marco minniti, fermati gli sbarchi
Marco Minniti / Foto Imagoeconomica

Marco Minniti arrivava al Viminale ogni giorno alle 8.30. Salutava il segretario, leggeva il mattinale coni fatti accaduti nella notte, e poi cominciava la sua giornata di «molestatore seriale». La definizione è sua. «Sulla scrivania avevo un telefono digitale, mi bastava un clic sul monitor per telefonare ai capi dipartimento, al capo della polizia, ai vertici dei servizi segreti. Li chiamavo in ogni momento, più volte… sì, ero un molestatore seriale. Ma un ministro dell’Interno deve fare così, altrimenti non riesce a realizzare scelte strategiche per la sicurezza pubblica. Non serve a niente farsi raccontare al telefono ciò che succede in Italia, se poi ti disinteressi e non sai incidere». Basterebbe questo per posizionare Minniti nell’emisfero opposto a quello di Matteo Salvini, il quale sta dimostrando di avere una concezione tutta sua dell’incarico. Riassumibile in un paio di numeri riportati ieri su questo giornale: nei primi cinque mesi del 2019 Salvini è stato al Viminale 17 giorni effettivi, mattina e pomeriggio, ma ha partecipato a 211 eventi pubblici in giro per l’Italia. Comizi elettorali, feste della Lega, appuntamenti di partito.

 

Salvini sostiene di poter assolvere il suo mandato anche senza stare al Viminale, delegando il suo capo di gabinetto.

«Il capo di gabinetto è un prefetto, quindi un pari grado dei cinque capi dipartimento in cui è articolato il dicastero. Serve l’autorità politica per assumersi la responsabilità delle decisioni. Il ministro dell’Interno lavora bene quando non fa notizia. E non è un caso che la Democrazia Cristiana, nella sua lunghissima stagione di governo, evitasse di scegliere, per quest’incarico, i propri capicorrente o i leader di altri partiti»

 

Cosa si rischia, se il ministro è troppo assente?

«Che ogni dipartimento si comporti come una realtà a sé, senza un indirizzo e una strategia comune. La presenza del ministro al Viminale è cruciale, poi, nelle emergenze di ordine pubblico, ad esempio durante manifestazioni ad alto rischio. Io rimanevo per ore a fissare i monitor nella sala operativa, per controllare ciò che stava accadendo. In tempo reale interloquivo con il Capo della polizia. Solo in questo modo si riesce a graduare la risposta delle forze impegnate sul terreno, garantendo la libertà di espressione e prevenendo ogni forma di violenza».

 

Salvini pare più interessato ad aumentare il consenso personale.

«La campagna elettorale permanente in cui questo governo ha gettato il Paese rischia di produrre pericolose tensioni nel sistema democratico. Il ministero dell’Interno è terzo per antonomasia, deve garantire i diritti di tutti, anche di chi non l’ha votato o non la pensa come lui. Il suo compito non è fare comizi, ma assicurare che altri possano farli».

 

Sarà capitato anche a lei di farli, durante il suo mandato. O no?

«Nei miei 16 mesi al Viminale mai ho fatto comizi in piazza, solo iniziative al chiuso. C’è una bella dillérenza».

 

E sarebbe?

«Il comizio è la massima espressione di un punto di vista unilaterale. Sollecita dichiarazioni a effetto. Una parola sbagliata detta su un palco da un leader politico che è anche ministro dell’interno, dunque depositarlo di poteri straordinari e terminale di informazioni riservate, può apparire come una minaccia».

 

Il ministro Salvini per spostarsi utilizza gli aerei e gli elicotteri della Polizia anche quando la trasferta non è solo di tipo istituzionale.

«Beh, evidentemente vedendolo in divisa l’hanno scambiato per uno di loro…».

 

Anche lei, però, li usava.

«Le volte si contano sulle dita di due mani. Mi sono sforzato di usare quei velivoli solo perfinalità strettamente istituzionali, che si concludevano in arco ristretto di tempo».

 

Durante alcuni eventi pubblici di Salvini, la polizia ha fatto rimuovere striscioni di contestazione. È normale?

«L’unica cosa che non si può e non si deve fare è mettere ‘magliette’ alle forze di polizia. Sono un patrimonio dell’Italia».

 

Quando finivano le sue giornate di lavoro?

«Vorrei dire alle 20.30, l’orario in cui di solito uscivo dal Viminale . Ma il telefono non smette di squillare, e i fatti continuano ad accadere. In realtà, la giornata di un ministro dell’Interno non finisce mai».