Martina, dialogo in corso tra Sala e Beppe Grillo. E il segretario dem Zingaretti parla di sciogliere il Pd e allargarlo. Le strade di M55 e nuovo Pd si possono incontrare?

«È giusto parlare di prospettive politiche, ma a patto che non sia un dibattito politicista e autoreferenziale. Conta condividere le scelte di cambiamento reale per il bene del paese. Dobbiamo governare con la massima ambizione possibile. Il taglio delle tasse in busta paga per 16 milioni di lavoratori dà la misura della giusta direzione di marcia».

 

Lei ci sta a fare un Pd nuovo aprendo a Sardine e società civile?

«Zingaretti fa bene a chiedere che il Pd si metta in marcia per costruire la nuova frontiera dei progressisti. L’importante è aggregare, senza pretendere oggi di sapere tutto sul punto di caduta finale. A me non convince che nel 2020 ci si divida ancora tra Craxi e Berlinguer, come in questi giorni. Ci sono grandi e nuove domande da affrontare. Faccio un esempio. Nell’ultimo numero di Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti, si discute del rapporto tra intelligenza artificiale e giustizia sociale con una proposta etica sugli algoritmi per la tutela dei deboli nell’era tecnologica. Queste sono le sfide».

 

Ma il nuovo orizzonte del Pd guarda ai 5Stelle? Con Patuanelli e non con Di Maio?

«Noi dobbiamo innanzitutto ragionare del campo democratico e progressista. Se poi un pezzo di strada la facciamo insieme, bene. Comunque una responsabilità di governo tiene, se c’è una prospettiva politica comune. E Patuanelli colloca i 5Stelle nel campo dei riformisti e seccamente in alternativa alla destra. Ma so bene che nei 5Stelle ci sono opinioni differenti. Vediamo cosa accade. D’altra parte anche noi Dem siamo in movimento».

 

Appunto. Il Pd va sciolto? Sarà il vostro un maquillage o una rivoluzione?

«Evitiamo però un dibattito che ruoli attorno a “vi sciogliete/non vi sciogliete, cambiate il simbolo e nome/non li cambiate”. E neppure mi piace se tutto si riduce a una conta tra candidati segretari. Un errore perdersi in chiacchiere».

 

Però discutere sul cambiamento del nome ha un valore simbolico. Lei cosa ne pensa?

«Il nome Pd ha un grande valore, tuttavia cambiarlo non è un totem. Ma non partiamo da qui, per favore!».

 

In questo tentativo di allargamento, il Pd sta mettendo il cappello sul movimento delle Sardine?

«No. È un’esperienza che proprio per la sua autonomia rappresenta ossigeno nel dibattito pubblico».

 

Giusto che insistano per avere la piazza di Bibbiano prenotata anche da Salvini?

«Fanno bene a essere anche a Bibbiano. Le Sardine sono nate in Emilia Romagna per esprimere un bisogno di alternativa alla destra di Salvini».

 

Bersani, Speranza e gli ex dem fuoriusciti torneranno a casa? Per una parte del Pd è improponibile. Un atto di tafazzismo, secondo Luca Lotti.

«La questione non è se qualcuno torna o va, o qualche polemicuccia. No, non tornerà la ditta, perché nessuno va avanti guardando nello specchietto retrovisore».

 

È così centrale il voto in Emilia Romagna che persino la data della giunta del Senato sul processo a Salvini entra nello scontro elettorale? E la presidente Casellati ha sbagliato a votare con il centrodestra?

«Quel voto ha un’importanza per il paese, anche se non credo avrà effetti sul governo. Sono fiducioso che Bonaccini ce la possa fare. Salvini ha mostrato di volere utilizzare anche la questione della Gregoretti per una grande crociata propagandistica. La presidente Casellati ha sbagliato. Il suo è stato un errore istituzionale grave».