Legge 107 Buona Scuola del 2015 - Partito Democratico

La Buona Scuola è legge. Abbiamo mantenuto l’impegno che ci eravamo dati.

Il 24 Febbraio del 2014 il Governo Renzi si è insediato chiedendo al Parlamento un mandato, quello di cambiare questo Paese nel profondo, restituendo agli occhi del mondo credibilità all’Italia, orgogliosi delle bellezze e delle sue potenzialità, tenaci nel voler combattere precarietà e disuguaglianze, operando per abbattere la corruzione e diffondere la legalità.

Il Presidente del Consiglio nel suo discorso di insediamento ha parlato a lungo, come mai nessuno prima, della funzione determinante della scuola per il cambiamento, della fiducia che abbiamo negli insegnanti. Perché come furono i maestri e le maestre a creare davvero l’Italia unita, così saranno loro, più di qualsiasi politico o governante a determinare ciò che sarà l’Italia di domani.

Abbiamo onorato la promessa fatta in campagna elettorale di non calare dall’alto la riforma, ma di coinvolgere il mondo della scuola. E così il Governo il 15 Settembre scorso ha messo in discussione le linee guida della buona scuola. Una discussione che in 2 mesi ha coinvolto più di 2 milioni di italiani in oltre 2000 incontri aperti, in tutto il Paese. Finalmente un Paese che si confronta, anche in modo aspro, sui temi dell’educazione.

L’ascolto è stato vero! Basta confrontare i contenuti delle linee guida con il testo che abbiamo votato e guardare al punto più controverso della riforma: quello della valutazione degli insegnanti. Siamo rimasti l’unico Paese in Europa ad avere come unico sistema di avanzamento stipendiale dei docenti l’anzianità di servizio. Nel documento iniziale si proponeva di passare a scatti di merito, basati su criteri oggettivi: crediti formativi, professionali e didattici e introduceva la figura del docente mentor. Ma a quella proposta gli insegnanti italiani ci hanno detto no con forza, come avevano detto no al concorsone di Berlinguer, dunque il Governo ha ascoltato, come promesso e ha messo a disposizione delle scuole 200 milioni di euro, ossia in media 22 mila euro per ogni scuola, per premiare l’impegno degli insegnanti. Doveva essere il dirigente scolastico ad assegnare le risorse, ma dopo la manifestazione del 5 maggio e un nuovo confronto, la Camera ha affiancato al dirigente un comitato che deve stabilire i criteri su come ripartire le risorse, che al Senato, dopo altre 40 audizioni ed un ricco dibattito in commissione, abbiamo ulteriormente migliorato nella composizione: 3 docenti, di cui 2 scelti dal collegio dei docenti, un genitore e uno studente, un membro esterno.  Il Ministro, inoltre, dopo due anni raccoglierà i criteri che si sono dati nella loro autonomia le scuole e da lì, con un comitato tecnico scientifico, emanerà le linee guida. Quindi un metodo davvero partecipato, che finalmente coinvolgerà le scuole nella costruzione dei criteri per la valutazione degli insegnanti.

Il Governo Renzi, dopo molti anni di tagli, ha deciso di investire 3 miliardi all’anno nella scuola, realizzando un Piano Straordinario di assunzioni di oltre 100 mila insegnanti, 50.000 in più rispetto a quanti stanno lavorando oggi e altri 60.000 abilitati, che saranno assunti tramite concorso bandito entro questo anno. La protesta di una parte dei precari e le rivendicazioni sindacali, non devono farci vista il vero motivo di questi investimenti: vogliamo che la scuola torni ad essere la più potente leva contro le disuguaglianze, combattendo la dispersione scolastica degli studenti e accompagnando tutti, al successo formativo e scolastico.

Nella perfetta collegialità di oggi, tutti responsabili, nessuno responsabile, di chi è la responsabilità quando un ragazzo, bocciato una, due, tre volte, scoraggiato, abbandona la scuola? Non possiamo guardare inermi il 18% delle ragazze e dei ragazzi che ogni anno abbandona la scuola, con punte del 26% raggiunte in alcune aree del Paese. O non fare nulla di fronte agli sconfortanti esiti delle rilevazioni internazionali che vedono i nostri ragazzi in fondo alle classifiche dei Paesi OCSE nelle materie matematico scientifiche, nella comprensione dei testi. E’ una emergenza educativa che non ci può vedere immobili. E’ per questo, che insieme agli investimenti, alle risorse umane e finanziarie stabili, si è deciso di individuare un responsabile degli esiti della scuola: il dirigente scolastico. Non è né lo sceriffo, né il manager che è stato dipinto nelle piazze, è piuttosto colui che sarà responsabile degli esiti dei piani di miglioramento triennale, che ogni scuola partendo da quest’anno inizierà ad elaborare e su questi esiti il dirigente sarà valutato. Sarà valutato ogni tre anni sulla capacità di contribuire a far crescere tutto il personale scolastico, facendo lavorare bene le persone nella dimensione individuale e collegiale.

Abbiamo coinvolto le esperienze più innovative ed avanzate della scuola italiana, le abbiamo osservate. Dalla Pestalozzi di Firenze, a Rinascita di Milano, scuole statali sperimentali di qualità, in zone complicate delle nostre aree metropolitane, che già da anni fanno la chiamata diretta, sono scuole che hanno messo al centro i valori dell’inclusione e della multiculturalità.

