«Vedo minacce del tipo “senza di me questo non passa” oppure “noi siamo l’ago della bilancia”. Dobbiamo rispettare tutte le sollecitazioni che vengono dalle forze di maggioranza, a maggior ragione quando arrivano dal partito più forte in Parlamento: il Movimento 5 stelle. Ma l’approccio di Di Maio non mi piace. Ricattare gli alleati non può essere un metodo».

 

Se la logica del ricatto è insostenibile perché il Pd continua a farsi carico del governo, presidente Delrio? Perché non dite basta? Avete paura del voto?

«Non abbiamo paura delle elezioni. Non l’avevamo neanche la scorsa estate quando ancora non si erano verificate due scissioni (Renzi e Calenda ndr) e avremmo potuto rafforzare il Pd correndo alle urne. Invece abbiamo scelto il Paese e le famiglie italiane che altrimenti avrebbero pagato i 23 miliardi della tassa Salvini sull’Iva».

 

Ma dopo l’approvazione della Finanziaria cosa succede? Su cosa si reggerà l’alleanza?

«Il nostro obiettivo è continuare a lavorare per sbloccare investimenti fermi da due anni, stimolare il lavoro per i giovani, mettere i soldi nelle tasche dei lavoratori dipendenti come abbiamo già cominciato a fare con la manovra».

 

Di Maio propone un nuovo contratto.

«Sa chi voleva fare un contratto tra Nord e Sud tanto tempo fa? Il secessionista Gianfranco Miglio. Era lo strumento più utile per stabilire un vincolo che si poteva sciogliere in qualsiasi momento. No. Abbiamo bisogno di un patto sulla base di quello che abbiamo deciso ad agosto nel programma di governo e sui temi comuni che anche Beppe Grillo ricorda continuamente: un’agenda per l’ambiente, l’attenzione alla giustizia sociale, un nuovo sviluppo sostenibile. Se qualcuno pensa che non sia possibile farlo ce lo dica chiaramente. Non intendiamo correre dietro a nessuno».

 

Sul Mes, il fondo salva-stati, 1’11 dicembre quando si vota in Parlamento, la maggioranza presenterà una sola risoluzione?

«Non ho dubbi. È l’unica strada. Sarebbe auspicabile che la firmassero anche i partiti di opposizione, ma questo forse non è possibile».

 

Per il momento impossibile è conciliare la difesa del Mes da parte del Pd e le critiche dei grillini.

«Non capisco la drammatizzazione. Non ho mai sentito spiegare da Di Maio dove va cambiato e perché. Ho invece ascoltato solo avvertimenti e dichiarazioni di principio. Spero che il capo politico dei 5 stelle ne abbia parlato con Gualtieri e abbia detto a lui dove occorre intervenire. In questi giorni il ministro dell’Economia siederà ai tavoli internazionali. Lì si discuteranno modifiche e correzioni. Ma il dibattito italiano è surreale. Il vero problema come ho detto alla Camera è la valutazione del rischio dei titoli di Stato come vorrebbero i tedeschi non il Mes che non riguarderà noi, non parla di ristrutturazione del debito e semmai rafforza il sistema delle banche in casi estremi. Lo hanno scritto loro, i giallo-verdi, durante il precedente governo. Mi sembra che i 5 stelle siano caduti in una trappola populista preparata ad arte dal parolaio Salvini».

 

Quindi dove sono i margini di trattativa?

«Gli esecutivi durano se hanno obiettivi chiari. Questo significa avere uno spirito di governo. Un’anima, come dice Zingaretti. Cioè dare la percezione ai cittadini, oltre che la sostanza, che siamo impegnati a risolvere i loro problemi quotidiani. Il Mes non lo è. Lo si risolve a livello europeo. Stare a quel tavolo è il modo migliore per difendere la sovranità nazionale. Oggi ci sarà un’audizione del governatore di Bankitalia Visco in Parlamento. Servirà a fare chiarezza».

 

Intanto vi siete piegati all’M5S sulla prescrizione respingendo la richiesta di bloccare la riforma che scatterà dal primo gennaio.

«Siamo stati leali. Ma abbiamo detto al ministro Bonafede che il blocco della prescrizione è accettabile solo se ci sono garanzie sulla durata del processo. Come sostiene anche la Consulta. Si lavora in silenzio e con serietà perché questa intesa con il Guardasigilli venga raggiunta. Non stiamo difendendo una nostra bandierina. Lo ripeto sempre: tra la P di Paese e la P di partito mettiamo sempre davanti la prima. Ma sui diritti non si scherza. Ed è un diritto anche che i processi non durino all’infinito».

 

Italia Viva ha tagliato la testa al toro e si è astenuta. Che segnale è?

«Non bello. Non faccio prediche, non ho niente da insegnare agli alleati. Ma cerco di essere serio e di aiutare il governo. Astenersi su una proposta dell’opposizione, che considerava urgente un blocco che urgente non è, mi sembra sbagliato».