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«Mi ha fatto piacere vedere sullo stesso stesso palco Conte, Zingaretti, Di Maio e Speranza, era quello che speravo avvenisse ed è avvenuto anche più fretta del previsto». Dario Franceschini, ministro della Cultura e capodelegazione Pd al governo, è soddisfatto della piega che hanno preso gli eventi. Era stato lui, poco dopo la nascita del Conte bis, a lanciare questa prospettiva e le reazioni furono a dir poco tiepide.

Quindi ha fatto bene il governo a mettere la faccia in una partita ad alto rischio come la difficile battaglia umbra?

«Ha fatto bene, l’Umbria è una sfida importante per la regione ed è un dato politico importante per il paese. E denota la differenza profonda che c’è tra questa alleanza e la precedente. Non solo per i contenuti: quella era un’alleanza tra avversari rimasti tali, noi indichiamo una prospettiva politica. Questa in Umbria è la prima tappa di un percorso che deve durare nel tempo. Quindi è giusto metterci la faccia».

Se perdesse Bianconi dopo la benedizione di Conte, Zingaretti, Di Maio e Speranza si direbbe che al governo manca la legittimazione popolare. Non si indebolirebbe?

«No, questo è un discorso strategico che deve proseguire nel tempo. Dopo l’Umbria, ci saranno Calabria, Emilia Romagna, poi sempre nel 2020 Toscana, Liguria, Campania. Tutte le alleanze hanno vittorie e sconfitte. Io sono ottimista sul risultato in Umbria. Ma non è un solo risultato che può condizionare in senso positivo o negativo il futuro di un campo riformista che si ricandidi a governare il paese. Rispetto le prudenze di tutti, però rovescio la prospettiva: se il governo va avanti bene, che ragione può esserci per dire agli elettori “governiamo insieme l’Italia ma non ci presentiamo insieme nelle regioni o città in cui si vota”?»

Teme una slavina se si perdesse in Emilia? O anche quello è considerato un voto locale?

«Credo che in Emilia ci siano tutte le condizioni perché Bonaccini, che ha governato bene, vinca. La dico più semplice: ci sono le condizioni perché il centrosinistra vinca anche da solo. Detto questo, con l’alleanza che spero si faccia con i 5 Stelle, in Emilia non c’è partita».

Si convincerà Di Maio?

«Un passo alla volta. Ma la prospettiva di un’alleanza stabile ha la forza della ragione: ci si può arrivare lentamente o velocemente, ma è fisiologico che si arrivi lì. E molto spesso i nostri elettori vanno più in fretta dei gruppi dirigenti».

Dovrete convincere pure Renzi. La sua assenza in Umbria non è un buon viatico.

«Non voglio enfatizzarla, capisco che non ci sia una lista di Italia Viva in Umbria. In ogni caso non è il giorno per far polemiche. L’Umbria è una regione piena di solidarietà, di valori, di cultura e non si merita di essere consegnata alla Lega di Salvini. E questo argomento deve battere ogni polemica. E poi mi faccia dire: Italia Viva è appena nata, è stabilmente dentro il governo e credo che Renzi sosterrà in Emilia Bonaccini e gli altri candidati nelle regioni, senza esitare».

Non crede che questa «alleanza strategica» vada prima messa alla prova nelle dure trincee parlamentari?

«Non temo il passaggio parlamentare della manovra, normale vi sia una dialettica. Noi sappiamo bene che il percorso è difficile e complicato: siamo passati in poche settimane da essere avversari in Parlamento a stare insieme nello stesso governo. Detto questo, penso che questa alleanza avrebbe già una sua motivazione sufficiente nell’aver evitato elezioni immediate, con un disastro nell’economia del paese e in quel momento la probabile vittoria della destra. Inutile negare che quello sia stato il motore. La frase sui pieni poteri di Salvini faceva pensare ad una deriva pericolosa per il paese. Ma da subito ho creduto che questo dovesse essere l’inizio di un percorso che deve portare a costruire un’alleanza elettorale tra centrosinistra e cinque stelle, in grado di governare il paese. E di allearsi nelle regioni, nei comuni e di sconfiggere la destra, creando in Italia un nuovo bipolarismo. Un campo riformista contro una destra che ha il baricentro spostato verso le estreme, che non è più quello degli anni di Berlusconi».

A proposito, che ne pensa dell’appello di Renzi agli azzurri di Forza Italia?

«Si vince portando elettori di un altro schieramento. Mi interessa più il lavoro sugli elettori che non sui parlamentari…».

Renzi cerca portare acqua al suo mulino sulla manovra. Secondo lei vorrà far cadere il governo presto?

«Penso proprio di no. Nelle coalizioni è fisiologico che i partiti cerchino di caratterizzarsi con alcune misure. Ma ciò che mi preme sottolineare a tutti è il rischio delle “bandierine”. Assurdo lo schema che sia mio il cuneo fiscale, suo aver evitato l’aumento Iva, di qualcun altro aver eliminato il ticket. Ogni cosa è di tutti. Prendiamo le bandierine, buttiamole nel pattume e scegliamo bandierone di coalizione. Quando c’è una cosa è di tutti. Il rischio delle bandierine può portare a un logoramento pericoloso della coalizione e del governo».

Anche lei vede il profilo di Draghi che si staglia all’orizzonte? O sarà una riserva spendibile nella partita per il Colle nel 2023?

«Penso che Draghi col lavoro straordinario che ha fatto in Europa sia una delle personalità italiane più autorevoli dentro e fuori i nostri confini. Inserirlo nei toto-nomi è inutile e fa perdere solo tempo».

Quindi se succede il patatrac si andrà a votare?

«Il governo Conte è l’ultimo di questa legislatura e se si logorasse l’alleanza non si capisce come si potrebbe fare un governo con la stessa alleanza il giorno dopo. E non è una minaccia, ma una constatazione».