Perché aver paura della possibilità di far incontrare esperienze professionali con i bisogni didattici delle scuole, permettendo agli insegnanti autocandidature e al dirigente di scegliere? Tutti sono selezionati e assunti a tempo indeterminato dallo Stato, tutti saranno utilmente coinvolti. Ben altra cosa era il progetto di Valentina Aprea in Lombardia di far scegliere al preside chi assumere tra i precari. Chi continua a mistificare la realtà dei fatti, sbaglia.

Crediamo negli insegnanti. E’ per questo che il Governo investe 40 milioni di euro nella formazione in servizio dei docenti, dopo che per parecchi anni nessuno ci metteva più un euro. Questo il senso della Carta del docente, 500 euro all’anno per i consumi culturali: libri, tecnologie, ingressi a musei e teatri. Crediamo che gli insegnanti siano il più grande esercito di intellettuali di cui può disporre il nostro Paese, per questo è giusto questo riconoscimento.

Non ci stanchiamo di dirlo. La buona scuola c’è già, c’è grazie al lavoro di innovatori silenziosi: insegnanti e dirigenti scolastici coraggiosi che chiedono di rilanciare l’autonomia, perché la scuola delle circolari che arrivano da Roma, non li ha mai aiutati a far appassionare allo studio i ragazzi. Questi innovatori che sanno accendere la passione negli studenti, che sanno aiutare i ragazzi a trovare e a scegliere a scuola la strada per la propria vita, vanno sostenuti e valorizzati. Sono i Don Milani e le Maria Montessori del nuovo millennio. Che si ribellano alla scuola fatta di discipline e lezioni frontali, che hanno aperto già da tempo le porte delle scuole alla collaborazione con imprese e istituzioni culturali del territorio. Questi insegnanti e dirigenti scolastici, sanno che oggi, come allora, occorre una scuola che sappia buttare per aria cattedre e banchi, soprattutto nella scuola secondaria di primo e secondo grado, dove perdiamo per la strada troppi ragazzi.

La scuola è più avanti degli slogan che l’hanno rappresentata nelle piazze. Realizza già esperienze di alternanza scuola lavoro, e dove nel mezzogiorno non ci sono imprese, crea essa stessa spinoff di impresa con i ragazzi, così come ha saputo fare molti anni fa la mia regione, l’Emilia-Romagna, che dalle scuole professionali comunali, seppe far nascere quella rete di piccole e medie imprese che primeggiano oggi nel mercato mondiale della meccanica e della meccatronica.

In Italia abbiamo 700 mila disoccupati tra i 15 e i 24 anni e 4 milioni 355 mila ragazzi che non studiano, non lavorano, non sono in formazione. A fronte di un alto tasso di disoccupazione, le imprese faticano a trovare competenze chiave come nel caso dell’industria elettronica e informatica. Ma anche competenze specifiche come i diplomati commerciali e tecnici nei settori del mobile e dell’arredamento. I dati ci dicono che il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dal ciclo economico. Una parte è collegata al disallineamento tra domanda di competenze che il mondo esterno chiede di sviluppare e ciò che effettivamente la scuola offre.

Dobbiamo rendere la scuola la più efficace politica strutturale a nostra disposizione contro la disoccupazione anzitutto giovanile, aiutando ciascun ragazzo e ragazza a capire e scoprire a scuola quali sono i propri talenti e la propria vocazione. Quella scintilla che se si accende, ti appassiona e ti illumina la vita.

Siamo convinti che anche questa riforma sarà apprezzata, come un’altra riforma tanto importante quanto contrastata di questo Governo, il Job Act, che sta fermando la precarizzazione del mercato del lavoro, restituendo centralità al contratto a tempo indeterminato. Dopo le polemiche si vedranno i risultati.

Per noi l’ascolto, il confronto non finisce con l’approvazione del disegno di legge. Non lasceremo la scuola sola di fronte al cambiamento, continueremo a lavorare per valorizzare e diffondere le belle esperienze di scuola, per sanare le incomprensioni e i contrasti di questi mesi. Ringraziamo quanti ci hanno incoraggiati ad andare avanti e quanti, con le loro dure critiche, ci hanno aiutato a migliorare il provvedimento in Parlamento.

Sono certa che quando i 7 insegnanti in più assegnati ad ogni istituzione entreranno a scuola il prossimo anno e si dovrà riorganizzare l’attività didattica, per dare ai ragazzi più inglese, più musica, più arte, più esperienze di cittadinanza attiva, per recuperare gli svantaggi, per dare le risposte che servono ai bisogni educativi speciali, quando arriveranno i 90 milioni di euro per i laboratori e l’innovazione tecnologica, i 126milioni per il Fondo di Istituto, i 3 miliardi e 700 milioni per l’edilizia scolastica, le tensioni si scioglieranno.

Era il 7 dicembre 1954 quando Don Lorenzo Milani viene mandato in esilio ecclesiastico a Barbiana a 31 anni. Ecco, memori di quell’I Care, scritto nel muro con la scuola, vogliamo cambiare l’Italia. Perché a noi, la scuola sta a cuore.

La sinistra è cambiamento, non può essere conservazione. E il cambiamento del Paese, ha bisogno della scuola.

Francesca Puglisi

Responsabile Scuola, Università e Ricerca PD