WALTER VELTRONI (Foto: Benvegnù Guaitoli/ Imagoeconomica)

Per alcuni giorni ho potuto assistere alle lezioni e alle discussioni di una classe dell’ultimo anno del liceo Tasso di Roma. Cosa che farò anche in una scuola
di periferia. Ho preso una sedia e mi sono messo in fondo all’aula, tra gli ultimi banchi occupati da Riccardo e Francesco da un lato e da Lorenzo e Francesco
dall’altro. Ora quella classe si chiama quinta e non più terza liceo.

 

La povera scuola italiana è infatti bombardata dalla vanità frettolosa di molti ministri che pensano di lasciare un segno nella storia cambiando solamente due cose: le denominazioni delle classi e gli esami di maturità.

 

E la scuola dove sono stato, al ginnasio, nel 1968. Con esiti infausti. Perché volevo cambiare il mondo e pensavo che un collettivo fosse più importante dell’ablativo. La ruvidezza degli insegnanti, della quale sarò loro sempre grato, mi fece capire che non era così. Quella severità legittima fu applicata a molti ragazzi di quegli anni di fuoco. Quasi tutti quelli che l’hanno subita hanno poi fatto grande strada nella vita.

 

Perché essere giudicati da chi ha l’autorità per farlo, è altamente educativo.

 

Oggi il Tasso, con preside Paolo Pedullà, è, secondo la Fondazione Agnelli, il miglior liceo di Roma. E una scuola viva e carica di storia. Percorro, cinquant’anni dopo, quei corridoi nei quali allora sfilavano quotidianamente cortei, si gridavano slogan estremi, si pensava che un mondo nuovo fosse proprio lì, a portata di mano.

 

Ora sono composti, silenziosi, ordinati. Sono tornato di pomeriggio per esaminare, con l’aiuto di Raffaele Acitelli, memoria viva della scuola, vecchi diari di classe.

 

La scuola vuota è un ossimoro. Il suo silenzio è innaturale. E allora compaiono fantasmi e leggende. Ci fu una classe, nel 1934, nella quale erano seduti insieme Vittorio Mussolini, sui registri «residente a Villa Torlonia», Ruggero Zangrandi, testimone drammatico del travaglio di una generazione tra fascismo e antifascismo, e Roberto Forti che fu uno dei capi della resistenza romana. Una classe per i destini che si incrociano.

 

Pochi anni dopo, in quei banchi, dei ragazzi di diciott’anni avrebbero organizzato la resistenza degli studenti . Erano due compagni di classe, Luigi Pintor e Alfredo Reichlin, e poi Arminio Savioli e Franco Ferri. Ragazzi che al mattino si spaccavano la testa sull’«Orlando Furioso» e il pomeriggio preparavano i volantini dei Gap. A rischio della loro vita e del loro futuro. Come successe a Massimo Gizzio, alunno del Tasso, che nel 1944 fu ucciso a diciannove anni dai fascisti con un colpo alla schiena mentre organizzava uno sciopero studentesco.

 

La professoressa Tassini, con un lavoro meticoloso, ha recentemente ricostruito i nomi dei ragazzi della scuola che subirono la discriminazione delle leggi razziali e furono cacciati dal Tasso. In una cerimonia svoltasi nell’aula magna del liceo è stato fatto il loro straziante appello: Alatri, Almagià, Beer, Cagli, Kamenetezky,…

Tra questi ragazzi, sottoposti alla più odiosa delle discriminazioni, c’erano Mario Pirani e le sorelle Mafai. Miriam scriverà: «Improvvisamente scoprimmo di non essere italiane come fino ad allora avevamo pensato, ma di essere ebree… Da un giorno all’altro incontrammo la nostra diversità come un pericolo e una colpa».

Tutto qui, in questi corridoi, in queste aule. I pavimenti sono gli stessi del 1908, quando la scuola sorse. Sono stati calpestati da decine di migliaia di ragazzi, in più di un secolo. Qui hanno mosso i loro passi di adolescenti anche Alvaro Lojacono, uno dei terroristi di Via Fani, e Maurizio Galesi, responsabile degli assassinii D’Antona e Biagi, che rimase a sua volta ucciso nel conflitto con la polizia su un treno Roma-Arezzo.

