Imagoeconomica

Nella sua casa di Bologna Romano Prodi, sempre reduce da un qualche viaggio in giro per il mondo, è appena rientrato dalla Macedonia, una delle frontiere del nazionalismo europeo, dove i macedoni sono pronti ad autodefinirsi «del Nord», pur di chiudere il contenzioso con la Grecia e il Professore commenta: «Lì sono ventisette anni che litigano sul nome, ventisette anni! Finalmente nelle prossime ore sapremo se Atene voterà per l’accordo: ecco un’altra vicenda che ci fa capire il senso del tempo perso dall’Europa, attardata troppo spesso nel guardare indietro a drammi di secoli passati, anziché avanti. Questa è stata la rovina dell’Europa, che si è costruita solo quando si è guardato avanti».

 

Lei ha proposto che il 21 marzo si espongano dalle finestre e nelle piazze le bandiere europee, in una sorta di primavera europeista: una proposta rivolta al suo schieramento, ai progressisti?

«Davanti a Stati Uniti e Cina, non avremo un futuro, se non staremo assieme. Quella della bandiera non è una tesi di parte, ma è chiamare a raccolta tutti coloro che condividono l’idea di rilanciare un destino comune, chiudendo col passato e preparando il futuro. Una chiamata al centro-sinistra ma anche al campo che era a me avverso: anche nel centrodestra ci sono europeisti. Con loro restano idee diverse sull’Europa sociale e su tanti aspetti, ma non si possono avere idee diverse sulla necessità di un’Europa che torni protagonista».

 

Non teme equivoci politici in questo comune sventolio di bandiere stellate?

«Guai se non troviamo almeno un momento di unità simbolica. Il presidente del Parlamento europeo Tajani ha condiviso l’idea della bandiera, così come Carlo Calenda che si sta spendendo per una iniziativa elettorale per l’Europa. Ci sono momenti nei quali una scelta può avviare un processo che segna il nostro futuro: le prossime elezioni Europee sono destinate a richiamare in un contesto più ampio quelle del 1948 in Italia. Chiamano in causa il nostro destino. E ancor prima che essere anti-sovranisti e anti-populisti, dobbiamo essere per l’Europa».

 

La vera partita in gioco?

«Siamo dentro una globalizzazione che ci stringe. A questo punto il nostro destino di europei somiglia a quello degli Stati italiani nel Rinascimento: se non ci mettiamo assieme scompariamo dalla carta geografica».

 

I populisti sono sulla cresta dell’onda: se non riuscirete a trasmettere il messaggio di un passaggio epocale, non andranno ancora avanti?

«Bisogna battersi per l’Europa. I sovranisti e i populisti non saranno mai in grado di risolvere neppure i problemi che loro stessi denunciano. Prendiamo la questione dei migranti. Il sovranismo non permetterà mai, mai, mai un minimo di accordo. Quella dell”‘aiutiamoli a casa loro” è una menzogna. Non sono in grado e non vogliono attivare nessun piano organizzato in favore dell’Africa, magari con Cina e Stati Uniti. Servono volontà e forti risorse: proprio ciò che loro non destinano a questi obiettivi».

 

Usa e Russia scommettono sulle elezioni Europee per dare un colpo all’Europa?

«Negli ultimi 20 anni l’Europa era stata vista come una speranza da entrambi. La famiglia Bush era legata per tradizione all’Europa, Clinton vi ha studiato. Per Obama era un punto qualsiasi nel mondo, mentre per Trump è un elemento di concorrenza. Stessa evoluzione per Putin. Certo l’attesa delle due potenze per l’indebolimento dell’Europa è forte».

 

In queste ore sta diventando chiara una inconfessabile strategia della deterrenza rivolta ai migranti: non facciamo entrare nessuno e comunque sappiate che rischiate la pelle avvicinandovi alle coste italiane. Una strategia che non consente eccezioni, altrimenti viene meno la dottrina “pedagogica”?

«Siamo davanti ad un’assurda crudeltà. Crudeltà perché non si è mai vista tanta indifferenza. Non c’è il senso del valore della vita umana. Un atteggiamento del quale non si vede la fine poiché la migrazione è sottoposta ai calcoli elettorali. I sovranisti vogliono “dare una lezione per vincere le elezioni”. L’unica possibilità di uscirne è un risveglio dell’anima umana. E’ assurdo: tutti giocano con le distinzioni giuridiche, differenziando i rifugiati da quelli che muoiono di fame o da quelli che vengono picchiati o seviziati. Riguardo al fatto che questo possa essere un deterrente per altri migranti, non si tiene conto di quanto i trafficanti dicono loro nel momento nel quale li spingono sui gommoni».

 

Gommoni alla deriva raccontano di un caos libico sempre più incontrollabile. Nel dopo-Gheddafi si sarebbero potute governare meglio le rivalità tra tribù e quanto pesano oggi le furbizie dei Paesi occidentali?

«In Libia c’è una guerra folle che dura oramai da lungo tempo, quasi due anni in più rispetto alla seconda guerra mondiale. Ancora una volta le divisioni europee stanno pesando: ognuno fa i suoi giochini. Fornendo appoggio a questa o a quella fazione. Promuovendo inutili Conferenze internazionali. Continuando il gioco delle influenze, magari fatto anche con intelligenza, con le arti della diplomazia, ma senza il respiro di un dialogo che prepari la pace nell’unico modo possibile: mettendo attorno a un tavolo tutte le tribù libiche».

 

In vista delle elezioni Europee Paolo Gentiloni e Carlo Calenda caldeggiano una Lista unitaria: la convince l’idea?

«Non ho l’ambizione di proporre ulivi europei, anche perché sopra le Alpi gli ulivi non nascono! I partiti dovranno disporsi anche tenendo conto dello sbarramento al 4 per cento. Ma questa non è la priorità. Prioritari sono i drammi di cui abbiamo parlato. Prioritario è il nostro destino storico».