I contributi diretti all’editoria, che devono sopravvivere e rafforzarsi per essere adeguati all’ecosistema digitale. Il sostegno alle «start up» dell’informazione. La tutela dei giornalisti attraverso l’equo compenso. La trasformazione delle edicole in piccoli “hub” amministrativi-informatici. E tanto altro. Il sottosegretario all’Editoria Andrea Martella racconta  il suo piano per aiutare il settore a uscire dalla crisi più dura mai affrontata nella sua storia. Con la speranza che le liti nella maggioranza non tronchino subito il percorso. «Dobbiamo trovare un senso di appartenenza comune spiega altrimenti, se si va avanti con la logica del giorno per giorno e delle battaglie di parte, non si va lontano».

Sottosegretario Martella, negli scorsi giorni ha parlato di una «riforma dell’editoria 5.0». Cosa intendeva?

«L’ultima legge organica del settore risale al 1981, un’altra epoca. Da allora ci sono stati solo interventi parziali. Per questo oggi è necessario scrivere una riforma che dia maggiori certezze al settore, specie se si considera la crisi di vendite e di investimenti pubblicitari che l’ha colpito negli ultimi anni».

Che tipo di certezze?

«Innanzitutto quelle relative ai contributi diretti e indiretti. Nella legge di bilancio abbiamo sospeso per un anno il taglio che era stato previsto dal precedente governo per prenderci il tempo di varare una disciplina che rafforzi complessivamente gli strumenti di sostegno all’editoria per adeguarli all’ecosistema digitale. A tal proposito, va sottolineato come sia stata la stessa Corte Costituzionale a ribadire, di recente, che lo Stato ha il dovere di sostenere le imprese editoriali per garantire il pluralismo. Peraltro, l’Italia, se messa a confronto con i partner europei, risulta tra i Paesi che meno investono nel sostegno al settore. Ma mi permetta di dire che nella riforma dell’editoria che vogliamo mettere in cantiere c’è molto altro».

Cosa?

«L’idea è quella di aiutare il settore a completare la transizione verso il digitale, senza però abbandonare la carta stampata. Da questo punto di vista puntiamo a introdurre incentivi fiscali per chi realizza progetti innovativi, oltre che strumenti per la formazione delle nuove professionalità necessarie a tutto questo. Penso a data analists, videomakers, ecc. Inoltre, intendiamo sostenere i giovani che vogliono creare nuove imprese editoriali. E sempre pensando ai giovani e all’esigenza di riconoscere una giusta remunerazione al lavoro giornalistico, a breve sarà reinsediata la Commissione sull’equo compenso prevista dalla legge, confidando in un esito positivo. Il tutto, naturalmente, proseguendo nella logica del confronto che mi ha portato a incontrare già i protagonisti della filiera per instaurare un dialogo costruttivo».

I trascorsi della categoria con il suo predecessore, Vito Crimi, non erano stati dei più sereni

«Io finora ho riscontrato una grande disponibilità al dialogo».

L’ha riscontrata anche in Crimi?

«Certo. C’è stato un corretto passaggio di consegne in cui ci siamo aggiornati su quanto era stato fatto e quanto ci sarà da fare».

Salverà qualcosa del lavoro del suo predecessore?

«Io non sono abituato a pensare che tutto quello che c’è stato prima di me sia da buttare. Ci sono cose realizzate da Crimi, penso agli incentivi fiscali per le inserzioni pubblicitarie o al credito d’imposta per le edicole, che trovo molto positive. E vanno ulteriormente implementate. Per le edicole, poi, abbiamo in mente tanti progetti».

Quali?

«Nel corso degli ultimi anni ne sono scomparse 21 mila. È una tendenza che va interrotta. L’idea è quella di favorirne una sempre più forte informatizzazione affinché possano fornire anche servizi amministrativi, come quelli anagrafici, tipo il ritiro di certificati. Si tratta di una sperimentazione già in atto in diverse città, tra cui Roma».

C’è altro per l’editoria nella legge di bilancio?

«Il Fondo per il pluralismo e l’innovazione editoriale servirà a sostenere l’acquisto e la lettura di quotidiani, riviste e periodici nelle scuole. Una misura che ha una forte valenza culturale. E che fa il paio con la possibilità di utilizzare la card 18App anche per l’acquisto di quotidiani. Per concludere, stiamo preparando un emendamento per rifinanziare i prepensionamenti nel settore. Che, però, saranno vincolati all’obbligo, per le imprese che ne usufruiranno, di assumere stabilmente giovani in misura percentuale superiore al passato».

Con quota 100 il tasso di sostituzione è stato di appena un terzo. A quanto si potrebbe puntare, invece?

«L’emendamento è in fase di perfezionamento. Si può puntare a una percentuale, se non il 50%, che possa essere comunque superiore al 33% ad oggi previsto. Ciò che conta è fissare un impegno preciso».

La scarsità dei fondi per la manovra è cosa nota. L’ostilità di una parte del mondo pentastellato per l’editoria pure. Non teme che questi provvedimenti possano essere «svuotati» nel passaggio parlamentare?

«Il passaggio parlamentare va sempre affrontato con prudenza. Tuttavia mi sento tranquillo, perché le misure sono state concordate con tutta la maggioranza e i fondi utilizzati derivano da risparmi ottenuti nello stesso settore, quello dell’editoria. Avrei voluto destinare al comparto anche una quota dei ricavi della Web tax, ma quella è una questione che va affrontata prima a livello europeo».

A proposito di Web Tax, dalla Siae è arrivato l’ennesimo appello a recepire il prima possibile la direttiva Ue sul diritto d’autore.

«Il Parlamento europeo l’ha approvata a giugno 2019, noi abbiamo due anni per recepirla. Il mio auspicio è di non aspettare così tanto, ci metteremo al lavoro già all’inizio del 2020 con i ministri competenti, Amendola e Franceschini. Va trovato un giusto equilibrio tra i vari interessi in campo: libertà d’espressione, pluralismo, giusta remunerazione dei contenuti editoriali e del lavoro giornalistico. Senza dimenticare la lotta alla pirateria».

Per i Cinquestelle si rischia una «legge-bavaglio» del web.

«Il fine della direttiva è quello di redistribuire il valore prodotto dalla creatività e dal lavoro giornalistico, e lo trovo sacrosanto. Partendo da questo principio, lavoreremo con i Cinquestelle per trovare il giusto equilibrio».

Capitolo Radio Radicale: la mediazione in maggioranza prevede il sostegno pubblico per un altro anno e poi la messa a bando del servizio. Perché non lasciare che a occuparsi della trasmissione dei lavori del Parlamento non sia direttamente la Rai?

«Allo stato attuale la previsione di una gara d’appalto mi sembra la migliore soluzione possibile. Nessuno impedisce che possa parteciparvi anche la Rai».

Ha elencato un vasto programma. Il governo, però, sembra avere il fiato corto.

«Il nostro compito è di impostare contenuti che possano essere utili anche per un lavoro futuro. In quanto al governo, sapevamo dall’inizio che la navigazione sarebbe stata difficile. Mi auguro che, archiviata la legge di bilancio, si individui un metodo condiviso per arrivare a una sintesi. Di più: spero che si rafforzi un senso d’appartenenza a questa maggioranza. Altrimenti, se si procede con la logica del giorno dopo giorno e delle rivendicazioni di parte, l’esperienza è destinata a finire presto».