Caro direttore,

mi lasci dire che considero l’editoriale di Franco Venturini del 10 febbraio uno stimolo a riflettere su un tema importante e controverso: il ruolo dell’Europa e dell’Italia in materia di difesa e sicurezza. Partirei dal posizionamento del nostro Paese, che ormai da più di due decenni si colloca tra i primi fornitori di sicurezza nelle aree di crisi, dove sono in gioco i nostri interessi. Mi riferisco in particolare alla nostra presenza nella più ampia regione mediorientale e nordafricana, ovvero in quel «Mediterraneo allargato» che rappresenta la sponda sud dell’Europa.

 

Credo sia ampiamente noto l’impegno italiano in Afghanistan, ove assicuriamo la guida della regione ovest e abbiamo contribuito a offrire un’opportunità al popolo afghano: avviare un processo di pace che porti alla stabilizzazione del Paese. In Iraq il discorso e i risultati non sono dissimili: siamo il secondo contributore e la qualità dal lavoro svolto ci è ampiamente riconosciuta, anzitutto dagli iracheni. Libano e Kosovo, poi, sono aree nelle quali la nostra storica presenza e il nostro ruolo di comando delle missioni durano da anni, proprio per volontà degli stessi Paesi che ci ospitano, che vedono in noi la forza efficace di un interlocutore rispettoso. E il nostro lavoro non è certamente finito.

Dobbiamo alimentare un confronto pubblico, anche per superare pregiudizi e luoghi comuni

 

Dobbiamo continuare ad essere presenti, per non disperdere i risultati fin qui conseguiti, perché ce lo chiede la comunità internazionale, ma anche perché in questa macro-regione si giocano molti dei nostri interessi nazionali e si colloca la difesa avanzata, funzionale alla nostra sicurezza interna. È evidente che la Nato resta la pietra angolare della nostra architettura di difesa e sicurezza. Non a caso l’Italia è il secondo contributore in termini di personale impiegato nelle missioni. Ma allo stesso tempo sono pienamente convinto che un’Europa consapevole delle proprie responsabilità non possa che valorizzare la Nato stessa. L’ho affermato nella mia prima audizione in Parlamento, l’ho condiviso pochi giorni fa al Pentagono con il collega Mark Esper e lo sto ribadendo proprio ora a Bruxelles, in occasione della riunione dei Ministri della Difesa della Nato: è necessario rafforzare la politica di sicurezza e difesa comune per garantire la cosiddetta «autonomia strategica» all’Europa. Che si badi, non va intesa come un’autonomia «da qualcosa» ma come la capacità di intraprendere azioni che scaturiscano da una unitarietà di intenti degli attori europei, nell’ambito delle responsabilità condivise di sicurezza con gli Stati Uniti.

 

Una difesa europea che non considero solo come risposta a un’esigenza operativa, quanto come un tassello fondamentale per la costruzione di un’Europa finalmente politica, indispensabile per poter competere sulla scena mondiale, caratterizzata da attori economicamente e demograficamente più forti di noi, ogni volta che scegliamo di fare da soli. Anche qui l’Italia è tra i Paesi che lo chiedono con forza e si è resa disponibile a lavorare su una strategia comune europea, che dia ambizione, priorità e obiettivi proprio per adottare quella visione e volontà comuni nelle varie aree di crisi. C’è ancora molto da fare e, come scrive Venturini, in Libia ne stiamo avendo dimostrazione. Certo, lì il test è particolarmente complesso, gli attori in gioco, statuali e non, hanno agende molto diverse fra loro e quell’unitarietà di intenti che una politica di sicurezza comune richiede potrebbe sembrare di non facile attuazione. Ma non per questo non dobbiamo perseguirla.

 

Sono convinto che non ci sia una soluzione militare in Libia, ma è anche vero che non c’è soluzione politica che prescinda da un supporto militare, teso al rispetto del cessate il fuoco e all’implementazione dell’embargo di armi. E se da una parte in questa direzione si sta lavorando a una risoluzione delle Nazioni Unite, dall’altra vedo lo spazio per un ruolo importante dell’Europa e del nostro Paese. Il tema della consapevolezza, poi, mi sta particolarmente a cuore. E necessario uscire dall’ipocrisia che caratterizza da tempo il dibattito sulla difesa, andando verso una condivisione chiara, precisa e veritiera. Perché nella difesa si gioca un pezzo importante della nostra sovranità nazionale. Che ci piaccia o no, la capacità di rappresentare il nostro Paese parte anche da qui. Sta a noi decidere, dove vogliamo collocare il Paese in termini di ambizione, come intendiamo tutelare i nostri. interessi nazionali e, a partire da questo, approntare lo strumento militare funzionale agli obiettivi che ci prefiggiamo, ammodernandolo e adeguandolo alle nuove esigenze. Non solo perché ce lo chiedono le grandi organizzazioni internazionali di cui facciamo parte, ma perché è anzitutto una nostra esigenza.

 

Investire in difesa significa investire in sviluppo tecnologico e industriale, ricerca, sicurezza e credibilità internazionale. E se la nostra industria è così efficace, come riconosciuto dall’editoriale del suo giornale, è perché è parte di un sistema che la vede lavorare in simbiosi con le nostre Forze Armate che, necessitando di strumenti all’avanguardia, la stimolano ad essere sempre più efficace e globalmente competitiva. La «cultura della difesa» che ho evocato fin dall’inizio del mio mandato è un tema che dobbiamo alimentare in un dibattito pubblico, anche per superare pregiudizi e luoghi comuni. Dibattito che in fondo ha a che fare proprio con il ruolo che come Paese riteniamo di dover interpretare, commisurato al rango e alle responsabilità che vogliamo assumerci. Per contribuire concretamente alla sicurezza internazionale, ma senza temere dì voler presidiare i nostri interessi nazionali, ovunque si trovino. L’urgenza delle nuove sfide che abbiamo davanti non ci consente distrazioni o ritardi.