valeria fedeli, Ragazzi e smartphone l'impegno della scuola per i nativi digitali
Imagoeconomica

«Il linguaggio dell’odio sul web? Sta mettendo a rischio la convivenza democratica». La ministra all’Istruzione, Valeria Fedeli non nasconde la sua preoccupazione per il livello di inciviltà in cui sta precipitando il dibattito pubblico nel nostro Paese. «Tutte le persone che hanno responsabilità pubblica devono essere consapevoli del linguaggio che usano. Per questo è importante la formazione». È una sfida che riguarda tutti, a partire dalle professioni. «L’iniziativa del Consiglio nazionale forense contro l’hate speech è importante. L’apprezzo molto». Dal canto suo la ministra ha messo in campo diverse iniziative nella scuola, uno dei luoghi nevralgici in cui si formano le nuove generazioni.
 
L’odio c’è sempre stato. Ma oggi che cosa lo rende un fenomeno nuovo?
 
«La straordinaria novità, a lungo sottovalutata, è quella dell’utilizzo dei social network. Sono strumenti che non vanno demonizzati e che offrono importanti opportunità di comunicazione e informazione. Spesso, però, diventano veicolo di odio e di aggressività. Il fatto di avere un nickname dà l’idea che, coperti dall’anonimato, si possa insultare chi si vuole. Per questa ragione consideriamo da tempo l’utilizzo del digitale come un elemento di nuova alfabetizzazione per i ragazzi e di formazione per gli insegnanti. Questi nuovi modelli di comunicazione e relazione non vanno sottovalutati perché immettono nella rete anche modelli che vivono nella società. Sempre di più, nel dibattito pubblico, chi la pensa in maniera diversa da te viene considerato un nemico da abbattere e da delegittimare, invece che una persona da rispettare e con cui confrontarsi».
 
Come mai i soggetti più colpiti sono donne e migranti?
 
«C’è un nesso tra queste due cose. Nel nostro Paese sta sempre più venendo meno la consapevolezza che le differenze sono un valoie e una ricchezza e che non devono essere fonte di odio, di parole e di comportamenti discriminatori. L’odio contro le donne e contro i migranti ha la stessa radice. La campagna per l’educazione al rispetto, che presenterò nella seconda metà di ottobre, prende come punto di riferimento la conoscenza, lo studio, l’approfondimento dell’articolo 3 della Costituzione. È facile dire che non bisogna discriminare in base al sesso, alla razza, all’opinione politica o religiosa, alla condizione sociale. Ma cosa vuol dire davvero? E che cosa vuole dire il secondo comma che impegna lo Stato a rimuovere tutti gli ostacoli che di fatto impediscono questa pari condizione dentro le diversità?».
 
Qual è secondo lei il vero significato?
 
«Vuol dire che davvero si deve costruire un modello di cittadinanza, una cultura del rispetto dell’integrità della persona e della sua differenza. Questa è la cosa più difficile di cui fanno parte sia il linguaggio. sia la conoscenza delle ragioni della nostra diversità. Se tu non riconosci le differenze e non le rispetti, non puoi costruire una cittadinanza democratica, non riesci a fare comunità. Parliamo di una cittadinanza democratica attiva e civile. Ecco perché sessismo e razzismo hanno la stessa matrice. Se le differenze creano parole di odio, discriminazione, insulti, barriere, si costruisce un terreno di convivenza che è conflittuale. Se non si educano i ragazzi e le ragazze al rispetto della libertà e dell’autonomia di ciascuna e di ciascuno, non dai loro la possibilità di riflettere come anche i conflitti, le delusioni e i problemi devono essere affrontati con il dialogo, e non con atti e parole di sopraffazione e di violenza».
 
Ma il suo discorso non rischia di essere “buonista”?
 
«No, non è buonismo. Se io rispetto qualcuno, non lo faccio perché voglio convincerlo né per modificare le mie convinzioni. Anzi, l’ascolto e il rispetto ti portano a essere più forte. Il tema è non far diventare nemico chi ha una opinione diversa dalla nostra. Il buonismo non c’entra. Dobbiamo invece rispettare il dialogo e puntare alla soluzione dei conflitti, che non coincide con la subalternità a una posizione o a un’altra».
 
