Foto Sara Minelli/ Imagoeconomica

Il paradosso del populismo è che vince le elezioni per cambiare tutto e finisce per non cambiare nulla. O meglio: i populisti mutano il tono e la qualità del linguaggio politico. Peggiorano la situazione economica, ma non riescono a cambiare davvero le cose. Non riescono a cambiare il presente. Riescono invece a cambiare il futuro, l’idea stessa di futuro.

 

Trasformano, infatti, il domani in un luogo buio e tetro, preoccupante. L’avvenire smette di essere un’avventura, nel senso etimologico del termine, e diventa una minaccia. Regna il sentimento della nostalgia, indirizzata verso qualcosa che peraltro è difficile ricordare o definire. Come fosse un vagheggiare ciò che non è mai accaduto, ma che diviene parte dell`immaginario collettivo attraverso una martellante campagna di comunicazione.

 

Del resto, l’animo dell’uomo è portato a rimpiangere quel che non c’è più. Tutti noi abbiamo sentito parole semplici, genuine, quasi tenere: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Il ricordo dei bei tempi andati talvolta dipinge il passato a tinte rosee molto più per effetto della nostra immaginazione che per aderenza alla realtà.

 

Non necessariamente si stava meglio quando si viveva meno a lungo, con meno soldi, con meno istruzione, con meno cure mediche, con meno informazioni. Per carità, ciascuno ha diritto di rimpiangere il passato. Perché la nostalgia è un sentimento bellissimo e confortevole.

 

La stessa etimologia del vocabolo, tuttavia, contiene un riferimento al dolore (algos) causato dal desiderio di ritorno (nostos). Spetta alla responsabilità personale trovare il giusto equilibrio tra la fisiologia del piacevole ricordo, utile per vivere conservando memoria della propria storia e delle proprie radici, e la patologia della fuga dal presente. Quando invece la nostalgia diventa bussola per la politica, allora siamo davanti a un problema strutturale. Perché la politica rispetta la memoria, ma non si basa sulla nostalgia.

 

Perché la politica è futuro o non è.

 

L’uso della nostalgia in politica, ovvero la costruzione di scenari idilliaci in verità mai realizzatisi, è spesso frutto di una narrazione di tipo regressivo, un’arma retorica volta a gestire in chiave consolatoria il rapporto con la realtà, suggerendo una soluzione semplicistica o addirittura una via di fuga.

 

Penso che la nostalgia, intesa come racconto falsificante, vada combattuta. Per farlo, occorre porsi due domande. La prima: davvero oggi il mondo va peggio di come andava ieri? La nostalgia ha un fondamento concreto? Ci sono dati che giustificano questo atteggiamento? La seconda: l’Italia di adesso sta veramente
perdendo posizioni rispetto a quella del passato?

 

Provo a rispondere. Innanzitutto, se è vero che la quasi totalità dei commentatori italiani insiste su un racconto iperpessimista sul futuro del pianeta e del paese, e che i frequentatori di molti salotti sostengono che la sinistra dovrebbe smettere di essere ottimista e rifiutare con sdegno la globalizzazione, è altrettanto evidente che si sta affermando nella letteratura internazionale una corrente di sociologi, analisti, studiosi che rivendica il miglioramento delle condizioni di vita del pianeta.

 

A tutti gli apocalittici che vedono nella globalizzazione esclusivamente un fattore di distruzione possiamo dire che è vero il contrario. Dobbiamo dirlo. Il che non significa sottovalutare le inquietudini, le ingiustizie, le ineguaglianze. Ma dire la verità: il mondo di oggi va decisamente meglio di quello di ieri.

 

Tra i più interessanti sostenitori di questa corrente possiamo annoverare lo psicologo canadese-statunitense Steven Pinker, autore nel 2011 del Declino della violenza e considerato un autentico punto di riferimento da filantropi come Bill
Gates. Chi non ama leggere può scaricare il suo Ted dell’aprile 2018 in cui ironizza pesantemente contro quelli che pensano che il 2017 sia stato The Worst Year Ever, l’Anno peggiore di sempre. I dati sugli omicidi, sulla povertà, sull’inquinamento dimostrano che è falso. E che il progresso fa bene, non male. Ma Pinker va oltre i numeri e inquadra le sfide del presente dentro un riferimento storico impegnativo: il suo ultimo libro, infatti, si intitola Illuminismo adesso.

 

Pur apprezzando molto Pinker, preferisco tuttavia un riferimento storico diverso. Ian Goldin, professore all’Università di Oxford, e Chris Kutarna hanno pubblicato un testo che può ricondursi allo stesso filone, ma che richiama direttamente la stagione del Rinascimento italiano: Nuova età dell’oro.

 

Guida a un secondo Rinascimento economico e culturale. I due autori confermano i progressi: abbiamo un’aspettativa dì vita più alta, la povertà è in diminuzione,
ci sono maggiore democrazia e meno colpi di Stato, la mortalità infantile è scesa
in modo vertiginoso.

 

Non è soltanto un conflitto di interessi territoriale – che pure non nego – a farmi preferire il Rinascimento all’Illuminismo, ma anche e soprattutto la convinzione che a fare la differenza sia la scommessa sul capitale umano, sull’educazione, esattamente come accadde nella Firenze del XV-XVI secolo.

 

Per Goldin e Kutarna, la diffusione della rete possiede la stessa valenza di cambiamento epocale che ebbe l’invenzione della stampa con Gutenberg. E, se ci pensiamo, il Rinascimento è davvero il periodo in cui i navigatori annullano i confini e scrivono una nuova pagina della storia ma anche della geografia del mondo.

