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«Vado con il Pd perché vuole aprire un dialogo con tutti quei mondi che, ieri e oggi, non si sentono più rappresentati e recuperare la fiducia dei giovani che non vanno più a votare».

L’ex presidente della Camera Laura Boldrini, eletta nelle liste di Leu, anticipa a Repubblica il suo passo e ne spiega le ragioni.

Ha davvero deciso di lasciare Leu ed entrare nel Pd?

«Sì, per diversi motivi. Perché con la destra peggiore di sempre non è più tempo di piccoli partiti e di fare troppi distinguo. A forza di farlo rischiamo solo di estinguerci, mentre la destra va sfidata e contrastata con l’azione di un grande soggetto politico capace di incidere sulla società e che si batta contro ogni forma di disuguaglianza sociale, territoriale e di genere».

Quando lo ha deciso?

«Da tempo, perché già alle Europee avevo votato Pd. Poi con la crisi di governo siamo arrivati a oggi. Ho atteso che fossero scelti ministri e sottosegretari perché non volevo assolutamente che il mio passaggio potesse far pensare a qualcuno che miravo a qualche incarico».

Ma cosa l’ha spinta a fare questo passo?

«Vorrei fare la mia parte nella costruzione di una grande forza popolare con diverse caratteristiche. Ecologista, dall’economia al turismo passando per la mobilità, e trovo straordinaria Greta e i nostri ragazzi di Fridays For Future che stanno mobilitando tante persone su mare inquinato dalla plastica, raccolta differenziata e riscaldamento climatico. Sono scesa in piazza con loro e continuerò a farlo».

Renzi esce, lei entra. Il Pd diventa più di sinistra?

«La mia decisione non è legata affatto all’uscita di Renzi e del suo gruppo. Ho maturato da tempo il mio passo. Rispetto, anche se non condivido, la scelta di Renzi, perché le divisioni non hanno mai portato bene e oggi c’è bisogno più che mai di unire le forze. Voglio credere all’impegno che ha preso di non indebolire il governo».

La sua decisione anticipa quella eventuale di Bersani e dei suoi.

«La mia posizione è diversa dalla loro perché io non sono mai stata nel Pd, quindi io non rientro nel Pd, ma da indipendente faccio una scelta individuale anche per rispondere a un’esigenza di cui lo stesso segretario Zingaretti parla, quella di rifare daccapo il partito per uscire dalle secche delle correnti. Se questa è la priorità bisogna aprire porte e finestre e far entrare nuove energie e competenze, e persone che negli ultimi anni non si sono più sentite rappresentate».

Governo Pd-M5S, condivide l’intesa?

«È dovuta alla necessità di uscire da una bolla di propaganda in cui Salvini aveva precipitato il Paese. Il programma ha molti punti importanti e condivisibili, a cominciare dalla creazione di nuovi asili nido, dall’abbassamento delle tasse per lavoratori e lavoratrici, il salario minimo, cancellare la vergogna del gap degli stipendi tra uomo e donna per le stesse mansioni, oltre alla centralità dell’ambiente».

Riesce a dimenticare quel post di Grillo con la famosa domanda “cosa succederebbe se ti trovassi in macchina con la Boldrini?”

«Sinceramente? Non riesco a dimenticarlo. Perché quell’attacco inaugurò una strategia violenta e spregiudicata che ha danneggiato me e anche la mia famiglia. Ma non ho fatto e non farò politica con le categorie del risentimento e del rancore. Il Paese ha bisogno di  archiviare la stagione dell’odio e io lavorerò anche per questo».

Il caso Umbria? Le intese giallo-rosse vanno estese a livello locale in modo sistematico?

«Bisogna rispettare i territori e agire caso per caso. Quando ci sono le condizioni è una bella sfida riuscire a farlo, ma non può essere un’imposizione pregiudiziale che viene da Roma».