Internet ultraveloce, un servizio universale
Ingram Image

Con la pandemia abbiamo finalmente capito quanto Internet è importante per la scuola, il lavoro, per informarsi, per comunicare: ma abbiamo anche un diritto ad Internet? Se ne discute da almeno 10 anni. Stefano Rodotà, pioniere dei diritti della rete, aveva lanciato all’inizio degli anni 2000l’idea di modificare la Costituzione per introdurre “il diritto ad Internet” come articolo 21bis; un gruppo di senatori del Partito democratico aveva raccolto la sua proposta e il 2 dicembre ne aveva fatto un disegno di legge costituzionale, c’era un certo consenso, ma la legislatura finì poco tempo dopo e la cosa finì lì. Dieci anni dopo il partito democratico riparte da quel testo di Rodotà presentando un disegno di legge che prova nuovamente a introdurre il diritto ad Internet in Costituzione. «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate tali da favorire la rimozione di ogni ostacolo di ordíne economico e sociale». Prima firmataria è la responsabile innovazione del Pd, Marianna Madia, assieme al vice segretario Andrea Orlando.

 

La tempistica la spiega così: “il digitale rischia sempre di essere percepito come un tema di nicchia e invece la pandemia ci sta mostrando che è uno spartiacque fra inclusione ed esclusione sociale. Chi non è connesso non può più esercitare pienamente i suoi diritti di cittadinanza; dal digitale dipendono il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione e all’informazione. Nel. 2010 Stefano Rodotà lo aveva visto prima di tutti, fu un visionario, ma adesso i tempi sono maturi per dare corso alla sua proposta”.

 

Nel 2019 i parlamentari Cinquestelle D’Ippolito e Liuzzi hanno depositato una proposta costituzionale non molto diversa che però colloca il diritto ad Internet come un bis dell’articolo 34. Cosa cambia?

“Che noi scegliamo di collocare il diritto ad Internet fra le libertà, loro fra i diritti sociali. Potrebbe aprirsi una bellissima discussione sul tema, me lo auguro”, dice Madia, rimarcando “secondo noi il diritto è contenuto nella libertà”.

 

“Se c’è un diritto, ed è un diritto costituzionale garantito, questo spiana la strada a una serie di azioni normative”, spiega Madia, chiarendo che oggi, secondo una sentenza della Cassazione “l’accesso alla rete Internet non è un diritto garantito”.

 

Questo basterà a portare la banda ultra larga a tutti?

“Non basta un diritto costituzionale. Del resto il piano per far arrivare la connessione a tutti, a partire da scuole e ospedali, è in corso”.

E sulla necessità di investire oltre che sulle infrastrutture tegnologiche anche sulle competenze, Madia è chiara: “Occorre investire sulla scuola, ma non solo. Gli esclusi dalla società digitale sono tanti: il recovery pian ci può aiutare molto, finanziando la formazione digitale di tutti ilavoratori”.

 

Per gli anziani, la parte più numerosa fra gli esclusi,  una legge c’è già: l’articolo 8 del codice dell’amministrazione digitale, che dal 2017 impone allo Stato la formazione, magari attraverso la Rai.

“c’era un accordo con la Rai perché si impegnasse su questo terreno, un progetto chiamato maestro Manzi 2.0, non so che fine abbia fatto, ma si può fare molto di più”.

 

Su quanto sia reale la possibilità che stavolta il diritto ad Internet entri finalmente in Costituzione, Madia assicura esserci “un consenso ampio: oltre al segretario Zingaretti, si sono schierati anche Beppe Grillo, il presidente del parlamento europeo David Sassoli, l’ex commissario Romano Prodi. Cambiare la Costituzione per fortuna è complicato, ma credo che la proposta possa essere adottata nel tavolo che sta individuando il programma per arrivare a fine legislatura. Se abbiamo davanti due anni e mezzo, ce la possiamo fare”.