«Autostrade comprende i 600 milioni della ricostruzione del Ponte Morandi nel risarcimento che offre allo Stato? Sono soldi già previsti per legge. Se la discussione comincia così, è irricevibile».

«Autostrade comprende i 600 milioni della ricostruzione del Ponte Morandi nel risarcimento che offre allo Stato? Sono soldi già previsti per legge. Se la discussione comincia così non è solo insufficiente, è anche irricevibile». Da qualche parte, nel gigantesco ufficio della ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli a Porta Pia, sono nascoste le slide già pronte per decidere, dopo il crollo di Genova, la sorte di Aspi, la società dei Benetton che controlla 3000 chilometri di rete autostradale. Nei prossimi giorni, con Giuseppe Conte, De Micheli inizierà un primo esame delle carte.

 

Vengono fuori le «imperdonabili negligenze» di cui ha parlato il premier?

«Sono emerse carenze nella manutenzione e nei controlli che non sono stati fatti a regola d’arte, come si dice in cantiere. E non riguardano solo il Morandi».

C’è un modo con cui Autostrade può evitare la revoca? È in corso un negoziato?

«L’adozione dell’eventuale revoca poggia su due basi: giuridica ed economica. Vanno valutate entrambe. Le decisioni del caso verranno condivise con il premier e coni ministri».

Con quali tempi?

«Non mi sbilancio. Ma la verifica è praticamente conclusa».

Aspi può evitare la rottura della concessione?

«Ha fatto diverse proposte anche al precedente governo. Queste interlocuzioni sono sfociate in vari incontri nei quali sono state indicate delle disponibilità. Le abbiamo ritenute insufficienti per le ricadute a vantaggio dei cittadini».

Cosa significa?

«Che gli effetti sulle persone avrebbero dovuto essere molto più consistenti».

I 700 milioni offerti per la riduzione dei pedaggi bastano?

«Ci saremmo aspettati una riduzione significativa delle tariffe ai caselli, senza modificare il piano di maggiori investimenti per la rete e per la manutenzione».

Uno sconto di quanto?

«Non do numeri. Ma la proposta è insufficiente. Comunque, al di là di Aspi, va rivista la cultura del rapporto tra il privato e il pubblico. Il pubblico ha un interesse prevalente e se non ha la forza di farlo valere si crea uno squilibrio che è un danno anche per il privato perché si abbassa la qualità. La tragedia di Genova purtroppo è una lezione».

E il ruolo dello Stato qual è?

«Anche lo Stato non può limitarsi a puntare il dito. Deve farsi carico di una maggiore capacità di controllo. Abbiamo imposto il monitoraggio da società terze, abbiamo reso operativa l’agenzia di sicurezza Ansfisa, 50 persone in più della direzione concessioni sono dedicate alla verifica e all’approvazione dei programmi di manutenzione, c’è ora un osservatorio sugli interventi e ho chiesto al Consiglio superiore dei lavori pubblici di emanare le linee guida di sicurezza sui viadotti e sulle gallerie perché oggi non ci sono regole chiare».

Italia Viva ha annunciato il voto contrario all’articolo del Milleproproghe che rivede il tema delle concessioni. Il governo può cadere su Autostrade?

«La norma non è la revoca ma segna il riequilibrio nel rapporto tra pubblico e privato nella gestione dei beni comuni, prevedendo la responsabilità della cattiva gestione oggi assente dalle convenzioni. Il Parlamento potrà migliorarla».

La verifica di gennaio per ora è un flop. Dov’è la discontinuità del governo giallo-rosso rispetto al precedente?

«La discontinuità, quella dei fatti, è nella legge di bilancio. I 23 miliardi di Iva risparmiati, la riduzione delle tasse ai ceti meno abbienti anziché ai ricchi come voleva la Lega. È nell’impianto sociale che per Salvini andava sbilanciato verso i privati: parliamo di scuola e sanità, settori sui quali invece abbiamo investito soldi pubblici. È nel modello di economia che prima era condizionato da forze esterne e sul tema della sicurezza che era giocato tutto sul racconto senza soluzioni concrete».

Manca sempre l’anima.

«Ci vuole uno scatto in avanti della politica. Se ti fermi al dato del fare non basta».

E il Pd ha delegato a Conte la bandiera progressista.

«Non è così. Ho fatto 184 viaggi in quattro mesi per andare sul territorio a presentare quello che abbiamo fatto al ministero e a condividerlo con le persone».

Zingaretti ha indicato Conte come riferimento dei progressisti.

«Lo è. Nel senso che ha compreso che ogni scelta concreta va avvicinata alla gente. È quello che fa anche Zingaretti: bisogna consumare le suole delle scarpe, le ruote dell’auto, le rotaie del treno. Più semplicemente dobbiamo stare con le persone».

Non rischiate di apparire subalterni ai 5 stelle, come sulla prescrizione? Continuate a chiedere un’alleanza vera ricevendo sempre un secco no.

«C’è un travaglio interno ai 5 stelle che rispetto e che capisco perché il Pd ha subito 3 scissioni in 4 anni. È una crisi di crescita. Ma il bene pubblico riportato in auge dal M5S è la giustizia sociale per cui le forze progressiste vivono. Dov’è la differenza? I valori sono quelli. Quanto alla prescrizione ci sarà una sintesi. Hanno abbandonato alcune posizioni ideologiche anche loro».

Se in Emilia vince la Lega il governo cade?

«Al governo non succede niente. Anche perché in Emilia vinciamo».

Ma se c’è il tonfo Zingaretti deve dimettersi?

«Zingaretti rappresenta la sintesi dei valori del partito. Venivamo da una sconfitta pesante, epocale e abbiamo fatto un congresso molto partecipato, siamo usciti dalla logica autoreferenziale e siamo passati a una vera apertura verso altri mondi. È partito anche un costante e inesorabile ricambio della classe dirigente, come si è visto in Calabria. Siamo passati dall’io al noi».