 

I ragazzi che vedo nella classe sono gli eredi di tutta questa storia. Non inconsapevoli. In classe ho solo ascoltato, senza profferire parola. Ma volevo capire molto dei ragazzi, avevo mille domande da fare. Ho chiesto loro di tornare un pomeriggio, se ne avevano voglia. Ne avevano voglia. Hanno voluto loro che ci mettessimo nell’aula di quando ero studente e mi hanno, loro, bombardato di domande su quegli anni. I più impegnati in politica, come Alessandro, Lorenzo, Edoardo sembrano avere rimpianto per non averli vissuti. E io non voglio toglier loro il fascino della febbre civile, della passione politica. Erano anni intensi, rabbia e speranza. Non ci aveva svuotato il germe dell`indifferenza. Tutto ci riguardava, ci chiamava in causa. Ma, ci ho tenuto a dirlo a Irene, Cosimo e Davide, erano anche anni di intolleranza assurda, di tradimento del principio fondamentale della democrazia, l’accettazione dell’altro da sé.

 

In quei corridoi, nei primi anni Settanta – io già ero andato via ma ho ascoltato i racconti dei protagonisti del tempo – ragazzi di destra venivano intimiditi e talvolta si impediva loro di frequentare le lezioni.

 

Una volta, si racconta a scuola, si riunirono in 53 chiedendo che fosse garantita l’incolumità. Professori che difendevano i loro studenti dalla pretesa della maggioranza di cacciarli via venivano etichettati come fascisti e fatti oggetto di campagne denigratorie. «È entrata una professoressa che non desideriamo». «Non voglio ascoltare Isocrate perché fa apologia di tirannia». Parole di quei giorni stravolti.

 

A loro volta i fascisti si presentavano all’esterno della scuola con il loro armamentario, spranghe e catene, e picchiavano i ragazzi di sinistra. Non sono anni da rimpiangere.

 

Avere opinioni diverse poteva significare morire, persino per mano di un compagno di classe.

 

Osservo l’aula. Qualcosa è rimasto uguale. I ragazzi sono seduti tra loro, come le ragazze. Nessun banco «misto». Non ci sono più le cinghie che tenevano i libri, né le cartelle, ma solo zainetti. Sul muro nessuna scritta politica, ma solo apprezzamenti maschilisti vergati da studenti di anni precedenti.

 

Sono tutti belli i ragazzi, femmine e maschi. Tutti curati. Il liceo è della borghesia romana ma alcuni di loro si ribellano a questa definizione. Il più bravo della classe, Riccardo, dice con orgoglio che i suoi nonni facevano i contadini e Giulia, al primo banco, rivendica con orgoglio di arrivare ogni mattina da San Cesareo, treno e metro, e che i suoi genitori possiedono un negozietto. Sono saggi, equilibrati. Il loro modo di discutere è molto migliore di quello di tanti adulti televisivi.

 

Sembrano felici di poter parlare liberamente, stimolati dal professore di italiano, Giuseppe Benedetti. Si lamentano di non poterlo fare più spesso. Come un bisogno di essere ascoltati, considerati, nel tempo opulento e vuoto delle parole dei social.

Per Chiara a scuola «non c’è scambio di idee ma pura acquisizione. Che è necessaria, ma non sufficiente». Sentono che la loro sfida è crescere, capire, sfuggire alla riduzione della complessità che sembra essere il mantra del nostro tempo. Lo percepiscono come un antidoto: «Le persone che non hanno cultura si fanno abbindolare da persone colte che hanno perso umanità» dice Linda. Sembra di sentire la «Lettera a una professoressa». Ma sanno che in questa società, o in questo Paese, come dice Francesco, «le cose funzionano come in “Smetto quando voglio”, quando Pietro Sermonti, per farsi assumere da uno sfasciacarrozze, deve negare risolutamente di aver studiato. Chi, ad esempio, studia filosofia è destinato alla disoccupazione».

 

Non vanno su Twitter e Facebook, roba da vecchi, ma solo su Instagram e WhatsApp. Alla domanda su come passino i sabati sera, anche loro, come i coetanei di periferia, rispondono «scalette e piazzette», «ci buttiamo, con un gruppo di noti, nell’ignoto». Non vedono la televisione. Vogliono fare mestieri nei quali, come dicono Giulia ed Elisabetta, «ci si possa rendere utili agli altri».

Rossella aggiunge: «In questo Paese non si può perdere tempo. I miei nonni mi dicono: “Vattene fuori, qui non si può stare”. Si è persa la fiducia, la speranza. Non solo nella politica, in noi».

 

Martina pensa che andrà all`estero: «Per come siamo adesso, non vale la pena di stare qui. Molto dipende ancora non da come sei, quanto sai, ma da dove vieni. In primo luogo socialmente».

 

Alla domanda se abbiano paura del futuro, rispondono di no. Dalla politica sono lontani, ma senza disgusto.

