ANDREA ORLANDO - Alessandro Paris / Imagoeconomica

«La scissione non è la strada da seguire, si deve guardare avanti», ma una discussione profonda nel partito il giorno dopo il voto quella sì, sarà necessaria per salvaguardare «la vita democratica interna del Pd, unica e importante». Amareggiato, ma deciso a non lasciare il Pd nelle sole mani di Matteo Renzi, Andrea Orlando parla per la prima volta dopo la notte dello «scontro» sulla composizione delle liste: «Doveva essere tenuto maggiormente conto del pluralismo interno, anche per il bene del Pd», spiega.
 

Il punto di partenza sono le liste: la minoranza interna è stata decimata. Deluso?

 
«Non la metto sul piano della delusione. La questione è che sulla composizione delle liste c’è stato uno scontro, tra fedeltà e pluralismo. A mio avviso nell’interesse del partito si doveva tenere più conto del pluralismo».
 

E ora che succede tra gli orlandiani?

 
«Ora è il momento della campagna elettorale, che è di grande importanza. In palio ci sono cose fondamentali per il nostro Paese, come la permanenza dell’Italia nell’Unione europea. Rispetto a questa sfida passano in secondo piano gli errori fatti e la discussione interna».
 

Comunque vadano le elezioni, il 5 marzo aprirete il confronto nel Pd?

 
«Rispetto a chi fa le liste truccando il sistema, il Pd ha una storia. È l’unica forza politica che ha una sua vita democratica interna e siccome è così unica e importante, non possiamo nascondere che ci sono crepe. Non sarà un tema che riguarda tutto il Paese, m comunque è un tema che va affrontato».
 

Qualcuno ventila l’ipotesi un’altra scissione dopo le elezioni. Il rischio esiste davvero?

 
«Lo scenario attuale dimostra che le scissioni non servono. Liberi e Uguali non costituisce una soluzione ai problemi. Mi sembra che il risultato di quella scissione sia essenzialmente un Pd più debole e meno plurale e un centrodestra avvantaggiato. La via della scissione non è quella da percorrere».
 

Lei è ligure, ma non sarà candidato in Liguria…

 
«Io avevo dato al partito la disponibilità a mettere in campo la mia esperienza di governo. Mi ero messo a disposizione anche per correre in un uninominale potenzialmente perso in Liguria. Sono state fatte scelte diverse, credo che si sia optato per opzioni ritenute più competitive. Non ho potuto che prenderne atto».
 

Dopo quello che è accaduto nel Pd negli ultimi giorni, anche lei è tra chi si stupisce per l’assist di Prodi alla coalizione di centrosinistra?

 
«Non capisco quale sia la novità. Prodi è sempre stato contro la scissione e a favore della coalizione di centrosinistra».
 

Nel Pd c’è malumore, qualcuno pensa che come capo della minoranza interna non avrebbe dovuto stare nel governo. Insomma, che non si può essere di lotta e di governo…

 
«Emiliano non è al governo e non mi sembra che abbia tutti questi nomi in lista. Per altro verso, persone molto vicine a ministri renziani sono state escluse. La verità è che questa è la conseguenza non di remissività mia o di altri, ma del fatto che non ci sono stati criteri chiari e poi vere trattative. Ci sono state garantite delle cose che alle quattro del mattino di sabato abbiamo scoperto non esserci. Forse in Liguria non ha aiutato il fatto che il segretario regionale fosse contemporaneamente arbitro e giocatore. E ha anche pesato che il regionale abbia rimesso tutto alla segreteria nazionale. In regioni dove è stata fatta un’istruttoria più adeguata, si è tenuto maggiormente conto degli equilibri anche se comunque la situazione non è soddisfacente. Detto tutto ciò, in Liguria le liste del Pd sono molto meglio delle altre».