L’approvazione del Decreto Pnrr contiene una nuova riforma dell’Università. È uno dei fatti politici più importanti dell’intera legislatura. Nessun blitz, come qualcuno ha scritto. Al contrario, l’emendamento di cui sono primo firmatario è il frutto di un lavoro sinergico portato avanti da oltre un anno insieme alla Ministra Messa, senza la cui volontà e lucidità oggi non avremmo raggiunto un risultato così importante. Un testo che racchiude gran parte degli emendamenti al ddl sul reclutamento universitario attualmente in discussione in Senato dopo la lettura della Camera. Un lavoro tra Parlamento e Governo durato mesi, che ho portato avanti nella mia funzione di Relatore al Ddl sul Reclutamento, con il coinvolgimento di tutte le forze di maggioranza, che nasce dall’ascolto delle istanze di migliaia di giovani ricercatori. Una riforma che riguarda il modo in cui poter diventare ricercatori nel nostro Paese”. Così il senatore dem Francesco Verducci, Vicepresidente Commissione Cultura e Istruzione

Per Verducci “non si tratta solo del futuro di migliaia di ragazze e di ragazzi, ma del futuro dell’intero Paese che ha bisogno di più ricercatori, di più diritto allo studio, di un’università più larga, inclusiva e accessibile per affrontare sfide enormi: quella della rivoluzione tecnologica e della conoscenza, di una nuova economia, della trasformazione ambientale, dell’innovazione digitale. C’è una ‘questione università, legata al futuro delle nuove generazioni: a troppi è impedito di andare avanti negli studi, perché non lo permettono le condizioni economiche, sociali e territoriali. Il numero degli immatricolati è oggi inferiore a quello di vent’anni fa e questo è inaccettabile. Quando ad un ragazzo è impedito di studiare, o quando un giovane ricercatore è costretto ad emigrare, è una sconfitta per il nostro Paese. Giovani ricercatori, prima utilizzati, spremuti, sottopagati e poi, dopo lunghi anni di precariato, quasi tutti espulsi dall’università. «Masticati e sputati» hanno scritto i rappresentanti dei dottorandi. Oltre il 90% dei giovani ricercatori viene tagliato fuori dopo più di dieci anni di precariato.

Tagli ai finanziamenti e norme sbagliate hanno provocato distorsioni enormi, con divari sociali e territoriali sempre più ampi. Sotto-finanziamento e precariato sono i nemici della ricerca: è emerso con nettezza dall’indagine conoscitiva su condizione studentesca e precariato nelle università e nella ricerca, che abbiamo voluto con forza e nelle cui conclusioni si afferma ‘la necessità di un intervento normativo che contrasti la dinamica precarizzante indotta dall’attuale sistema‘. È quello che abbiamo fatto con il nostro emendamento. Viene finalmente introdotta un’unica figura di ricercatore in pre-ruolo (in sostituzione delle attuali), in un meccanismo di tenure track, cioè con garanzia e certezza di progressione nella carriera, della durata complessiva di sei anni, ma che può portare nel ruolo di associato già dal quarto anno, acquisita l’abilitazione scientifica. È una rivoluzione, per tornare ad avere più docenti e più docenti giovani”.

“Altra rivoluzione: viene cancellato l’assegno di ricerca: figura atipica e intermittente che in questi anni ha causato un’insostenibile bolla di precariato con un uso abnorme e surrettizio che ha mortificato la professionalità e la vita di migliaia di giovani ricercatori“, continua Verducci.

Viene al suo posto introdotto un vero contratto di ricerca, con tutte le tutele del lavoro subordinato. Un contratto finalmente retribuito secondo gli standard europei più avanzati, che dà recepimento in Italia alla Carta europea dei ricercatori. È una riforma che non volta le spalle a nessuno; anzi prevede un periodo transitorio che riconosce l’attività svolta da RTDA e assegnisti (figure che andranno a scomparire). Sappiamo bene che i nuovi contratti sono più costosi dei vecchi assegni. Ma il lavoro va retribuito.

C’è un modo per non diminuire il numero dei contratti: continuare ad aumentare i fondi per l’università. Questa riforma sta dentro un piano espansivo di investimenti per l’università, con il Fondo di finanziamento arrivato a quasi 8,5 miliardi e che verrà ancora incrementato, soprattutto per la ricerca di base. Questa riforma pone le basi per un’università più forte, aperta, europea, per tutti e non per pochi privilegiati. Mette l’università e le nuove generazioni al centro del modello di sviluppo che vogliamo costruire dopo la Pandemia. È un nuovo inizio, che può cambiare il destino di molti e riappassionare alla ricerca le nuove generazioni. È una riforma che all’inizio della legislatura o anche solo un anno fa sembrava impensabile riuscire a realizzare. Invece siamo riusciti a farlo, dimostrando che l’iniziativa politica e il lavoro parlamentare possono cambiare le cose. In un contesto politico difficilissimo, questa una riforma frutto innanzitutto della progettualità e delle idee portate avanti dal Partito Democratico. Penso sia giusto esserne orgogliosi e consapevoli”.