Cosa prova un’italiana sopravvissuta ad Auschwitz davanti alle trenta pallottole contro gli immigrati neri? Cosa pensa di un paese fascioleghista che evoca la «razza bianca», denuncia il complotto della «sostituzione etnica», trova infine una giustificazione per la «caccia al negro» ?

 

«Mi vengono i brividi», dice Liliana Segre, ottantasettenne testimone dell’Olocausto, da quindici giorni senatrice a vita. «La violenza razzista è ormai un Fiume senza argini, prodotto di una pazzia collettiva sapientemente alimentata dai seminatori d’odio».

 

Seppur diversi i contesti storici, restano identici i meccanismi che danna complotto per”la sostituzione vita a capri espiatori e fantasmi sociali. «Mi sembra di rivivere cose orribili del passato».

 

Esiste ancora un ventre molle del paese contaminato da fascismo e razzismo?

«E’ sempre esistito. Solo che nel dopoguerra ci si vergognava di tirarlo fuori. Il lutto e la disperazione provocati dai totalitarismi creavano una sorta di pudore intorno a certe tendenze, liquidate come oscene. Il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie. Ed ecco ora riaffacciarsi violentemente queste pulsioni razziste e xenofobe».

 

Colpiscono gli argomenti giustificazionisti della destra: ci sono troppi neri

«Eh già, ci mancava che applaudissero agli spari. Che vergogna. Ci sono uomini politici che non hanno più timore di evocare la “razza bianca”, addirittura denunciano un complotto per la “sostituzione etnica”. Cosa ci si può aspettare da una politica dell’odio come questa?”

 

Il mito del complotto contagia neonazisti e leghisti. Prima era una specificità dell’antisemitismo, che ricorre ai falsi Protocolli dei Saví di Sion per argomentare la pericolosità degli ebrei pronti a impadronirsi del mondo. I razzisti di oggi evocano dissennatamente un “piano  Kalergi” per trasformare il popolo europeo in “una razza mista di africani e asiatici. Sono entrambi dei falsi inventati per colpire delle vittime”.

«Anche io ho pensato a questa similitudine. E mi vengono i che brividi. Spero di sbagliarmi. Spero di essere clamorosamente smentita dalla Storia».

 

Cosa le ha fatto pensare a un’analogia?

«Il meccanismo che dà vita al mito del complotto ha sempre gli stessi tratti: si sospetta che siano in atto terribili piani misteriosi rispetto ai quali la gente comune resta all’oscuro finché vincono gli artefici della macchinazione. Quindi bisogna annichilire l’avversario finché si è in tempo».

 

I fantasmi sociali nascono sempre in un momento di crisi.

«Sì, certo. Ed è in momenti come questi che si inventano capri espiatori su cui sfogare risentimento e paura. La rabbia oggi si respira per strada. La si vede non solo negli episodi eclatanti come la “caccia al nero” di Macerata, ma anche nella quotidianità. Bastano un sorpasso azzardato o un parcheggio maldestro. Basta una finestra che sbatte e si accoltella il vicino. Su questo terreno intervengo i maestri della politica e del web assai abili nello spargere veleno e nel catturare l’attenzione. Anche perché la lezione dell’odio è molto più facile di quella dell’amore. Ha presa su platee più ampie».

 

E’ facile anche dare vita a un immaginario razzista. Lei l’ha subìto da ragazza sotto il regime fascista. Pur nella differenza tra quell’Italia e oggi, rintraccia delle analogie nei meccanismi che creano una propaganda fondata sulla discriminazione?

«E’ una questione che mi sono posta anche io. E purtroppo le somiglianze non mancano. La campagna antisemita non è nata da un giorno all’altro il 18 settembre del 1938, quando Mussolini annunciò a Trieste le leggi razziali. Prima c’erano state le barzellette, le boutade, le caricature con il naso adunco e le orecchie a sventola. Gli ebrei ridotti a macchietta grottesca. Pian piano dalle vignette si è passati ai cartelli con la scritta: “Vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”. E poi si sa dove siamo arrivati».

 

Nella sua esperienza personale, in che modo ha sofferto l’esclusione? «Io non ricordo l’atto violento quello sarebbe arrivato dopo ma lo sparire dallo sguardo delle persone. C’è un gioco che fanno i bambini senza capire quanto sia crudele. Si decide che uno di loro debba essere invisibile. E non c’è grido che li scuota. L’escluso reclama: ehi, ci sono, guardatemi! E gli altri niente, fanno finta di non vederlo e non sentirlo. Ecco, questo è ciò che ho patito. L’invisibilità».

 

Qualcuna delle sue amichette le ha mai chiesto scusa in questi ottant’anni?

«No, non è mai successo. È anche per questo motivo che la nomina del presidente Mattarella ha rimesso a posto molte cose».

 

Rispetto alla Shoah, non abbiamo mai fatto i conti fino in fondo con le nostre responsabilità, attribuendo ogni colpa ai tedeschi. Deriva anche da questo la facilità con cui abbiamo sdoganato pulsioni xenofobe nella scena pubblica?

«Sicuramente. Da noi l’armadio della vergogna non è stato mai aperto. E l’esame di coscienza è completamente mancato. In questi armi abbiamo creduto di stare con gli occhi aperti e le orecchie vigili, ma evidentemente non è stato fatto abbastanza».

 

Lei oggi siede nel Senato della Repubblica. Quali atti intendere compiere per fermare il razzismo diffuso?

«Contro la xenofobia non credo tanto nell’efficacia delle leggi, ma nel potere dell’educazione. Quello di cui mi farò carico sarà un progetto per la scuola. Classe per classe, testa per testa. I giovani devono conoscere quello che è realmente accaduto: è l’unico modo per porre un argine alla violenza presente e futura. Avverto questa urgenza da senatrice ma anche da nonna».

 

Nei giorni scorsi è stata sollevata nuovamente la questione dell’uso della parola razza-nella Carta. Il presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, ha ricordato che quella parola viene evocata proprio per condannare ogni discriminazione: si usciva allora dalla tragedia dell’Olocausto. E ha aggiunto che oggi l’uso di quel termine non ha più senso. Le piacerebbe se “razza” scomparisse dalla Costituzione?

«Sì, mi piacerebbe molto. Sono anche d’accordo con il presidente Grossi che ne ha contestualizzato l’uso. Ma vedrà che la parola razza verrà cancellata dalla Carta. Sarebbe un ottimo segnale».