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«Sì può fare». Nei numeri 4, delle dismissioni messe in programma dai Comuni capoluogo di Provincia, che secondo l’inchiesta del Sole 24 Ore di domenica scorsa prevedono l’uscita degli enti da un’azienda su tre, il sottosegretario alla Funzione pubblica Angelo Rughetti vede una conferma della possibilità di raggiungere l’addio a 3mila partecipate della Pa, obiettivo auspicato da Palazzo Vidoni sulla riforma Madia.
 
I piani sembrano però indicare l’uscita da molte mini-società, senza toccare le più grandi. Non si rischia un’operazione ampia nei numeri ma leggera negli effetti economici?
 
«È interessante la diversificazione delle scelte locali, che concentrano i tagli dove sono fiorite più società superflue, mentre dove le aziende servono a offrire servizi ci sono aggiustamenti mirati. Se i censimenti ufficiali lo confermeranno, si dimostrerà che la riforma produce una pulizia intelligente, fattibile senza spargimenti di sangue e con servizi plasmati intorno alle piattaforme territoriali».
 
I sindacati temono che nelle società la dichiarazione di esubero coincida con il licenziamento.
 
«Gli esuberi saranno gestiti a livello regionale fino a131 marzo e solo dopo, con il passaggio all’Anpal, interverrà il diritto comune. Dando tempo fino al 30 novembre per definire le liste, però, abbiamo introdotto un periodo cuscinetto per una riorganizzazione a livello territoriale, fra società che cedono personale e aziende che possono crescere».
 
La riforma chiedeva anche a tutte le società pubbliche un esame dei propri organici alla ricerca di eventuali esuberi; ma, a partire da Atac, non si vedono molti risultati.
 
«Gli enti proprietari devono stare attenti perché ora sono chiamati a esercitare in pieno il proprio ruolo, come mostra l’obbligo di scrivere il bilancio consolidato. Se nessuno fa nulla vuol dire che tutto è a posto, e se tutto è a posto è l’ente proprietario a dover garantire la sostenibilità finanziaria, all’interno di regole che oggi vietano salvataggi a pie’ di lista».
 
Guardando a un bilancio più generale della riforma, da più parti si sostiene che le difficoltà degli investimenti pubblici indicano il bisogno di nuovi interventi di semplificazione.
 
«Siamo nel vivo della fase di attuazione di questa riforma nata durante i mille giorni del governo Renzi. Prima di pensare a nuovi interventi, è meglio vedere come procede il lungo percorso che dalla Gazzetta Ufficiale porta al cambiamento dei comportamenti; un percorso che passa dal rinnovamento del capitale umano».
 
Sul tema, siamo davvero alla vigilia del rinnovo dei contratti, con un nuovo finanziamento. Non si rischia di assorbire troppe risorse, sottraendole ad altre misure di sviluppo?
 
«La spesa nella Pa è negativa se si buttano i soldi, ma è positiva se si fa fruttare l’investimento. Se un ente paga i fornitori in 3o giorni e un altro impiega sei mesi,il sistema pubblico fa concorrenza sleale. Bisogna quindi superare l’opposizione stereotipata fra pubblico e privato: serve un’alleanza per individuare in modo selettivo le linee prioritarie, da tradurre nel sistema degli obiettivi nazionali e specifici, che con i nuovi contratti guideranno la misurazione dei risultati per il salario accessorio».