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Occhiali, appunti e una pallina da baseball con le firme dei giocatori dei San Francisco Giants, la squadra mito per gli appassionati di questo sport. Lorenzo Guerini, dal 5 settembre 2019 ministro della Difesa nel Governo Conte bis, apre le porte del suo ufficio in via XX Settembre.

 

«Mi scuso se non do la mano», avverte subito lui, che, forse più di altri, è sensibile al problema.

Ministro, come ex sindaco di Lodi e presidente di quella provincia, oggi alla guida della Difesa, come sta affrontando questa emergenza?

«Sicuramente in me c’è una grande partecipazione emotiva perché sono parte di una comunità che è stata profondamente colpita. Con i miei concittadini mi sento quotidianamente. Mi segnalano le difficoltà e i problemi che ci sono, soprattutto nella zona rossa. Devo dire, però, che comprendono le ragioni delle scelte del Governo e, pur vivendone il disagio, dimostrano grande responsabilità e solidarietà. C’è una consapevolezza civile molto elevata, un esempio positivo per tutto il Paese. Siamo di fronte a un’emergenza che deve essere fronteggiata su due versanti: quello del contenimento, soprattutto per tutelare la salute delle persone e non mettere in difficoltà le strutture sanitarie, visto che una parte dei contagiati ha bisogno di cure intensive, e quello del rilancio dei territori. Il Governo ha già approvato dei decreti e sta lavorando ad altri, per affrontare le difficoltà delle aziende e dei lavoratori con misure importanti per dare una prospettiva di sostegno alla crescita e alle imprese e per dare una mano alle famiglie».

I militari sono stati subito mandati sul posto. I cittadini come vivono questa presenza?

«Nelle emergenze del Paese la Difesa dà sempre il proprio contributo e risponde con spirito di disponibilità ed efficienza. Lo stiamo dimostrando anche adesso. La nostra presenza nella zona rossa è finalizzata a garantire il rispetto dei provvedimenti come servizio alla comunità. Ci sono molti esempi di riconoscenza nei nostri confronti, come per esempio la lettera scritta dall’anziana signora della zona rossa o alcuni disegni dei bambini consegnati ai nostri militari e alle forze dell’ordine. Questo dà il senso che la popolazione apprezza la presenza delle istituzioni anche attraverso l’intervento delle forze dell’ordine e delle Forze armate».

Dalla sicurezza interna a quella esterna. Come è posizionata l’Italia nello scacchiere internazionale?

«Il nostro orizzonte di attenzione è innanzitutto il Mediterraneo allargato. Lì non ci sono solo i nostri interessi nazionali, ma possiamo dare un contributo sostanziale per la stabilità di questa vasta area. Da anni siamo presenti in diversi teatri. Penso al Libano, all’Iraq, alla Somalia, dove abbiamo contingenti qualificati e apprezzati per il loro lavoro e per i rapporti instaurati con la popolazione. In queste realtà svolgiamo un’opera di addestramento delle forze di sicurezza e militari, anche per il contrasto al terrorismo, e creiamo le condizioni affinché questi Paesi recuperino la loro autonomia. A partire da questa prospettiva stiamo per ridefinire il nuovo decreto missioni».

Cosa prevede?

«Come ho già detto in Parlamento, confermiamo la nostra presenza in queste realtà, ma poi dobbiamo confrontarci anche con altri scenari in cui probabilmente sarà richiesto un di più del nostro contributo. Il primo è sicuramente la Libia. Dopo la conferenza di Berlino, stiamo decidendo in ambito europeo come garantire le due condizioni previste in quell’incontro, e cioè il cessate il fuoco e l’implementazione dell’embargo delle armi. A questo proposito, Irene, la nuova missione che sostituisce Sophia, rimetterà in mare gli assetti navali finalizzati proprio al controllo del traffico di armi. Il secondo tema importante, che è strettamente connesso alla Libia in termini di contrasto al terrorismo e al traffico di esseri umani, è l’impegno in Sahel. Siamo già presenti in Niger con un nostro contingente importante, ma potrà esserci un ulteriore aumento della nostra presenza».

Missione Sophia, perché sostituirla con un’altra che ha gli stessi obiettivi? L’Italia ne manterrà il comando?

«Su Sophia si era aperta una discussione perché alcuni Paesi l’hanno interpretata come un fattore di attrazione per l’immigrazione, tanto che ne era stata sospesa la componente marittima. La nuova missione sarà finalizzata a far rispettare l’embargo delle armi con assetti di controllo aero-navali. Credo che l’Italia abbia tutte le carte in regola per mantenere il comando della nuova missione. Nel mio recente incontro a Zagabria l’alto rappresentante Ue Josep Borrell ha ringraziato il Governo italiano per il lavoro svolto finora e per aver avanzato la proposta di guida dell’operazione. Un riconoscimento che viene anche dagli altri partner europei proprio per la consapevolezza sia del ruolo che l’Italia ha giocato in questi anni con la sua leadership sulla partita libica, sia dall’esperienza che abbiamo maturato nel comando guidato con grande capacità dall’ammiraglio Enrico Credendino».

Occorreranno nuovi investimenti sugli organici?

