Caro direttore, la grande crisi che stiamo vivendo non è solo di carattere economico ma, molto più strutturalmente, di paradigma ideologico.

La crisi del capitalismo, che abbiamo sottovalutato per troppo tempo, va guardata in faccia nella sua cruda realtà: la centralità della finanza rispetto all’economia, la riduzione dello spazio pubblico, l’aumento delle diseguaglianze, il blocco della mobilità sociale, l’esplosione della precarietà, la distruzione dell’ambiente.

Ma, appunto, non si tratta solo di questione economica. È la relazione con l’altro che in questa prospettiva è divenuta un peso, un ostacolo alla realizzazione del proprio egoismo, come se non ci fosse mai un domani in cui tornare a incontrarsi

Siamo dunque di fronte alla crisi di un modello culturale e sociale, economico e in definitiva, personale. Se vogliamo venirne fuori dobbiamo prima di tutto invertire la rotta ideologica. Dobbiamo guardare fuori da noi stessi, dire con forza che la relazione con gli altri è una risorsa, affermare il valore generativo e positivo delle relazioni.

Solo se sapremo costruire relazioni a somma positiva potremo generare nuove risorse e opportunità, vincere spaesamento e paura che alimentano visioni nazionaliste e conflittuali, chiudere la stagione precedente dando corpo a un nuovo paradigma.

Occorre dunque ripartire dalle comunità, al di fuori delle quali è impossibile attuare politiche di vera coesione e progresso sociale: è quello che chiamiamo riformismo comunitario.

Si tratta di riportare al centro della visione politica le persone e le loro esigenze esistenziali che non sono prioritariamente consumi e denaro, ma una vita autonoma, dignitosa e vissuta in pienezza con altri.

Conseguentemente va assunta una agenda chiara di politiche pubbliche prioritarie che rendono possibile l’esperienza personale e comunitaria: politiche radicali di riarmonizzazione con l’ambiente, politiche di welfare comunitario e generativo di capitale sociale, politiche del lavoro e dell’impresa responsabile, politiche ripensate per istruzione e formazione. L’Italia può anche contare sul valore identitario delle sue cento città, sulla vitalità delle sue comunità famigliari e locali, ove la gratuità del gesto d’amore e della cura può essere praticato come da sempre vien fatto in uno spazio di libertà personale protetta da utilitarismi ed efficientismi.

Proprio in una fase di globalizzazione, dove tutto pare diluito in un grande grigio indistinto e uniforme, il riconoscimento di prossimità può fare la differenza. Partecipazione, civismo, coinvolgimento, fiducia, lealtà sono processi attivatili solo quando le persone si sentono parte attiva di una comunità, è questo il carburante civile della vita democratica.

Quando al contrario i cittadini si sentono meri clienti di un servizio, la democrazia entra in crisi perché mutano i valori fondanti della relazione. Non serve democrazia tra cliente e fornitore. Serve democrazia fra cittadini che aspirano a costruire insieme la casa comune. Sarebbe un grave errore pensare che la soluzione dell’eccessivo individualismo sia da ricercare nel suo contrario, sposando un fondamentalismo comunitario come proposto da vecchi e nuovi statalismi e sovranismi.

Ma la scelta comunitaria è decisamente urgente anche dal versante dello “stato di salute” della convivenza organizzata e delle istituzioni, se al termine comunità diamo un significato non alternativo a quello della democrazia liberale.

Su questi princìpi ispiratori e su queste basi culturali, se condivisi, sarà possibile disegnare una sorta di grande patto sociale, forse persino costituzionale, per un progetto di rilancio del nostro Paese con la partecipazione e il contributo di tutti i soggetti interessati.

Ci sono tantissime risorse e competenze disponibili che non vedono l’ora di essere coinvolti. Se sapremo condividere obiettivi e valori di base e avremo la pazienza di saperci ascoltare senza far prevalere opportunismi e smanie di protagonismo, potremo ritrovare rapidamente la rotta per costruire insieme un nuovo modello di sviluppo.