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«La mia previsione funesta è agli atti del Parlamento, purtroppo si è realizzata».

Francesco Boccia, gli indiani di Arcelor Mittal non le sono mai piaciuti?

«Non sono sorpreso, lo sapevo che con loro sarebbe finita così e in politica non c’è cosa peggiore. È sempre la sintesi di un fallimento collettivo. Quando Michele Emiliano e io dicevamo che era un errore assegnare l’azienda a Mittal ci prendevano per matti».

Nomi e cognomi?

«L’operazione è nata con Renzi, Calenda ed è stata chiusa con Di Maio. Tutti dicevano che quella con ArcelorMittal era una grande operazione, mentre io da deputato e da pugliese ero stato l’unico in Parlamento a dire che la cordata Mittal non dava garanzie adeguate sulle prospettive industriali».

Il ministro pugliese degli Affari regionali (Pd) risponde dagli Stati Uniti, dove è in visita istituzionale, ma il cuore e la testa sono a Taranto.

Come finirà?

«Se Mittal rispetta il contratto è benvenuta, se dice che ci sono 5.000 lavoratori di troppo ne pagherà le conseguenze. Non accetteremo ricatti. Salveremo Ilva con un’amministrazione straordinaria seria, fatta da manager eccellenti».

Un commissario straordinario per salvare l’ex Ilva?

«Non voglio scomodare Bondi sulla vicenda Parmalat, ma è una strada che non escludo assolutamente. L’Italia non può cedere al ricatto occupazionale e se il mercato non ce la fa, lo Stato ha il dovere di intervenire. Abbiamo salvato tanti siti industriali in Italia, salveremo anche Ilva».

C’è da salvare anche il governo Conte?

«Ma no, perché? Il Pd è compatto sulle posizioni di Zingaretti, al proprio interno e nel rapporto con gli alleati. Non capisco perché il governo dovrebbe cadere su una vicenda così chiara. Certo, si è partiti con il piede sbagliato. Se fosse stato sancito il principio che si continua a produrre acciaio con un percorso chiaro di decarbonizzazione, a certe condizioni di mercato, non staremmo in questa situazione, che è di una gravità inaudita».

Jindal può tornare?

«Sentir parlare adesso di questa ipotesi mi fa rabbrividire. Come Renzi sa quella cordata, che aveva dentro il gruppo Arvedi e un galantuomo come Del Vecchio, al quale nessuno ha chiesto scusa, offriva una prospettiva chiara e metteva insieme la centralità industriale e le ragioni dell’ambiente, indicando la strada della decarbonizzazione graduale. Ma la Repubblica in tutte le sue articolazioni scelse Mittal. “Hanno offerto 400 milioni in più”, mi dicevano in Parlamento. E io risponde- vo che la salute dei tarantini non ha prezzo. Chi ha venduto a Mittal farebbe bene a rifugiarsi in un dignitoso silenzio».

Lo scudo va ripristinato?

«Quella parola, cioè la garanzia da offrire a chi avrebbe avuto la responsabilità delle bonifiche, è finita ostaggio della politica dei tweet e degli slogan. Il decreto scritto da Di Maio era un’ottima mediazione, ma la Lezzi lo ha cancellato. E adesso la litigata tra Pd e 5 Stelle è inutile. Abbiamo un problema molto più serio, siamo al redde rationem».

Ha senso riproporre lo scudo?

«Assolutamente sì, perché cancellando la norma voluta da Di Maio il Senato ha fatto un grave errore. Anche se ora agli indiani interessano solo i 5.00o esuberi e questo per noi è inaccettabile».

Per un premier pugliese che ha puntato sul Sud è una sconfitta?

«Siamo in piena mediazione. Come diciamo noi pugliesi, la processione si giudica quando torna in chiesa».