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Andrea Orlando, se ArcelorMittal risponde picche al governo, la nazionalizzazione è un’ipotesi in campo per l’ex Ilva?

Quando c’è un contenzioso così aspro non si parla di subordinate. Sarebbe un modo di indebolire la posizione del governo.

Sull’ex Ilva l’impressione è che governo e maggioranza fossero impreparati. C’è il rischio che si ripeta su altri dossier?

Eravamo consapevoli delle mine di cui era disseminato il campo dopo 14 mesi di non governo e di campagna elettorale permanente. Ed è la ragione per cui al governo abbiamo chiesto una regola di ingaggio diversa dalla precedente. Oggi siamo preoccupati dal fatto che questo cambio di metodo non sì è pienamente realizzato.

Il Pd è andato al rimorchio dei 5 stelle, nel governo e al senato?

Non generalizzerei. In quel passaggio sono stati sottovalutati gli effetti ottici che la scelta di togliere lo scudo penale poteva produrre. Ma ormai è evidente che il tema di Arcelor Mittal non è lo scudo ma il fatto che si siano impegnati in un piano industriale che non sono in grado di realizzare. Non vedo altri temi sui quali il Pd sia stato al rimorchio. La manovra contiene risposte a questioni che il Pd ha posto fin da agosto: green new deal, segnali di maggiore equità fiscale e di ridistribuzione. Se mai il tema è essere meno timidi nel rivendicare questi obiettivi, e nel realizzarli. Dobbiamo lavorare per aumentare la riduzione della tassazione sul lavoro.

Oltre la quota che avete fin qui annunciato?

Sì. Trovando nuove risorse. Perché abbiamo detto la Lega si alimenta nelle diseguaglianze e se vogliamo fermarla dobbiamo usare ogni spazio possibile per ridurle.

Torniamo all’egemonia 5S. È andata così sul taglio dei parlamentari. E sulla prescrizione.

Il taglio dei parlamentari è congenito alla nascita del governo. E questo per un errore: le prime aperture ai 5 stelle in agosto, quindi prima del governo e della scissione. A quel punto la strada di una trattativa sul tema era chiusa. Ma per la verità dopo tre voti parlamentari sarebbe stato difficile rovesciare quel percorso. Sulla giustizia invece la partita è ancora tutta da giocare.

Da gennaio la prescrizione è cancellata, dopo la sentenza di primo grado.

Abbiamo detto su cosa non siamo d’accordo. Stiamo per avanzare proposte che di meccanismi perentori che garantiscano la minore durata dei processi.

Sulle intemperanze degli alleati, lei ha detto: «Così il governo non dura». Per Renzi siete voi a voler staccare la spina.

Scambia la causa con l’effetto. Noi non vogliamo far cadere il governo, ma se c’è chi tutti i giorni lo tira da una parte e dall’altra finirà chela corda si spezza. E lo diciamo essendo gli unici che questa corda non l’hanno tirata. Fin qui il governo si è retto sul nostro senso di responsabilità, che però da solo non basta. Nella malaugurata ipotesi che le cose dovessero precipitare, dopo il comportamento lineare e responsabile che il Pd ha tenuto sin qui, non ci sarebbe un italiano che assocerebbe il nostro partito alla frase “staccare la spina”.

Ma dopo Renzi e Di Maio, anche lei se l’è presa con Conte per le sue trattative con le singole forze della maggioranza.

Ho fatto un appunto specifico su una singola questione. Prima vorrei contestualizzare: è vero che se non si prendono contromisure si rischia di farsi male, ma è anche vero che il governo una coalizione di forze che si erano combattute ha dovuto reperire in poche settimane 25 miliardi per sterilizzare le clausole Iva. E i battibecchi questa storia l’hanno rimossa davanti all’opinione pubblica. Quindi non meravigliano i problemi, ma costruiamo le condizioni perché. Serve un metodo, una collegialità, per evitare che ci siano quotidiani esercizi di campagna elettorale. Mi preoccupa che non ci sia ancora un metodo.

Conte non ha il metodo giusto?

Ripeto, ho fatto un appunto sulla manovra. Visto che nella maggioranza ci sono tentazioni corsare, se il governo intavola trattative con le singole forze non se ne esce più. Sconsiglio di rincorrere i singoli mal di pancia.

Auto aziendali e plastic tax. Italia viva li ha approvati con tutta la maggioranza, e poi silurati. I renziani tendono delle trappole per fabbricarsi dei ‘casi’?

Notizie non smentite dicono che queste misure erano state addirittura proposte dagli stessi che poi hanno aperto una campagna contro. La nostra preoccupazione non nasce da fantasie. Fare una campagna elettorale quotidiana evidentemente è incompatibile con la durata del governo fino al 2023.

La Corte dell’Aja ha aperto una maxi inchiesta sui lager libici. Stanno per partire mandati di arresto. Siete sempre convinti che gli accordi con la Libia vadano mantenuti?

Chiariamo: non è che difendiamo i libici. Siamo d’accordo sul fatto che negli accordi che dobbiamo produrre una forte innovazione. Ma gli accordi si fanno con i soggetti in campo. A meno che non vogliamo chiudere la fase della diplomazia e passare ad altro. La prima cosa è decidere se vogliamo provare far evolvere la situazione in Libia o se il tema non ci interessa.

 

Ma il rischio non è sostenere torturatori e trafficanti?

Il rischio c’è, ma si evita con la politica, non con la ritirata.

Il 17 novembre l’assemblea del Pd approverà uno statuto annunciato come quello della rifondazione del Pd, della rivoluzione. Ma il segretario resta il candidato premier. Vengono solo ‘costituzionalizzate’ le eccezioni già praticate dal Pd di Bersani. C’è davvero una svolta?

Sì, la svolta c’è, perché in sostanza la prossima volta a chi va ai gazebo sarà chiaro che non sta scegliendo il candidato premier ma eleggendo il segretario Pd. L’altra novità importante è un congresso che parte dalle idee, e solo dopo approda alle persone e al tema della leadership. Ed è un capovolgimento significativo. Dopodiché con franchezza, e senza sottovalutare queste modifiche, le dico che la svolta verrà solo dalla combinazione fra cultura politica e organizzazione.

Vede una svolta nella cultura politica del Pd?

Vedo un cambiamento. Il fatto che anche solo nella prassi quotidiana parliamo di green new deal e lotta alle diseguaglianze sociali è un riposizionamento. Ma ci manca ancora la lingua per parlare con il quel mondo che ci ha abbandonato.

Nel caso di sconfitta in Emilia servirà un congresso, un cambio di gruppo dirigente?

Un congresso serve a prescindere. Non credo che perderemo in Emilia Romagna. E ricordo però che sulla base dei risultati delle elezioni del 2018 non vinceremmo nessuna regione italiana, forse solo la Toscana