 

Dice Marina, secondo banco: «La maggioranza degli adulti ha perso la speranza di poter cambiare. Ci consegnano speranze che non sono riusciti a realizzare. Ora i politici rassicurano, perché questo serve loro, ma non accendono sogni. Io non sono credente però rispetto chi nella fede trova spiegazioni e speranza. Ma le religioni devono essere vissute in modo silenzioso, privato. E coerente. Come ha detto papa Francesco: siamo tutti aperti e buoni, poi si sale sull’autobus e non ci si vuole sedere vicino alle persone di colore».

 

Maria racconta che un suo cugino le ha detto che un bambino della sua classe, in prima elementare, si è rifiutato di dare la mano a un suo compagno con la pelle nera e di qui fa discendere la convinzione che ciascuno, fin da piccolo, debba essere aiutato a esercitare il pensiero critico, per avere la forza di pensare con la propria testa. E che la scuola dovrebbe servire proprio a questo. Linda aggiunge: «Se muore un bambino qualcosa dentro ti deve scattare, ma qualcosa non scatta più».

 

Come una tristezza per il deserto delle speranze, dei sogni grandi. Michela, Margherita e Rossella, come Virginia, Camilla e Francesca, sono convinte che esistano ancora stereotipi che inchiodano la donna e dicono che il loro obiettivo «è l’indipendenza economica, fare un lavoro che mi piaccia e che mi consenta di essere una persona libera. Un tempo sposarsi era la massima delle ambizioni di una ragazza. Ora è essere una persona realizzata, non diversamente dall’uomo. I media raccontano ancora della donna come il soggetto umano più fragile ed emotivo. Ma è sbagliato».

 

Giulia dice: «I pregiudizi esistono ancora, eccome. Ad esempio a me la Raggi non piace per niente, ma viene criticata di più perché è una donna». Ludovica, che ha idee diverse dagli altri sul tema dell’immigrazione e le difende con lucidità, dice che «ha letto un libro sulla letteratura latina in cui ci sono poetesse che sono state rimosse dalla storia».

 

Guido dice: «Mio padre è andato alla manifestazione del Pd, ma io no. È troppo diviso, non mi piace. Poi i giovani in piazza, anche al comizio della Lega, non ci sono più. Non si vedono mai le cose cambiare». Edoardo, Michele, Francesco non hanno partecipato alle manifestazioni studentesche, come molti dei ragazzi di questa classe: «Perché non eravamo convinti. Non che fossimo ostili, ma ci sembrava di fare una scelta solo perché tutti la facevano».

 

Riccardo aggiunge: «Io non riesco a capire come si possa davvero cambiare le cose. Non ho mai visto un cambiamento in vita mia. L’unico è stato la rivoluzione femminile». Lorenzo, interloquendo con una riflessione di Francesco sulle élites, dice: «La sinistra e la cultura in generale passano il loro tempo a interpretare il mondo ma così sembrano lontane dalla vita reale delle persone. Bisogna risolvere concretamente i bisogni dei più deboli».

 

Juliette si chiede: «Si può essere felici in un mondo in cui tanti stanno male?» E, in fondo, la domanda centrale. La stessa che si ponevano Pintor e Reichlin, i ragazzi del Sessantotto che facevano i cortei quotidiani, ma forse anche chi qui si è spaccato la testa sui libri, come Ettore Maiorana. È la domanda che presiede e rende possibile il nostro viaggio nella vita. In questi corridoi e ovunque nel mondo. Ma al Tasso si dice, per celia, sia nato il Sessantotto, molti anni fa. Siamo nel tempo di «Sapore di sale» e dei Beatles, quando i giovani si accorsero di esserlo.

Un giorno del 1964, in una terza liceo, il professore non è ancora arrivato e i ragazzi in classe si stanno tirando il cancellino. La porta si apre e l’oggetto circolare, impregnato di gesso bianco, si stampa sul viso dell’insegnante. Che richiude la porta, semplicemente. Poi torna con il Preside, figura maestosa e lunga barba bianca, retaggio più del Risorgimento che del dopoguerra. Un’autorità indiscussa e terrorizzante. Nella classe scende il gelo. Il Preside comincia a girare tra i banchi e poi si ferma davanti a quello dello studente che, secondo il professore, lo aveva colpito. C’è un silenzio gravido di tensione. Poi il Preside scruta il viso terrorizzato dell’alunno e gli chiede, tagliente: «Lei chi si crede di essere?». Il ragazzo in quel momento decide il suo futuro di uomo, quale sarebbe stato il suo posto nella vita, come sarebbe diventato uomo, padre, nonno. Si chiede cosa fossero codardia e coraggio. Deglutisce e dice solo, con voce ferma: «Il mio nome è Bond, James Bond».

Fu sospeso ad libitum. Poi divenne un bravo medico. In aula magna non c’è il suo busto in marmo. Ma nei corridoi, nell’aria, quella frase volteggia, ancora oggi.