte Inps). Insomma, un pasticcio dietro l’altro.

 

3. 80 EURO ALLE PARTITE IVA.

Qui l’errore era così evidente che Perotti di fatto non risponde, salvo confermare la sua stima di 1,9 miliardi. Secondo i dati pubblicati sul sito del Dipartimento delle finanze, le persone fisiche titolari di partita Iva che riceverebbero gli 80 euro sono 1 milione e 419 mila che, moltiplicato per 960 euro annui, produce un costo totale di 1 miliardo e 360 milioni di euro (cifra verosimilmente sovrastimata perché non considera la riduzione del bonus per i contribuenti con redditi tra 24 mila e 600 e 26 mila e 600 euro, soglia oltre la quale il contributo si azzera).

 

4. CONTO FORMAZIONE.

Nel 2017 possiamo contare una popolazione di 578.810 individui con età pari a 18 anni. Assumendo quindi che il costo di un’ora di formazione sia 10 euro e moltiplicandolo per le 150 ore iniziali a carico dello Stato, l’onere per le casse sarebbe pari a 1.500 euro per ogni giovane che entra nel mercato del lavoro. Per un totale di 868 milioni di euro. Una stima in linea con quanto riportato nella relazione tecnica Rgs per il bonus 18enni (500 euro per ogni 18enne, pari a un terzo della proposta sul conto di formazione), che vale 290 milioni all’anno. Ma una cifra del tutto sovrastimata e conservativa nel nostro caso, perché include anche quei giovani che non faranno mai i lavoratori dipendenti. Altro che i 2 miliardi di cui parla Repubblica.

 

Sulle coperture la differenza tra noi e gli altri è che partiamo da risultati consolidati su revisione della spesa e contrasto all’evasione: fatti, non parole. Ed è questo che negli ultimi anni ci ha permesso di conciliare una riduzione del deficit nominale (anche se più lenta del previsto) con politiche moderatamente espansive. È su questo sentiero stretto che vogliamo continuare la nostra azione. Se poi il quadro macroeconomico varierà per shock esterni, la politica dovrà ovviamente farsene carico. Niente di nuovo sotto il sole. Ma equiparare un piano così ragionevole alla fiera delle promesse in libertà degli altri partiti è fuori dalla realtà.