“Io credo che fosse impossibile pronosticare una crescita così esponenziale. Non scordiamo che dentro la stessa comunità scientifica era emersa nei mesi scorsi una tesi revisionista sull’indebolimento del virus. E che nella nostra situazione si trovano quasi tutti i Paesi europe”. Così Andrea Orlando, intervistato da Repubblica, risponde all’accusa al governo di essersi fatto trovare impreparato alla seconda ondata.
 
Per il vicesegretario dem, “non è questione di colpe” delle Regioni, quanto piuttosto dei problemi che la pandemia ha messo a nudo: “l’articolazione del potere prevista dal titolo V va in sofferenza, ci vorrebbe un rafforzamento del coordinamento centrale. E senza nemmeno passare per una riforma costituzionale. Basterebbe esercitare appieno il ruolo dello Stato”, spiega Orlando. C’è, per l’ex guardasigilli, “una questione di governance, legata esclusivamente all’epidemia. Rispondere in 20 modi diversi a un’emergenza così violenta e diffusa crea un indebolimento della risposta, di cui c’è traccia anche nell’ultimo Dpcm. Dover sempre mediare fra letture diverse del fenomeno induce una capacità di reazione attenuata”.
 
“Mi aspettavo una risposta più incisiva, con meno margini di discrezionalità, ora una stretta mi sembra inevitabile”, spiega. “Capisco che si sia deciso di non rompere con le Regioni, ma siccome noi non siamo in grado di sradicare il virus, solo di contenerlo, occorre diminuire le occasioni di socialità. Quali eliminare è una scelta politica. E occorre una risposta omogenea”, aggiunge. Orlando sottolinea che “la cosa peggiore sarebbe un lockdown a Natale”.

 
“Il Paese ha assoluto bisogno di un piano di riorganizzazione della sanità nazionale, che va rafforzata nella sua natura pubblica e universalistica”, spiega Orlando. “Per farlo serve una leva finanziaria. Le buone intenzioni non bastano. È questo il punto politico. Dobbiamo decidere se darci gli strumenti per andare in questa direzione oppure accontentarci delle toppe. Il Mes è quello più accessibile, non è detto sia l’unico: ce ne possono essere altri, a patto però che si dica quali”.
 
“Il Pd è convinto che i 37 miliardi del Mes siano una leva per ripensare il servizio sanitario, il che costituisce un investimento sul futuro. Se poi qualcuno ritiene che le risorse necessarie siano già disponibili e sufficienti, benissimo: mi auguro che abbia ragione. Non è che si fa debito solo quando prendiamo il Mes e lo stesso non vale per il Recovery. Rinunciare per ragioni esorcistiche è un errore, anche perché a fronte della seconda ondata il Mes può ancora cambiare”. Per il vicesegratrio dem, il governo non rischia “se impostiamo la discussione in modo corretto. E si smette di dire che chi lo vuole è amico della Troika e chi no preferisce far morire la gente”.
 

Sul fronte del governo “prima va rafforzata l’agenda. Lo si chiami tagliando o verifica, occorre prima una due diligence delle cose che stiamo facendo e di quelle ancora da fare. Zingaretti ha posto delle priorità. Non si parte da chi deve fare il ministro. Per quanto mi riguarda, come ho spiegato un anno fa, ritengo più utile restare al partito”.
 
Il premier Conte è figura centrale per la tenuta del governo, afferma il vicesegretario Pd, “è il punto di equilibrio di una costruzione che è stata difficilissima”. Senza Conte non c’è questa maggioranza e “senza questa maggioranza non c’è Conte. Perciò abbiamo respinto il tentativo esperito durante l’estate per arrivare a un governo di unità nazionale: avevamo capito quali erano le finalità”, cioè “marginalizzare la politica e rimettere al centro un’impostazione tecnocratica che non credo abbia mai portato bene. Come ho detto, le scelte da fare sono tutte politiche. Ed è un’ironia della storia che a garantirle sia proprio Conte. Noi dobbiamo dargli una mano e lui si deve preoccupare di più della tenuta della maggioranza anche nei passaggi non strettamente legati alla gestione dell’emergenza”.
 
Intervista integrale su Repubblica