vaccinazione

di Michele Fina
Responsabile Università e Ricerca del Pd

 

 

L’articolo della Senatrice Elena Fattori sull’errore che il Governo ha commesso prorogando l’obbligo vaccinale, coniuga la serietà della ricercatrice, la dignità della persona libera e la premura della mamma; di chi vive quotidianamente e non sui social la realtà di cui parla.

Scrivo “Senatrice” senza specificare la sua appartenenza di gruppo perché il suo intervento spiega, contro ogni vuota retorica, il senso vero dell’articolo 67 della Costituzione, quello che vieta il vincolo di mandato: conservare ogni giorno, di fronte ad ogni atto da valutare, la propria autonomia di giudizio sulla più giusta interpretazione del mandato popolare. L’enorme valore non negoziabile di questo principio è imparagonabile rispetto all’uso opportunistico che ne fanno quelli sempre pronti a vendersi al miglior offerente.

Per tutto questo non ho nessuna voglia di strumentalizzare il dissenso della Senatrice Fattori. D’altra parte, anche su questo ha ragione, non si tratta di una semplice proroga ma di un cedimento culturale, non episodico ma strutturale.

Il punto è che siamo di fronte ad un’ondata antiscientifica. L’autorità della comunità scientifica e, più in generale, il meccanismo attraverso il quale il sapere avanza, è messo in discussione. E non si tratta del dubbio proprio di ogni sapere scientifico. Si tratta della violenza della sfiducia ideologica, che non ha nulla da invidiare alla violenza oscurantista che in troppi luoghi, in tempi passati ma anche recenti e presenti, in nome di verità assolute, ha spento il lume della ragione.

Resta da chiedersi se il populismo di oggi abbia in questo senso solo un vizio infantile da correggere. Tutti i saggi scritti di recente su questo fenomeno ci ricordano come un tratto essenziale del populismo, dalle origini in poi, è la radicata idea del tradimento da parte di chi sta in alto. L’autorità è, per definizione, traditrice del popolo e in combutta con interessi inconfessati. E se diventi Governo, c’è sempre un’altra autorità con cui prendertela (l’Europa o le non meglio precisate lobbies ad esempio). E attenzione, traditrici sono solo le autorità politiche ma tutte le autorità. Quindi pari sono un politico, un insegnante o un medico, e con loro la comunità dei saperi che definisce, ad esempio, criteri di valutazione nell’istruzione o vincoli e protocolli nella gestione della salute pubblica. Mettere in questione questo tratto identitario del populismo significherebbe trasformarlo in un’altra cosa, con la conseguente rinuncia all’enorme consenso di paglia generato dall’idea del tradimento e dal rancore.

Ma se i populismi devono cambiare il proprio dna, i democratici riformisti non debbono restare uguali a loro stessi. Non basta il rispetto della comunità scientifica o il sostegno alla ricerca che pure sono importanti. Se nella scorsa legislatura sono aumentati i fondi alla ricerca e si è rafforzato il diritto allo studio, chi lo ha fatto fa bene a portarlo a proprio merito. Perché è la giusta direzione. Anche se non basta: restiamo un Paese che investe poco in ricerca e che, anche per questo, è poco competitivo, poco attrattivo e poco capace di innovazione. Perciò il Governo e questa legislatura devono continuare ad investire.

Ma la politica e la ricerca non possono avere tra loro solo un rapporto ragionieristico. Paradossalmente un Governo può allocare risorse per il lavoro dei ricercatori e poi essere preda, nei suoi atti, delle più stupide suggestioni antiscientifiche. L’unica strada è ricostruire un dialogo più profondo tra saperi e buona politica, liberando quest’ultima dalla prigionia del presente, dalla pigrizia del gossip e dalla competizione con i populisti sullo stesso terreno del consenso di paglia.