Tra le varie iniziative messe in campo dal ministero c’è il protocollo d’intesa con chi ha costruito il manifesto delle Parole Ostili, dieci punti contro l’hate speech…
 
«È una iniziativa che ha avuto una grande diffusione in rete. I dieci punti della comunicazione non ostile, non sono obblighi, fanno riflettere. Sono contenuti di principio che hanno a che fare con la rete e con le relazioni umane. L’educazione al rispetto significa rispettare le differenze. Nella Carta, in particolare all’articolo 3 come dicevo, si incontrano le diverse culture dei padri e delle madri costituenti. Gli insegnanti non devono solo leggerlo, lo devono spiegare. Qui viene in aiuto la legge che ha recepito la Convenzione di Istanbul: una discriminazione nei confronti delle donne è una violazione dei diritti umani. E che cosa vuol dire rispettare i diritti umani? Significa rispettare l’integrità di una persona».
 
Lei insiste molto sul linguaggio. Ci può fare un esempio?
 
«Prendiamo i migranti e la violenza sulle donne. Anziché dire la cosa più importante: che un uomo ha violentato una donna, si sottolinea se quell’uomo è un immigrato. Sui giornali si leggono dichiarazioni che spostano l’attenzione dallo stupro alla nazionalità. E si generalizza come se tutti i migranti fossero degli stupratori. Se invece si tratta di un italiano, si fanno i discorsi sulla castrazione, ma nessuno che dica: via tutti gli italiani. Il fatto invece da condannare è lo stupro, indipendentemente dal colore o dalla condizione economico-sociale. E non sono più disposta a leggere titoli che dicono “ennesima violenza sulle donne”, voglio leggere invece “ennesima violenza di un uomo sulle donne”. O ancora meglio di un uomo incapace di relazionarsi con la libertà di una donna, visto che prevalentemente le violenze avvengono dentro rapporti affettivi che ci sono, che ci sono stati o che sono finiti. Il linguaggio è quindi fondamentale anche per riportare i fatti con precisione».
 
Lei, anche per il suo impegno a sostegno dell’educazione di genere, è stata spesso vittima di insulti e minacce. Ci si abitua o fanno sempre male?
 
«Fanno male, molto male. Perché ovviamente ti feriscono come persona. In più sia dal punto di vista personale che dei ruoli pubblici che sto esercitando questi insulti mi preoccupano, sono il segno di una situazione di inciviltà: spingono all’odio invece che al rispetto delle differenze d’opinione. L’altro giorno è stato aggredito il regista Sebastiano Riso. Come mai? Perché omosessuale. Se si fa della condizione di diversità delle persone un elemento di conflitto, invece che di ricchezza, si arriva a queste forme di violenza. E allora mi preoccupo: perché mi chiedo in che mondo vivo».
 
Il G7 delle avvocature, nel mese di settembre, è stato dedicato proprio a questo: a come contrastare il linguaggio dell’odio. Cosa pensa di questa iniziativa del Consiglio nazionale forense?
 
«È una iniziativa molto importante. Quello che hanno fatto gli avvocati dovrebbe essere messo a tema da tutte le professioni. Come ministra mi sto impegnando affinché ogni percorso di formazione metta al centro il rispetto delle differenze e il contrasto al linguaggio dell’odio. Apprezzo quindi molto il fatto che l’avvocatura stia portando avanti questa riflessione».
 
La sfida culturale prima di tutto?
 
«Le due più grandi agenzie formative sono la scuola, che deve portare questa sfida in tutte le filiere del sapere, e i media anche nei loro sviluppi digitali. Continuo a pensare che il linguaggio e il modo di porsi nel dibattito pubblico siano decisivi. Quello che dico, lo faccio, anche sul piano personale. Non si troverà una mia dichiarazione o un mio tweet in cui insulto qualcuno come persona. Posso aver detto la mia opinione, anche in maniera dura, ma non ho mai offeso nessuno. Non trasformare chi ha opinioni differenti nel nemico è uno sforzo che devono fare tutti, compresi i giornali e le trasmissioni televisive».
 
Pensa che ci debbano essere nuovi interventi legislativi?
 
«Abbiamo già una buona legislazione, basta applicare le leggi che già ci sono. L’ultima in ordine di tempo è per esempio quella sul cyberbullismo. Ma molto è, però, legato all’educazione e al rispetto che ciascuno di noi, da cittadino, dovrebbe avere nei confronti dell’altro. La vera sfida è rimettere al centro il valore della convivenza democratica».