«Attualmente abbiamo circa seimila uomini impegnati nelle missioni internazionali. Siamo il secondo contributore della Nato dopo gli Stati Uniti. Questo testimonia il nostro protagonismo e la nostra volontà di essere esportatori di sicurezza, di stabilizzazione e di pace. Ci potrà essere un eventuale maggiore impegno in relazione alla situazione libica. A oggi è in corso un confronto in ambito europeo, non ancora concluso. Dal punto di vista generale, la legge 244 ha stabilito una progressiva riduzione del personale delle Forze armate. Abbiamo però già posto il tema alla riflessione del Parlamento, immaginando un rallentamento degli obiettivi lì fissati. Dobbiamo garantire continuità e turn over per le Forze armate per non perdere l’esperienza e ringiovanire gli organici. È un tema complesso, abbiamo bisogno di vincoli meno stringenti e su questo stiamo lavorando trasversalmente».

E per gli altri investimenti? È confermato l’acquisto degli F35?

«Il Paese deve poter disporre di uno strumento militare commisurato al rango e alle responsabilità che vuole assumersi. Il tema degli investimenti ha a che fare con la capacità di mantenere efficiente questo strumento, che ha un ciclo di vita che richiede un continuo ammodernamento. E poi significa anche crescita economica, visto che gli studi di Prometeia di qualche anno fa ci dicono che per ogni euro investito nella Difesa abbiamo un ritorno di oltre due euro per il sistema Paese. Sugli F35 voglio precisare che questa è una scelta che il Paese ha fatto anni fa. Ha scelto un aereo di nuova generazione che sicuramente caratterizzerà i prossimi 15/20 anni dal punto di vista della difesa aerea. Io ho semplicemente portato avanti, confermando i profili di acquisto già decisi, scelte già state assunte. Ho chiuso un dibattito che ormai si trascinava da tempo, tenendo presente il mio dovere di garantire l’efficienza dello strumento militare, in questo caso nella sua parte aerea, quello di mostrare che l’Italia è in grado di rispettare gli impegni che assume a livello internazionale, e, infine, quello di garantire i ritorni produttivi dell’investimento. Nello stabilimento di Cameri, in Piemonte, si assemblano parti importanti di questo aereo e il nostro Paese, attraverso le scelte che abbiamo compiuto e l’eccellenza di questo sito, può diventare protagonista europeo del programma F35. Non solo gli aerei acquistati da altri partner europei vedranno in Italia parte della loro produzione, ma, soprattutto, qui potrà eseguirsi la manutenzione».

Dopo 7o anni la Nato ha ancora un senso, pensando anche a comportamenti di Paesi come la Turchia in questo periodo?

«Con l’Unione europea, la Nato è uno dei due pilastri della nostra sicurezza. Non vedo un superamento di questa visione. Certo, l’Alleanza si è modificata in relazione al cambiamento del quadro generale. Siamo molto soddisfatti che, su sollecitazione italiana, nelle ultime riunioni la Nato abbia aderito alla nostra visione che vuole un’Alleanza orientata non solo sul versante est, ma anche su quello sud, perché da li provengono molte minacce alla nostra sicurezza».

Si va verso una difesa comune europea?

«Per costruire un’Europa più integrata e più imita è opportuno porsi il tema della difesa europea. Bisogna, però, intendersi su cosa significa. Per noi vuol dire predisposizione di capacità che possano, dentro una visione condivisa con la Nato, immaginare un protagonismo europeo nella Difesa. Non a caso stiamo immaginando missioni europee per affrontare alcuni temi, come per esempio la crisi in Libia. In sostanza, stiamo discutendo sulla Difesa comune dell’Unione come quota di capacità che l’Europa mette in campo per raggiungere gli obiettivi di sicurezza che, all’interno dell’Alleanza atlantica, insieme condividiamo».

A metà febbraio il Consiglio dei ministri ha approvato nuove norme sullo status dei cappellani militari. Andranno via anche le stellette?

«L’intesa definita tra Chiesa cattolica e Stato italiano nel febbraio 2018 è stata ratificata con l’approvazione del Consiglio dei ministri. Vengono valorizzate le funzioni che i cappellani svolgono nei confronti dei militari e delle loro famiglie. Ho avuto modo di vedere, in particolare in occasione della celebrazione per i caduti nelle missioni internazionali, quanto sia apprezzato il lavoro di assistenza, vicinanza, testimonianza e attenzione dei cappellani. L’intesa attualizza il loro status, esaltandone più nettamente il ruolo pastorale. Non indosseranno più la divisa, ma l’abito ecclesiastico e saranno eliminate gran parte delle funzioni apicali, cioè le stellette di cui mi chiedeva».

Le armi parlano quando tacciono le parole. Quanto è importante l’esercizio della diplomazia per un ministro della Difesa?

«Credo sia importante dialogare e saper ascoltare, riconoscere le ragioni dell’altro e cercare di costruire attorno alla soluzione dei problemi un concorso ampio e condiviso. Anche da ministro della Difesa ho voluto mantenere questo spirito. Abbiamo avuto un’influenza negativa, nella politica, dall’uso distorto dei social, sui quali ciascuno rischia di essere più interessato a scolpire la propria verità che ad ascoltare le opinioni degli altri. Politica che invece ha bisogno di recuperare la dimensione della diplomazia. E poi mi permetto di osservare che è necessario l’esercizio di una virtù, che è quella della pazienza. Io non credo negli scatti ma nel lavoro passo dopo passo con un impegno di ascolto, serietà e responsabilità, anche nel momento della decisione. Sembra un metodo non molto di moda, ma credo vada riscoperto».