FRANS TIMMERMANS COMMISSARIO UE

Il piano di Frans Timmermans è chiaro, ambizioso e coraggioso quanto impone la stagione difficile. Guarda al voto e assicura che «per la prima vota abbiamo la possibilità di costituire una maggioranza progressista nel Parlamento europeo», ovvero «una compagine che vada da Tsipras a Macron con i socialisti al centro».
 
Certo non è facile, concede il primo vicepresidente della Commissione Ue, però ostenta tutta la determinazione del caso nel dire che la soluzione delle tensioni europee è una patto sociale fondato tra l’altro su un vero salario minimo continentale. «Fissato al 60 % delle retribuzioni medie di ogni paese – spiega – perché tutti devono sapere che sotto una certa soglia non si va».
 
Timmermans, parla da Barcellona dove è volato a dar man forte all’amico Sanchez e consolidare la posizione di «Spitzenkandidat» socialista, cioè l’uomo che la famiglia politica proporrà alla guida della Commissione europea se avrà i voti per farlo. Oggi, il più italiano degli olandesi sarà a Milano a chiudere la volata elettorale di Nicola Zingaretti. È naturalmente ottimista, perché il Pd gli pare nuovamente unito e impegnato a dir «cose di sinistra».
 

Un anno fa diceva l’Europa deve rialzare la testa o cadrà in ginocchio. È ancora così?

 
«In realtà vedo che in Europa sta fiorendo una nuova speranza che prima non si notava. Chi covava un sentimento di delusione nei confronti dell’Ue e diceva “non ci ha portato quello che credevamo” non ha davvero abbandonato l’Europa. Ora ci chiedono batterci sui temi cruciali come la sostenibilità e il cambiamento climatico. Dobbiamo farlo uniti a livello europeo, perché individualmente non funziona. Se non “ora”, potrebbe essere mai “mai”».
 

Come è possibile ridare impulso al processo europeo?

 
«Ad esempio tassando come qualunque altra impresa le “big tech” che non pagano tasse. E un processo difficile, certo, perché operano secondo regole diverse: a loro basta aprire un sito e mettere un pugno di persone a governarlo. La soluzione è urgente e non può che essere europea».
 

Qual è il più grosso malanno, al punto in cui siamo?

 
«Una cosa su tutte. Bisogna definire un contratto sociale che funzioni per tutti, non solo per chi ha mezzi o chi può lasciare il proprio paese. Per questo vorrei un salario minimo, diverso da paese a paese, naturalmente, perché la diffusione del benessere è differente. È necessario che ogni lavoratore sappia che non andrà mai sotto una certa soglia. È una garanzia importante. È l’inizio di un contratto sociale fra l’Europa e i cittadini».
 

Seconda mossa?

 
«Far ripartire i nostri sindacati. In un mondo che cambia in fretta, devono essere messi in condizione di negoziare davvero per conto dei lavoratori, anche a livello europeo. Il dialogo sociale non deve avere confini se vuole essere concreto e non dimostrarsi soltanto un semplice rito».
 

Torna una parola terribile: fascismo.

 
«É una parola troppo usata. Significa tutto e niente. Invece noi dobbiamo essere ben consapevoli di chi stiamo affrontando. Ovvero quelli che credono di poter governare senza rispettare le regole della democrazia. Quelli che credono che la politica sia una campagna elettorale senza fine. Quelli che creano nemici sulla base della loro identità. Se si comincia a parlare genericamente di fascismo, finiamo per perdere di vista la concretezza e la realtà dei problemi veri».
 

Se si realizzasse il suo progetto progressista, sarebbe la fine della cooperazione fra Popolari e socialisti europei.

 
«Quella del Ppe che si considera indispensabile non è una buona attitudine».
 

Fra Macron e Tsipras ci sono molte forze sulla carta incompatibili?

 
«Non è detto che tutti debbano necessariamente partecipare. Non vedo ad esempio bene lavorare con Melanchon che dice di essere “di sinistra” ma è un nazionalista».
 

I democratici italiani sono conciliabili col suo progetto?

 
«Quello che è successo nel Pd negli ultimi mesi mi sembra un sogno, si sta lavorando uniti alla creazione di grande partito progressista. Con Nicola Zingaretti sta succedendo esattamente questo. Vedo Enrico Rossi che ritorna e non è il solo. È un bene per la sinistra italiana avere idee “di sinistra” per migliorare la sociale senza non essere coinvolti in una campagna elettorale permanente».
 

Perché dovrebbe convincere chi vota Lega o M5s?

 
«Perché Salvini offre solo paura e i cinque stelle promesse illusorie. Noi dobbiamo dire basta alla paura e alle illusioni, e porgere un cambio una concreta speranza di una società migliore».
 

La Lega guadagna voti dicendo che l’Europa affama gli italiani. Siete molto lontano

 
«Dobbiamo cambiare la politica. Io sono contro l’austerità. Però non possiamo accettare che si faccia quel che pare mettendo a rischio la società. Salvini fa questo. E così rovina l’Italia e i rapporti che l’Italia ha coi partner europei».
 

Il Paese si sta isolando?

 
«Chi insulta e fugge dal dialogo finisce per perdere ogni capacità di influenza».