E’ un divario allarmante, quello tra Nord e Sud, che emerge puntuale ogni anno dalle verifiche dei test Invalsi. Il ministero dell’istruzione corre ai ripari, per recuperare il gap: oggi la vice ministra Anna Ascani presenterà il Piano di intervento per la riduzione dei divari territoriali in istruzione per affrontare le difficoltà di apprendimento degli studenti individuando le scuole in maggiore difficoltà su cui intervenire partendo dai test degli studenti di terza media che non raggiungono i livelli minimi di competenza in italiano, matematica e inglese.

In che cosa consiste il piano di intervento?

«Vogliamo fare formazione a tutto tondo e innovare le scuole in difficoltà. Partendo dallo stesso territorio, metteremo in rete le scuole in difficoltà con quelle che hanno avuto buoni esiti al test Invalsi: diffonderemo le cosiddette buone pratiche. Inoltre sono previsti interventi mirati nella formazione degli insegnanti e nelle infrastrutture».

Quindi anche interventi di edilizia scolastica?

«Sì, penso ai laboratori o agli ambienti didattici innovativi per venire incontro alle esigenze dei ragazzi. E’ importante poter studiare in un ambiente adatto».

I fondi ci sono?

«Useremo fondi regionali ed europei, i fondi Pon per i progetti scolastici e le risorse dei capitoli gestionali del ministero. Coinvolgeremo associazioni, fondazioni e l’impresa sociale “Con i Bambini”. Ora parte il confronto con le Regioni e gli uffici scolastici regionali per individuare le difficoltà maggiori sul territorio».

Le maggiori difficoltà sono al Sud.

«Sì, il piano prevede infatti di intervenire su 5 regioni: Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna. Si tratta delle regioni in cui sono state registrate le situazioni di maggiore difficoltà».

Sapete anche quali scuole sono più a rischio?

«Sì, possiamo intervenire con puntualità: ad esempio in Campania 210 scuole medie su 599 sono in difficoltà, vale a dire il 35%, e altre 52 sono in grave difficoltà, pari a quasi il 9%. Nel 44% delle scuole medie campane, quindi, una parte degli studenti non ha raggiunto i livelli di competenza adeguati. Dobbiamo intervenire per cambiare gli esiti dei test Invalsi».

Una conferma anche per il test Invalsi?

«Sì e finalmente iniziamo ad usarlo, dobbiamo uscire dalla polemica della valutazione e utilizzarlo come termometro: il test Invalsi ti dice quanta febbre hai, per capire come intervenire. Quando si ha la febbre non è certo colpa del termometro. Finora non è mai stato utilizzato come strumento per individuare le difficoltà e migliorare la situazione, ci siamo limitati a descrivere il problema invece adesso è il momento di affrontarlo, cambiando approccio».

E le proteste anti-Invalsi?

«E’ il momento di dimostrare alle scuole che Invalsi ha la sua utilità, proprio nell’interesse dei ragazzi. E’ uno strumento di valutazione della scuola, non degli studenti e dei docenti».

Che cosa si rischia lasciando tutto com’è?

«Siamo a rischio dispersione scolastica, in ogni senso. Quest’anno infatti, per la prima volta, l’Invalsi ci ha mostrato la cosiddetta dispersione implicita degli studenti: parliamo di ragazzi che restano a scuola ma che, al termine del corso di studi mostrano di non aver raggiunto le competenze minime previste. Purtroppo tra la dispersione implicita e quella esplicita, vale a dire l’abbandono della scuola, arriviamo al 20% di studenti in difficoltà: un dato ancora troppo lontano dal 10% previsto dell’obiettivo europeo del 2017».

Si fermerà al Sud?

«Per ora sì, ci interessano le regioni in cui ci sono più problemi. Ma anche al Nord ci sono scuole in difficoltà, quindi nel tempo coinvolgeremo tutte le regioni che decideranno di partecipare».