 

La stessa cosa, per me, sta accadendo oggi. I problemi ci sono e non vanno sottovalutati. Ma gli apocalittici che sostengono che la politica debba smettere di avere parole di speranza sul futuro perché i cittadini sono preoccupati stanno facendo in realtà – a loro insaputa – un favore ai populisti. Comprendere le paure, accoglierle, affrontarle è un dovere civile. Ma raccontare che la globalizzazione è il nostro problema e che tutto è sbagliato per colpa di Clinton, Blair e Obama significa fare il gioco dell’avversario.

 

Il mondo globale di questi ultimi venticinque anni ha risolto molti problemi al pianeta. E tanti ancora ne risolverà se smetteremo di vivere il futuro come una minaccia e ne raccoglieremo la sfida, consapevoli dei rischi, dei problemi, delle incertezze. Ma anche consci della straordinaria opportunità che noi, cittadini del terzo millennio, abbiamo: vivere nel periodo migliore della storia dell’uomo.

 

Se accettiamo di giocare la partita sui contenuti negativi, sulla minaccia rappresentata dal futuro, sul «Non abbiamo capito i limiti della globalizzazione», i populisti hanno già vinto. Noi dobbiamo rivendicare il progresso, per renderlo più umano e più giusto. Ma chi accusa i Clinton-Blair-Obama di aver portato le sinistre alla sconfitta non coglie la realtà: non abbiamo perso, in Italia come altrove, perché eravamo entusiasti dell’avvenire, ma al contrario perché non lo eravamo abbastanza. E il ruolo della sinistra è anticipare il progresso, non difendere e conservare l’esistente. Perché, se i progressisti rifiutano il futuro, tradiscono se stessi e il loro nome, il loro destino.

 

Siamo più forti di quanto eravamo ieri. Siamo più forti di quanto pensiamo di esserlo oggi. Il nostro presente è migliore del passato. La realtà è migliore della percezione che ne abbiamo o della versione addomesticata che siamo costretti a vederci propinare. E questo vale in modo specifico per l’Italia. Il nostro è un grande paese. Non per numero di abitanti, né per diffusione della propria lingua. E nemmeno per la sua vertiginosa storia di bellezza e cultura, sebbene unica al mondo. No. L’Italia è un grande paese per la sua ingegneria, per la sua manifattura, per il talento dei suoi artigiani, per la qualità del sistema delle piccole e medie imprese, per il dinamismo di quelle aziende che non vivo no di sussidi, ma competono nel mondo.

 

Rivendicare questi talenti non è training autogeno indirizzato a persone che soffrono di scarsa autostima, ma valorizzazione di ciò che il paese è, di ciò che il paese ha. Evidenziare questi elementi non è superficiale e cieco ottimismo: è doverosa e corretta ricostruzione della realtà. Negli ultimi venticinque anni si è preferito elencare i limiti e i difetti oggettivamente presenti – del nostro sistema istituzionale, politico ed economico.

 

I media, con rarissime eccezioni, hanno assecondato questa visione e la tendenza di larga parte dell’opinione pubblica a demolire più che a costruire, a invidiare più che ad ammirare, ha fatto il resto.

 

Siamo arrivati al paradosso di essere un paese che più di ogni altro, insieme agli amati/odiati cugini francesi, ha di sé una considerazione “al ribasso”rispetto alla realtà dei fatti: ricordo una strepitosa lezione su questo regalataci da Umberto Eco durante un pranzo all’Expo di Milano nel 2015, in presenza del presidente della repubblica francese dell’epoca Francois Hollande.

 

E allora viene naturale rispondere alla seconda domanda. L’Italia degli ultimi anni, dei nostri governi, ha cambiato passo ed è ritornata col segno più davanti a tutti gli indicatori. Non si tratta qui di rivendicare i risultati. I numeri sono argomenti testardi, come in varie circostanze ha avuto modo di spiegare Marco Fortis, dell’Università Cattolica di Milano: i dati del Pil tra il 2014 e il 2018 vedono l’Italia passare dal segno negativo dei governi precedenti al +1,5%. E chi dice che questi dati sono comunque più bassi della media europea dovrebbe avere l’onestà
intellettuale di evidenziare che il primo problema italiano rimangono le culle vuote, se è vero (come è vero) che, ove provassimo a calcolare il Pil non in assoluto ma pro capite – ossia rapportato al numero degli abitanti -, l’Italia del 2015-2017 avrebbe la stessa crescita della Germania, la migliore tra i paesi del G7.

 

Il mondo del lavoro è cresciuto fra il 2014 e il 2018 in Europa: siamo infatti passati da 160 a 164 milioni di occupati secondo i calcoli di Eurostat. Colpisce rilevare che gli italiani hanno concorso in modo decisivo a questo risultato. Grazie al Jobs Act, a Industria 4.0 e ad altre misure di sostegno all’occupazione, abbiamo infatti visto crescere da 22 a 23 milioni il numero degli italiani al lavoro e questo ha permesso di aumentare di oltre 1,2 milioni di unità i nostri connazionali occupati: quasi il 30% delle nuove assunzioni europee sono figlie del Jobs Act.

 

La pressione fiscale è scesa come mai nei precedenti governi repubblicani, l’indice di fiducia di aziende e consumatori è cresciuto, innovazioni come i Piani individuali di risparmio, superammortamento o il Patent box hanno incontrato il favore degli investitori.

 

Possono dire quello che credono: tutti gli indicatori mostrano che le nostre riforme hanno favorito la creazione di lavoro, benessere, ricchezza. E permettono oggi di ribadire che usciremo dalle difficoltà solo rimboccandoci le maniche, difendendo il dovere di generare nuove opportunità di lavoro, mettendoci in gioco.

 

Non con concessioni assistenzialiste, non con sussidi ideologici. Ci salverà la fatica, non il piagnisteo.